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IL LIMITE DELLA LEGGE (di Roberto Cataldi)

[…] Affacciatosi a una finestra del palazzo, Creonte notò un bagliore lontano che pareva provenire da un rogo funebre e, recatosi a indagare, sorprese Antigone nel suo atto di disubbidienza.[…]


Esiste un limite intrinseco nel concetto di legalità, qualcosa che la rende “naturalmente” imperfetta, inadeguata rispetto alla complessa ed eclettica realtà umana. L’illusione di poter rintracciare norme universalmente valide, capaci di regolare ogni aspetto della vita sociale, non può che cedere il passo dinanzi all’inestricabile complessità dell’esperienza e, ancor di più, di fronte all’evidenza del difficile connubio tra la legge positiva e la legge della coscienza. E' proprio da questo stridente contrasto che trae vigore lo spirito di ribellione, il desiderio e il bisogno di colmare con le proprie forze i tanti vuoti, le lacune e i buchi neri che ogni dimensione legislativa sembra recare con sé.
Gli atti di ribellione fanno parte dell'esistenza di tutti noi e iniziano a prendere forma sin dall'infanzia. La ribellione implica sempre delle conseguenze particolari, generalmente critiche spietate e punizioni severe. Questo tipo di conseguenze, questi prezzi che paghiamo sin da giovanissimi, agiscono sul nostro sviluppo psicologico come una perversa forma di imprinting che ci blocca nelle successive iniziative influenzando il nostro comportamento e, soprattutto, impedendoci di ribellarci all'autorità, di opporci a ciò che appare in disaccordo con i nostri valori e desideri.
Sebbene il timore delle conseguenze di un atto di ribellione sia sempre molto intenso, paralizzante, sono numerosi i personaggi che potremmo citare come emblematici esempi di un coraggio tanto grande da oltrepassare le barriere della paura e sfidare la legge. Antigone è senza dubbio uno di loro.
Per comprendere il messaggio più autentico racchiuso nella vicenda di Antigone, occorre fare riferimento - seppur brevemente - alle due tragedie sofoclee che hanno dato vita al mito vero e proprio: Antigone (441) e l'Edipo a Colono (407).
Figlia di Edipo e di Giocasta, Antigone nasce da un incesto, giacché la madre di Edipo era la stessa Giocasta. L'unione dei suoi genitori si consumerà nella più completa inconsapevolezza dei due, e nel momento in cui Giocasta si renderà conto dell'incesto avvenuto, si toglierà la vita impiccandosi.
Non meno atroce sarà la sorte che spetterà ad Edipo il quale, dopo aver preso coscienza dell'accaduto, e non potendo sopportarne lo strazio e la vergogna, si accecherà trafiggendosi gli occhi con due spilloni. Rendersi volutamente cieco è un gesto estremo, terribile, che cela però un messaggio importante: Edipo sceglie di diventare cieco per esimersi dal vedere il risultato delle proprie azioni.
Nell'Edipo a Colono, Antigone viene ritratta come l'eterna compagna del padre, al suo fianco nei momenti di dolore e di sconforto, la guida nel suo errare cieco per il mondo. Rimanendo sempre accanto all'anziano genitore, Antigone decide di sacrificare al padre tutta la sua vita, giovinezza e femminilità: non conoscerà mai l'amore fisico.
Osservata da questa prospettiva, Antigone sembrerebbe incarnare un simbolo di rinuncia: diviene vittima di un doloroso destino, costellato di solitudine e frustrazione. Le rinunce hanno sempre un prezzo, e nel caso di Antigone questo sarà rappresentato dalla più estrema solitudine.
Nonostante ciò, sarebbe un grave errore considerare Antigone alla stregua di una mera vittima sacrificale, passiva dinanzi agli eventi e incapace di reagire. Altri aspetti della sua personalità, infatti, delineano l'immagine di una donna coraggiosa e consapevole delle proprie azioni, tenacemente aggrappata ai propri ideali e pronta a tutto pur di non calpestare i valori in cui credeva. Come vedremo, Antigone si ribellerà a quella che riteneva essere una grave ingiustizia e nel fare ciò lei manifesterà con tenacia la volontà di rimanere fedele a se stessa.
