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I SANDALI DI PERSEO ovvero "intorno al linguaggio dei
giuristi" (di
Roberto Cataldi)
Lo strumento del pensiero logico è il linguaggio. Tutti conosciamo quanto
sia importante e complessa l'azione e la funzione del linguaggio per
l'adattamento alla realtà. Non solo attraverso questo noi apprendiamo quale
è il sistema dei "modelli" sociali, quali sono le regole dell'interazione
tra persone. E' soprattutto la sua funzione normativa, che veicola e
sancisce cosa è giusto e cosa è sbagliato ad interessarci. Spesso il
linguaggio finisce per cristallizzarsi in forme rigide e chiuse, non traduce
più i movimenti dell'anima, ma si fa veicolo di un pensiero collettivo,
adattativo, il registro sterile di una tradizione cui il singolo individuo è
costretto ad adattarsi.
J’è accuse! Proprio così è risuonata l’eco delle parole che è mi giunta alle
orecchie durante le lunghe ore di dibattito tra colleghi, a un seminario di
procedura civile! La quotidiana frequentazione delle aule dei tribunali,
riflettevo, ci ha abituati a un lessico e a un vocabolario che non esistono
nella vita comune. L'assuefazione è tale che non riusciamo a renderci conto
della sterilità di tale lingua, di parole e locuzioni che, usate in un
contesto diverso, più che alla riflessione muoverebbero a un sorriso di
commiserazione.
Mi sono reso conto in sostanza di quanto quel modo di argomentare, pur nel
suo assoluto rigore formale, tecnico e giuridico, fosse completamente avulso
dalla realtà: mi è apparso a un tratto come un atto di accusa tremendo
contro chiunque si occupi di giustizia.
Ho avvertito, infatti, la presenza di un'opacità insostenibile che obnubila
non solo l’ordinamento giudiziario ma anche il modo stesso di operare di noi
avvocati, marcando un divario pesante tra quanto è normalmente al centro
delle nostre discussioni (o che leggiamo nelle nostre comparse e nelle
sentenze) e quelle che sono le aspettative di chi a noi si rivolge per
chiedere giustizia.
In questo scenario la cosa più preoccupante che si rileva è il compiacimento
autoreferenziale, il “vezzeggiare” improduttivo dei cosiddetti “luminari del
diritto” che, nutriti di edotte elucubrazioni teoriche, abili nel trovare il
cavillo e il “lacciuolo” di ogni norma, non sembrano accorgersi
dell’inutilità, dell’insensatezza e, soprattutto, della dannosità di simili
discussioni.
Si continua a dibattere ancora dei mille, inutili problemi che noi stessi
abbiamo creato, dimostrando così una dannosa propensione a sollevare
obiezioni di ogni sorta senza indagare sulla sostanza delle cose: questo è
il segno inequivocabile di inciviltà giuridica, l' espressione tangibile di
un ordinamento malato che non sa garantire giustizia al cittadino.
Ben vengano, allora, i “che c’azzecca” di Di Pietro e di quanti come lui
hanno restituito o tentato di restituire comprensibilità al linguaggio
giuridico e una vitalità assolutamente nuova a un ordinamento che somiglia a
una ferruginosa macchina incapace di muoversi perché immobilizzata dalla sua
stessa, pesantissima, mole.
Italo Calvino nelle sue “Lezioni americane” ha lanciato una sorta di sfida
alla pesantezza del vivere. Le sue proposte nascono dalla sua esperienza di
scrittore, dunque di trasformatore della lingua, ma il messaggio è chiaro e
diretto a ogni uomo, utile alla riflessione in ogni ambito professionale, a
ogni attività umana.
La “leggerezza”, la “rapidità” l’ “esattezza”, sono proposte come valori
alternativi a questa opacità diffusa nel mondo. Non me ne vogliano allora i
puri giuristi se, rasentando l’eresia, farò riferimento alle riflessioni di
questo grande scrittore di “fiction”, utilizzandole quale chiave di lettura
dei mali consueti del mondo giudiziario, poiché ritengo il suo un messaggio
universale.
“In certi momenti - scrive Calvino - mi sembrava che il mondo stesse
diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a
seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto
della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile
della Medusa. L’unico eroe capace di tagliare la testa della Medusa è
Perseo, che vola con i sandali alati. Perseo che non rivolge il suo sguardo
sul volto della Gorgone ma solo sulla sua immagine riflessa nello scudo di
bronzo ... Per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare,
Perseo si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e
spinge il suo sguardo su ciò che può rivelarglisi in una visione indiretta,
in una immagine catturata allo specchio”.
