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Cassazione: no alle critiche feroci contro i magistrati

La Cassazione mette un freno alle critiche feroci rivolte ai magistrati. Secondo la Corte una critica anche aspra nei confronti dei provvedimenti delle toghe può considerarsi lecita ma non deve mai arrivare all'eccesso con effetti dannosi “per la serenità dei soggetti implicati e la definizione dei procedimenti trattati''. La Corte in particolare si è occupato del caso di due avvocati che avevano inviato al vicepresidente del Csm, al ministero della Giustizia e al presidente del Tribunale di Torre Annunziata un esposto in cui definivano ''odiosi e disumani'' i provvedimenti adottati da un magistrato di sorveglianza che aveva negato ad un loro cliente agli arresti domiciliari di partecipare alla veglia funebre per la morte del padre. I due avvocati erano stati condannati in primo grado per diffamazione.
In appello, la Corte territoriale, li assolveva dal reato di diffamazione ma ravvisava comunque nella loro condotta gli estremi ''dell'eccesso colposo nell'esercizio del diritto di critica per il superamento del limite della continenza per l'imprudenza dovuta allo stato emotivo''. Contro il provvedimento i due avvocati si sono rivolti a Piazza Cavour sostenendo tra le altre cose che le loro critiche erano rivolte ''all'iniquo provvedimento'' e non al magistrato. La Corte (quinta sezione penale, sentenza n. 2066/2009) ha respinto il ricorso sottolineando che ''non c'è dubbio che i provvedimenti giudiziari possono essere oggetto di critica, anche aspra, in ragione della opinabilità degli argomenti che li sorreggono, ma non e' lecito trasmodare in critiche virulente, concretanti il dileggio di colui che li ha redatti''. Anche perché, spiega la Corte, ''il diritto di critica, proprio per il limite che gli e' coessenziale, non deve farsi strumento di livore, né tradursi in censura rancorosa, bensì costituire espressione di meditato pensiero, che ne filtri le istintive e facili asperità''. Nella lettera dei due legali, annota la Corte, si criticava il provvedimento del magistrato tacciato come ''odioso, disumano, sconcertante e gratuitamente contrario al senso di umanità''. Queste parole, secondo Piazza Cavour sarebbero andate oltre il diritto di critica con il risultato che un comportamento di questo tipo ''gioverebbe solo ad elevare il tasso di conflittualità nella dialettica processuale, con esiti perniciosi per la serenità dei soggetti implicati e la definizione dei procedimenti trattati''.
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(21/01/2009 - Roberto Cataldi)
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