L'OMBRA DEL DUBBIO (di Roberto Cataldi)

Colui che, […] sull’esempio del redattore della Genesi, è restio ad associare l’età dell’oro al divenire […] sa che la giustizia è un’impossibilità materiale, un grandioso nonsenso, l’unico ideale di cui si possa affermare con certezza che non si realizzerà mai, e contro il quale la natura e la società sembrano aver mobilitato tutte le loro leggi [1] (Cioran 1960, 119-120).

 La contraddizione, il contrasto sono impliciti a qualsiasi dichiarazione di principio: la giustizia, la morale, la democrazia, in quanto emblemi di una collettività di opinioni e credenze, non possono che risultare manchevoli, incomplete. Dalla regola e dal principio che tentano di fissare un punto comune e incontrovertibile, ostinatamente resistente al tempo e al divenire, non ci si può aspettare certo l’assoluto. Al contrario: la fissità delle forme non può che dar torto alla naturale trasformazione degli eventi, delle cause e degli effetti. Appare dunque evidente come, nonostante la strenua difesa della giustizia e delle sue regole, il dubbio e l’errore siano quanto mai di casa nell’ambito forense e nella vita di tutti i giorni. E, ancora una volta, la più lucida metafora di questa contraddittorietà interna al sistema ci viene da un non addetto ai lavori. Nel 1947, Alfred Hitchcock diresse il film intitolato Il caso Paradine, tratto dall'omonimo romanzo di Robert Hichens. La trama si sviluppa attraverso una vicenda giudiziaria apparentemente lineare: l’abile avvocato Anthony Keane assume la difesa di una giovane vedova accusata d’aver ucciso l’anziano marito (il colonnello Paradine). Colpito dalla bellezza dell’imputata, Keane se ne innamora perdutamente e, pur di sottrarla alla condanna, si adopera a costruire un teorema giuridico credibile che finisce però per inchiodare un’innocente. Non si tratta, come potrebbe sembrare, della storia di una fede pervicacemente seguita al di là dell’effettiva verità dei fatti. Tutt’altro: la pellicola è la narrazione di una progressiva trasformazione di ciò che inizialmente era una semplice convinzione razionale in una vera e propria seduzione sensuale, che conduce Keane a non vedere la colpevolezza inoppugnabile della sua cliente. Non è la prima volta che il cinema e la letteratura ci pongono di fronte ai paradossi del mondo giudiziario e alle sue inevitabili ambiguità: l’austero e irreprensibile Javert, ne I Miserabili di Victor Hugo, si toglie la vita quando si accorge che la legge lo aveva portato a perseguitare un uomo giusto. L’avvocato Sam Bowden, del film di Martin Scorsese Cape Fear, tradisce il suo cliente, che era stato autore di una brutale violenza ai danni di una sedicenne. Il perfido governatore Angelo, del dramma shakespeariano Measure for measure, infligge una condanna a morte a chi aveva sedotto una fanciulla, quando lui stesso abuserà della sorella del condannato. I tribunali, lo sappiamo, si differenziano profondamente dalla finzione cinematografica, ma non sfuggono di certo – nella realtà di tutti i giorni – alle contraddizioni e alle ambiguità. Come nel film di Hitchcock, spesso il luogo comune più ricorrente nella rappresentazione dell’universo forense è, appunto, quello di un ambiente fatto di personaggi dalla morale machiavellica. Dotati di una magistrale immunità da scrupoli e risentimenti. La nostra è una professione che viene spesso concepita come uno strumento attraverso il quale tutto è concesso, per cui il modo e i mezzi del nostro agire non costituiscono più un interrogativo morale, se lo scopo ultimo è quello di vincere la causa. In un modo o nell’altro, si finisce così per essere “degnamente” considerati, dai non addetti ai lavori, una compagine di “azzeccagarbugli”, sempre pronti a far passare dalla parte della ragione coloro che sono nel torto e viceversa. Effettivamente, una delle prime cose che si imparano infilando una toga è che il nostro compito deve essere solo quello di difendere la tesi del cliente: poco importa se egli abbia ragione o meno. Ma è proprio vero che le cose debbano andare necessariamente così? Personalmente non credo. Anzi: avallare una simile concezione della professione forense significherebbe esporsi al rischio di perdere gradualmente e inesorabilmente il contatto con quella dimensione umana che dovrebbe albergare in chiunque abbia scelto questo mestiere per amore della giustizia. E’ inevitabile, purtroppo, che un approccio solo tecnico e strumentale all’esperienza legale finisca per farci assuefare a un modus operandi segnato dall’indifferenza e da un atteggiamento acritico di