Come possiamo anche noi dotarci di quelle ali che hanno consentito a Perseo
di sconfiggere il mostro, come avere uno sguardo più lieve sulle cose senza
essere catturati e pietrificati dalla loro pesantezza?
Non si tratta di un’impresa impossibile. Basterebbe recuperare la dimensione
più vera ed autentica che è in ognuno di noi, disporci all'ascolto della
voce, resasi sempre più flebile, del nostro vero io, svincolarsi dal
retroterra (in)culturale proposto e sostenuto come unica verità da un
sistema di pensiero giuridico che non si preoccupa dell’uomo ma solo del
rispetto formale delle leggi.
Ciascuno di noi ha dovuto imparare da questi sedicenti maestri (introiettandolo
quale unico strumento) un linguaggio fatto di schematismi, di terminologie
tecniche, di latinismi e frasi fatte, e ha in qualche modo rinunciato a un
suo stile personale per assimilarne uno già pronto, preconfezionato: lo
stile giudiziario.
Quello che intendo dire è che dovremmo dimenticare tutto ciò che ci è stato
insegnato per ritornare all’essenza del giusto, per recuperare il contatto
con la realtà più umana che vive al di fuori delle aule giudiziarie. Solo
questo confronto può aiutarci a scoprire il non senso che si nasconde dietro
ogni comparsa, ogni memoria, ogni sentenza e sostenerci nella denuncia di
questo uso massiccio e ingiustificato di un lessico che sempre più
assomiglia a un industria del già detto e del già sentito.
La pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo, del resto, ricorda ancora
Calvino, sono “qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si
trova il modo di sfuggirle”.
Pensiamo alle decine di pagine che siamo abituati a scrivere per ciò che
potrebbe essere spiegato in poche battute, ai vocaboli incomprensibili, alla
retorica delle arringhe infarcita di banalità e luoghi comuni: come può
comprenderle chi non ha assimilato una forma mentis così distorta?
Sia chiaro, non voglio con questo elogiare la superficialità che è cosa ben
diversa dalla semplicità, ma credo che un'importanza fondamentale, per
rivitalizzare la giustizia, risieda, come insegna Calvino, nel recupero
della leggerezza.
Non si tratta solo di una questione di stile; non basta insomma rinnovare il
vocabolario per abbandonare il “duro calle”. Occorre riappropriarsi
dell’essenza dell’utile, puntare all’essenza, rinunciare alle inutili
polemiche che denunciano una scarsa professionalità.
Dobbiamo liberare i nostri scritti anche dal peso del rancore e della rabbia
che a volte ci viene trasmessa da coloro che vogliamo assistere, e agire con
quella serenità e lucidità che assumono un ruolo decisivo per un buon
risultato.
Se desideriamo realmente una giustizia che funzioni dobbiamo allora
percorrere la strada della semplicità. Dobbiamo essere i primi a diffondere
una nuova coscienza giuridica che, se non altro, costringerà anche chi ha il
compito di mettere mano alle riforme, a fare i conti con una realtà
complessa, che non si lascia irretire nel formalismo.
Gli uomini, scriveva Cesare Beccaria nell’introduzione a <<Dei delitti e
delle pene>>, “se non dopo esser passati framezzo mille errori nelle cose
più essenziali alla vita ed alla libertà, dopo una stanchezza di soffrire i
mali, giunti all'estremo, non s'inducono a rimediare ai disordini che gli
opprimono, e a riconoscere le più palpabili verità, le quali appunto
sfuggono per la semplicità loro alle menti volgari, non avvezze ad
analizzare gli oggetti, ma a riceverne le impressioni tutte di un pezzo, più
per tradizione che per esame” .
Indossare i sandali di Perseo significa allenare le nostre menti alla
leggerezza, apprendere a essere meno rozzi, fecondare il nostro linguaggio
con i semi della leggerezza e della semplicità. Le uniche in grado di
evitare che siano ancora gli errori e i mali i soli catalizzatori dei
cambiamenti, e che le leggi e la giustizia, invece di essere comprensibili
ai cittadini, abbiano il sapore amaro del pane altrui.
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