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Il reato di disastro colposo c.d. innominato: determinatezza, configurazione e causalità.

scrittore occhiali penna
Alessandro Olivari - olivari.alessandro@gmail.com

Abstract: All'interno dei reati di pericolo (comune) il combinato disposto degli art. 449 e 434 c.p., c.d. disastro innominato colposo, pone particolari problemi interpretativi che l'evoluzione giurisprudenziale continua pregevolmente a risolvere confermando la natura elastica ed adattiva delle norme poste a chiusura del nostro sistema penale. Il presente articolo è dedicato alla ricostruzione, sintetica, alcuni aspetti problematici di tale fattispecie criminosa agevolando la lettura dei più recenti dicta sul tema.

Tra i casi, più noti, in cui “perfezione” e “consumazione” non sono coincidenti, secondo la tesi della scissione strutturale tra questi due momenti, ormai riconosciuta e consolidata, si è soliti citare i delitti di attentato e i reati di pericolo, in cui il Legislatore, per ragioni di politica criminale, ha anticipato la soglia della perfezione ad un momento anteriore rispetto al completo svolgimento del fatto naturalistico, che segna la fase della consumazione.
Nella teoria generale del diritto penale, la variegata categoria dei c.d. reati di pericolo viene distinta dalla categoria dei reati di danno proprio sulla base necessità di una tutela anticipata (dei primi rispetto agli ultimi) in considerazione dell'assenza di concretizzazione di un evento lesivo.
In altri termini: nei reati di pericolo (a differenza dei reati di danno in cui la norma incriminatrice punisce la determinazione di un evento di danno) sussiste un'anticipazione della tutela penale, con l'irrogazione della pena non per la sussistenza di un danno ma per il pericolo creato rispetto ad un bene giuridico (id est: prima che si sia verificato l'evento di danno). 
Esemplare è l'art. 434 c.p.c. rubricato: “Crollo di cotruzioni o altri disastri dolosi”, reato contro la pubblica incolumità, che prevede, nei due commi che lo compongono, due diversi reati. 
Al primo comma viene punito chiunque commetta un fatto diretto a cagionare un crollo o altro disastro (reato di pericolo); al secondo comma, con inasprimento della pena, si punisce l'avvenuto crollo o disastro (reato di danno).
Tutela anticipata e tipologia di pericolo che, nei reati c.d. di pericolo, assumono caratteri determinanti tanto da permettere l'ulteriore distinzione tra:
- reati di pericolo astratto, in cui il giudice è chiamato ad accertare non il pericolo ma la lesività della condotta cioè che rientri all'interno di una classe (generale) di comportamento che espone il bene tutelato a pericolo;
- reati di pericolo concreto, in cui il giudice è chiamato all'accertamento in concreto dell'effettiva messa in pericolo del bene tutelato dalla fattispecie criminosa.
All'interno del genus dei delitti di pericolo (comune), in cui la soglia per integrare il reato è anticipata al momento in cui sorge il “pericolo” per la pubblica incolumità, particolari problematiche sono state poste dal c.d. disastro innominato colposo di cui agli artt. 449 e 434 c.p. (Cfr. sul punto: Cass. Pen. Sez. IV, 14 marzo 2012 n. 18678; Cass. Pen. Sez. IV, 15 dicembre 2011 n. 6965; Corte costituzionale, 1 agosto 2008 n. 327; Cass. Pen. Sez. IV, 20 febbraio 2007 n. 19342; Trib. Venezia, I. Sez. 02.11.2001).
Questa variante delle fattispecie di cui al capo I titolo IV del Codice Penale, così come le altre fattispecie richiamate dagli art. 449 e 450 c.p., sottende il dato tipico di “disastro”, definito nella Relazione al progetto definitivo del codice penale, “danno di tale rilevanza da potersene dedurre l'attitudine a mettere in pericolo la pubblica incolumità”.
Tuttavia, diversamente dagli altri casi tassativamente previsti, la definizione normativa di “disastro innominato”, risulta essere libera dalla previsione di un referente materiale specifico, costituente fonte del pericolo per l'incolumità.
La questione di legittimità costituzionale sollevata in ordine al supposto contrasto (apparente) del combinato disposto dell'art. 434 e 449 c.p. con gli art. 24, 25 e 27 Cost. è stata ritenuta infondata dalla Corte Costituzionale con sentenza del 01.08.2007 n. 327.
Secondo la Corte: “il vulnus al principio della determinatezza della norma penale, sia con riferimento al concetto di “disastro” che al di “pericolo all'incolumità pubblica, sia con riferimento al concetto di “disastro” che al di “pericolo all'incolumità pubblica” è “insussistente”.