fronte a ogni vicissitudine, che quotidianamente ci si propone con tutta la sua inevitabile carica di umanità. Si rischia, così, di ridurre quel dramma umano che si consuma dentro l’esperienza del processo a una banale questione di norme. Una svalutazione dell’idea di legalità che conduce al mero tecnicismo e che si snoda attraverso l’estenuante ricerca, tra commi e articoli, delle condizioni più favorevoli. La legge, purtroppo, nella sua tipica astrazione dalla viva concretezza del reale, disumanizza le coscienze, le rende impermeabili alla vita; e noi, professionisti del diritto, subiamo il peso di questa separazione coatta tra ciò che la norma propone come giusto e ciò che invece ci suggerisce il nostro cuore. Può apparire un’eresia parlare di una “legge del cuore”, specie se queste parole provengono da un avvocato. Eppure è proprio così: il nostro cuore tal volta riesce a indicarci la strada migliore, molto più di quanto non sappia fare la pura razionalità. Le obiezioni a questo mio punto di vista sono molteplici: se ci fosse giustizia a questo mondo non ci sarebbero i tribunali e neppure gli avvocati; di persone che si soffermino a riflettere su questi argomenti non se ne sente proprio la mancanza, vista la lentezza degli ingranaggi della giustizia e la vorticosa routine quotidiana che non ci lascia il tempo per porci troppe domande. Forse questa è la convinzione dominante, una convinzione purtroppo avallata dalla considerazione che “tanto le leggi non le facciamo noi”. Ma è lecito affidarsi acriticamente a un sistema, palesemente compromesso, o non dovremmo piuttosto fare del nostro mestiere anche la nostra arte? Non dovremmo forse difendere gli strumenti del nostro operare e le nostre scelte? E’ vero che le leggi non le facciamo noi, ma sul campo di battaglia siamo noi a doverci scendere. E non è facile scendere in un campo che prevede schieramenti così netti e decisi. Allora, quando si entra nel vivo, con la consapevolezza di quanto tutto questo possa costare in termini di coscienza individuale, è naturale chiedersi se sia possibile dire “basta” a questa sorta di “schizofrenia”. Ovvero se sia praticabile la strada che abbandoni la regola dell’abitudine – quella voragine che ci distanzia pericolosamente dal cittadino, da quel nodo inestricabile di umanità e di diritto che esso rappresenta, quando diventa l’attore di una disputa legale. Probabilmente è proprio la routine quotidiana ad averci coperto gli occhi ed ecco, allora, che il caso limite può assolvere alla funzione di detonatore della coscienza: è proprio quando compare l’ombra del dubbio, quando le nostre certezze cominciano a indebolirsi, che riusciamo finalmente a porci un problema etico e intellettuale sul senso delle nostre scelte. Tornando alla vicenda della signora Paradine, verrebbe da chiedersi se sia giusto, pur di salvare il proprio cliente, correre il rischio che le sue colpe ricadano su un innocente, facendo propria la cieca osservanza del precetto per cui un buon avvocato deve essere adatto per tutte le stagioni. Stando alle regole deontologiche, la risposta parrebbe essere affermativa, almeno entro certi limiti. Di certo, dovremmo fare il possibile per difendere il nostro assistito, senza curarci troppo della sorte altrui. Se però diamo ascolto alla voce del nostro cuore, ci accorgiamo che la questione può assumere valenze del tutto opposte. Ci troveremmo smarriti di fronte all’indubbia incertezza di una scelta: da un lato non possiamo tradire le regole deontologiche né infrangere quel patto che ci lega al cliente, e che con lui abbiamo stretto nel momento in cui abbiamo accettato di difenderlo. Dall’altro sappiamo che così facendo un innocente rischierà la condanna e noi avremo commesso un crimine contro quei principi non scritti di giustizia che risiedono nel profondo della nostra anima. Il diritto vive nell’ambiguità, si nutre di contraddittorietà. Sta a noi saperci giostrare nell’impossibile, entrare a vivere in quest’universo dai contorni indefiniti, sapendo bene che le scelte non sempre possono essere catalogate e che non si può avere certezza su ciò che è giusto e ciò che non lo è. I casi limite, dunque, possono porci di fronte a dilemmi che potrebbero restare irrisolti. Ma è proprio questo il punto: occorre abbandonare quella presunzione di giustizia assoluta che abbiamo voluto assegnare al vasto mondo del diritto. Dobbiamo acquisire consapevolezza che la giustizia non può assurgere a valore assoluto e che la legge non potrà mai garantire una volta per tutte il conseguimento di un valore ideale. Il valore