Seppure, continua la Corte Costituzionale, il concetto di “disastro”, si presenti di per sé “scarsamente definito, traducendosi in una espressione sommaria capace di assumere, nel linguaggio comune, una gamma di significati ampiamente diversificati”, la valenza del vocabolo (id est: ‘disastro') è precisata dal concorso della finalità dell'incriminazione e dalla collocazione nel sistema dei delitti contro la pubblica incolumità.
In altri termini, la funzione di “chiusura” esplicata dall'art. 434 c.p. mira “a colmare ogni eventuale lacuna, che di fronte alla multiforme varietà dei fatti possa presentarsi nelle norme [...] concernenti la tutela della pubblica incolumità” (ibidem). 
Il criterio interpretativo impiegato è immediato: “allorché il legislatore - nel descrivere una certa fattispecie criminosa - fa seguire alla elencazione di una serie di casi specifici una formula di chiusura, recante un concetto di genere qualificato dall'aggettivo “altro” (nella specie: “altro disastro”), deve presumersi che il senso di detto concetto - spesso in sé alquanto indeterminato - sia destinato a ricevere luce dalle species preliminarmente enumerate, le cui connotazioni di fondo debbono potersi rinvenire anche come tratti distintivi del genus” (ibidem).
Sulla base di tali chiarimenti, in ordine ai requisiti di determinatezza e tassatività, è possibile definire il disastro c.d. innominato (colposo), quale elemento a doppio parametro, uno diagnostico e l'altro prognostico:
- diagnostico, attinente all'evento di danno, da ricondursi ad una condotta casualmente efficiente (ed inosservante una norma agendi la cui osservanza, esigibile nelle condizioni inizialmente rilevanti, quell'evento di danno avrebbe potuto prevenire);
- prognostico, attinente al pericolo per la pubblica incolumità.
Parametri per la cui configurabilità è necessaria: “una concreta situazione di pericolo per la pubblica incolumità, nel senso della ricorrenza di un giudizio di probabilità relativo all'attitudine di un certo fatto a ledere o a mettere in pericolo un numero non individuabile di persone, anche se appartenenti a categorie determinate di soggetti” (Cassazione Pen., Sez. IV, 18 maggio 2007 n. 19342).
Così superati i problemi attinenti al campo referenziale (oggettuale) sotteso al termine ‘disastro' (ed al sintagma ‘altro disastro') ed alla delimitazione semantica del dato testuale di cui alla norma incriminatrice, è opportuno vagliare in che modo la Giurisprudenza abbia perimetrato due ulteriori aspetti problematici posti dal combinato disposto di cui agli art. 449 e 434 c.p.:
- in primo luogo, in quali termini (e secondo quali elementi) possa dirsi configurabile il disastro c.d. innominato;
- in secondo luogo, quali ipotesi di causalità possano dirsi accettabili nella ricostruzione del pericolo sotteso alla fattispecie incriminatrice.
Con riferimento al primo aspetto ora enucleato è opportuno prendere le mosse da Cassazione Penale, Sez. IV, 18 maggio 2007 n. 19342 secondo cui: “l'effettività della capacità diffusiva del nocumento (cosiddetto pericolo comune) deve essere, con valutazione “ex ante”, accertata in concreto, ma la qualificazione di grave pericolosità non viene meno allorché, eventualmente, l'evento dannoso non si è verificato: ciò perché si tratta pur sempre di un delitto colposo di comune pericolo, il quale richiede, per la sua sussistenza, soltanto la prova che dal fatto derivi un pericolo per l'incolumità pubblica e non necessariamente anche la prova che derivi un danno”.
In altri termini, secondo la Suprema Corte, affinché il reato di disastro innominato colposo possa dirsi sussistente non è necessario che si sia verificato un evento dannoso ma è sufficiente che possa dirsi integrata una effettiva capacità diffusiva del pericolo per la pubblica incolumità, dalla quale l'evento, per assumere le dimensioni del disastro, deve essere caratterizzato.
Sotto il profilo probatorio, si ha, quale conseguenza (logica) di tale ragionamento, che “la dimostrazione del pericolo non deve essere traslata da quella dell'avvenuto danno cagionato dalla condotta colposa, perché, altrimenti, si finirebbe con il travisare la vera natura del reato di disastro colposo di cui all'articolo 449 c.p., negandone l'appartenenza al genus dei delitti colposi di comune pericolo, laddove infatti si richiede soltanto la prova che dal fatto derivi un pericolo per l'incolumità pubblica e non necessariamente anche la prova che ne sia derivato un danno” (ibidem).