giustizia dovrà rimanere una meta, un obiettivo virtuale che ci sfugge continuamente, e per il quale la norma non è altro che il tentativo di codificare ciò che per sua natura è incodificabile. La legge, in questo senso, è l’illusione di poter convertire ogni principio in un dogma, laddove la giustizia è sempre più legata alla molteplicità e alla mutevolezza del contingente. Non si tratta di mettere in discussione il fondamento stesso del nostro ordinamento giuridico o, peggio ancora, il ruolo e la funzione dell’avvocato, ma occorrerebbe ridisegnarne i contorni e aprire lo sguardo verso orizzonti più ampi di quelli che possono riservarci le anguste mura delle aule dei tribunali. Il problema storico, e ancora attuale, del mondo del diritto è forse quello di essere stato troppo spesso lontano dalle reali esigenze di giustizia, che riescono a manifestarsi maggiormente nelle coscienze degli uomini, piuttosto che nei manuali di diritto. Dobbiamo allora imparare a calarci nelle situazioni reali, imparare a confrontarci con il vasto mondo dei sentimenti e delle emozioni che possono illuminarci più di qualsiasi teoria accademica: perché laddove la sola razionalità non ci fa vedere oltre la punta del nostro naso, la nostra sensibilità può aprire squarci improvvisi, aggiungendo alle nostre scelte una consapevolezza improntata soprattutto al buon senso. Ciascuno di noi, allora, prima di entrare in aula, dovrebbe riflettere non solo sul senso del suo mestiere, ma anche sul senso profondo dell'esistenza, ridefinendo radicalmente il sistema delle proprie priorità. Il problema, inutile nasconderlo, è molto complesso, poiché investe campi diversi e diversi aspetti della nostra professione. Si corre il rischio di mettere in crisi il rapporto stesso con il cliente e, dunque, il senso stesso della nostra funzione. Ma il rischio è soltanto apparente, giacché in realtà si tratta solo di scegliere da che parte stare: una scelta che siamo chiamati a fare in prima battuta, ossia nel momento stesso in cui decidiamo di accettare un incarico. E’ lì che dobbiamo calarci nei panni del nostro cliente, è lì che dobbiamo decidere quella che sarà la nostra direzione. Possiamo assumere il caso sulla scia della consueta routine oppure far passare la nostra scelta per la porta del cuore, nella consapevolezza che, se non saremo convinti delle nostre ragioni, la nostra non potrà essere che una strada segnata dalla sconfitta. Nel caso di Paradine, l’uomo ingiustamente accusato da Keane si toglie la vita, ma questo evento drammatico non è servito a illuminare la coscienza del giudice e degli avvocati. Sarà invece l’imputata, la giovane e bella signora Paradine, a confessare d’aver ucciso il marito e a porre fine allo scandalo di un procedimento che, nonostante tutto, si stava svolgendo all’insegna della legalità. La giustizia in questo caso non si è fatta avanti attraverso il mondo del diritto, ma attraverso la figura di un’affascinante “dark lady”: una donna che con quel mondo si stava confrontando per la prima volta e che, per questo, era rimasta estranea alla perversione tipica della logica giudiziaria. E’ paradossale che Hitchcock scelga di far incarnare la voce della coscienza a un’omicida, che tuttavia dal fondo oscuro della sua anima, benché macchiata dall’ombra del delitto, ha saputo impartire una lezione di altissima sensibilità giudiziaria persino al suo infatuato difensore. Forse è stato proprio grazie a questa sua estraneità che la vedova Paradine ha potuto trovare il coraggio di ascoltare la sua anima e di comprendere, al temine della sua intricata vicenda, l’orrore cui l’avrebbe condotta un normale e legale iter giudiziario. Ecco perché gli addetti ai lavori dovrebbero prestare maggior attenzione a chi, da fuori, gli mostra con crudele schiettezza i limiti dei loro principi e insinua il dubbio che qualcosa debba essere cambiato. In apertura di questo articolo abbiamo citato Cioran. Non credo che sia casuale la sua similitudine tra la Genesi biblica e la giustizia. Il limite dell’una come dell’altra è quello di non voler prendere consapevolezza che non si può coniugare “l’età dell’oro” sempre al passato. Gli uomini cambiano, le società e le consuetudini si trasformano e i principi devono mantenersi elastici, mobili, aperti al dubbio e al cambiamento. Bisogna tendere al “principio”, muoversi verso di esso e non cristallizzarlo in una forma morta che, troppo spesso, finisce per mostrarsi inadeguata.

Consulenza legale | www.studiocataldi.it  | www.robertocataldi.com | Elenco articoli | News giuridiche | News per il tuo sito