Recentemente, sul punto è intervenuta Cassazione Pen. Sez. IV, 15.05.2012 n. 18678 confermando ancora una volta quanto enucleato dalla precedente Giurisprudenza, ovvero, che il disastro innominato colposo sia un delitto di comune pericolo che richiede “il verificarsi di un avvenimento grave e complesso con caratteristiche diffusive e con conseguente pericolo per la vita o l'incolumità di persone indeterminate, anche se appartenenti a categorie determinate di soggetti, ma non è necessario che queste persone subiscano un danno né che si realizzi l'accadimento distruttivo di eccezionale gravità”.
Ecco, dunque, il requisito essenziale del delitto de quo: non già l'avvenuto verificarsi dell'evento dannoso, collegato eziologicamente alla condotta colposa, ma l'effettiva capacità diffusiva del pericolo per la pubblica incolumità.
Sinteticamente, sul piano strutturale, il reato di cui al combinato disposto degli artt. 449 e 434 c.p. sussite in presenza del pericolo di un evento (indipendentemente dal verificarsi dello stesso) di grave atto a produrre effetti dannosi riconducibili, in punto di oggettività giuridica (“pubblica incolumità”), al pericolo per la vita o l'integrità fisica di un numero indeterminato di persone.
In merito al secondo aspetto, relativo alla tipologia di ipotesi causali che possano dirsi accettabili nella ricostruzione del pericolo sotteso alla fattispecie incriminatrice in esame, è opportuno segnalare un dictum della Suprema Corte particolarmente interessante sul punto: Cassazione Pen. Sez. IV 21.12.2011 n. 47474.
Chiamata a pronunciarsi in tema di disastro colposo, la quarta sezione penale nella sentenza ora citata, nel confermare il principio di diritto già enunciato da Cassazione Pen. Sez IV 30057/06, delinea con sorprendente immediatezza due aspetti centrali dal concetto di nesso causale, particolarmente pregnante nel reato in esame e nei reati di pericolo in generale: la natura del giudizio ipotetico c.d. controfattuale e il requisito di prevedibilità/evitabilità dell'evento.
Così si legge in sentenza: 
- “in caso di comportamento omissivo, per verificare la sussistenza del nesso di causalità, il giudizio controfattuale è meramente ipotetico, dovendosi mentalmente dare per verificato il comportamento omesso, chiedendosi se l'evento verificatosi si sarebbe ugualmente realizzato in termini di elevata credibilità razionale”;
- “per verificare la sussistenza dell'elemento soggettivo della colpa, occorre accertare, con valutazione “ex ante”, la prevedibilità dell'evento, giacché non può essere addebitato all'agente modello (“homo ejusdem professionis et condicionis”) di non avere previsto un evento che, in base alle conoscenze che aveva o che avrebbe dovuto avere, non poteva prevedere, finendosi, diversamente opinando, con il costruire una forma di responsabilità oggettiva”.
Muovendo da tali razionalistici assunt, la Suprema Corte spiega che, in tema di causalità, può pervenirsi al giudizio di responsabilità quando, all'esito del ragionamento probatorio, che abbia altresì escluso l'interferenza di fattori alternativi, risulti giustificata e “processualmente certa” la conclusione che la condotta omissiva dell'imputato è stata condizione necessaria dell'evento lesivo con “alto o elevato grado di credibilità razionale” o “probabilità logica” (cfr. anche: Cassazione Pen., Sez. IV, 17/05/2006 n. 4675), dovendo il Giudice, nella sua valutazione sulla determinazione causale “discernere quali siano quelle che costituiscono mere ipotesi, da quelle invece che si prospettano come probabili cause in quanto ancorate ad elementi di fatto emergenti dagli atti del processo”.
A conclusione del ragionamento la quarta sezione penale (47474/2011) conferma e consolida il seguente principio di diritto:
“In tema di causalità, una mera ipotesi che appartenga al novero del solo astrattamente possibile non è idonea, di per sé, a togliere rilievo a fatti diversi storicamente accertati che esplicano i loro effetti non più nella sfera dell'astrattamente possibile, ma in quella del concretamente probabile. A fronte di una spiegazione causale del tutto logica, siccome scaturente e dedotta dalle risultanze di causa correttamente evidenziate e spiegabilmente ritenute, la prospettazione di una spiegazione causale alternativa e diversa, capace di inficiare o caducare quella conclusione, non può essere affidata solo ad una indicazione meramente possibilista, ma deve connotarsi di elementi di concreta probabilità, di specifica possibilità, essendo necessario, cioè, che quell'accadimento alternativo, ancorché pur sempre prospettabile come possibile, divenga anche, nel caso concreto, hic et nunc, concretamente probabile, alla stregua, appunto, delle acquisizioni processuali”.
Alessandro Olivari
Avvocato - Dottore di ricerca Università degli Studi di Milano
Studio Legale e di Ingegneria
via Luca di Paolo n. 6 - 62024 - Matelica (MC)
Mail: olivari.alessandro@gmail.com
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(03/05/2014 - Avv. Alessandro Olivari)
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