In effetti, gli atti di ribellione che ognuno di noi può compiere, dipendono da caratteristiche del tutto soggettive, da una sorta di "destino individuale", costituito da valori e ideali assolutamente personali. Potremmo così affermare che ognuno di noi ha un proprio destino, un percorso individuale da compiere e portare a termine nonostante ostacoli e difficoltà. Per il nostro cammino personale, tutti noi dovremmo essere pronti e disposti, qualora le circostanze lo rendano necessario, a ribellarci, a gridare un forte e deciso "no". Purtroppo, però, la maggioranza delle persone non riesce a pronunciare quel “no”, a opporsi a tutto ciò che soffoca la loro realtà più autentica e così, dimentichi della legge interiore, accetteranno in silenzio tutto quello che succede rinnegando il grido della loro anima.
La condanna a morte di Antigone per aver dato sepoltura a suo fratello Polinice è forse uno degli emblemi più significativi di questo conflitto: il potere coercitivo della legge scritta si scontra con il vissuto individuale, con quell'insieme compatto di sentimenti e di emozioni che con quella legge non può che porsi in netta antitesi. Il sentimento di giustizia, tutto ciò che appartiene al vasto mondo del diritto “non scritto”, può dunque riuscire a condizionare l’agire umano fino a farlo sconfinare nell’illegalità. Quando l'antagonismo di Eteocle e Polinice diverrà tanto intenso da condurre alla morte dei due fratelli, l'uno per mano dell'altro, Creonte prenderà una grave decisione, commettendo un'ingiustizia tanto grande da indurre Antigone ad intervenire per porvi rimedio. Dopo aver predisposto affinché ad Eteocle vengano tributati i massimi onori, Creonte nega la sepoltura a Polinice e minaccia di morte chiunque avesse tentato di infrangere quel divieto. Dinanzi a una simile ingiustizia, Antigone non può rassegnarsi, e pur di agire secondo il proprio codice etico, e compiere il suo dovere di sorella nei riguardi del fratello morto, è pronta a tutto, persino a rischiare la sua stessa vita. Antigone infrange le leggi della sua città che vietano di dare sepoltura a chi ha tradito la patria ma, allo stesso tempo, sa di non potersi sottrarre alla forza prorompente di ciò che viene dettato dal profondo del suo cuore.
Il suo dramma sta nel fatto di dover compiere una scelta importante ma carica di ambivalenza, una scelta che, in ogni caso, assumerà le sfumature intense del tradimento: potrà tradire la legge positiva oppure quella della sua anima ma, quale che sia la sua decisione, dovrà essere pronta ad assumersi il peso delle conseguenze che ne scaturiranno.
La libertà è un concetto ambiguo per sua natura, giacché se da una parte rimanda all'idea di un'assenza di vincoli e divieti, dall'altra implica la possibilità di perseguire i propri ideali, progetti e desideri fino al momento di trasformarli in realtà, di renderli concreti. La possibilità per l’individuo di autodeterminarsi, però, si accompagna alla necessità di accettarne il presupposto ineludibile: la responsabilità delle proprie azioni e il peso delle relative conseguenze.
Lungo il cammino della propria vita, ognuno di noi avverte, prima o poi, la dilaniante contraddizione di quell’eterno conflitto tra il diritto positivo e la legge del cuore, un conflitto che ci lascerà sempre nell’incertezza, privi di un valido punto di riferimento a cui appellarci nei momenti di maggiore confusione.
La giustizia positiva si basa sui diritti acquisiti dallo sforzo razionale dell'uomo di costruire un consorzio sociale; di conseguenza, violare questi diritti significa mettere in discussione l’intero sistema di cui si fa parte. Il diritto non scritto è qualcosa di più profondo, qualcosa che rimanda a una sfera di valori che sintetizzano le emozioni e le azioni in atti semplici e fondamentali. Due mondi antitetici, dunque, tra cui è sempre difficile trovare un punto d’incontro.
Ma non è tutto. La legge, nella sua presunzione di poter inglobare in precetti universali la realtà che vuol regolare, si scontra inevitabilmente con l’imprevedibilità e la molteplicità della casistica, svelando così la sua incapacità di proporsi e operare secondo quei paradigmi di esattezza e di perfezione cui formalmente dovrebbe ispirarsi. Ciò che in astratto può apparire logico e razionale, non sempre può adattarsi all’inevitabile varietà delle esperienze di vita, e ogni sforzo di codificare principi di giustizia non può che rivelarsi insufficiente, un’approssimazione.
Nel tempo abbiamo dovuto prendere atto che il tentativo di trovare un possibile bilanciamento tra la normalità dei casi si scontra con l’evidenza del continuo insorgere dell’eccezione che, di volta in volta, ci ripropone le stesse problematiche mettendo in crisi l’idea stessa che possa esistere una legge eterna e universale.
Potremmo dire che la legge nasce proprio per essere messa in discussione, per essere cambiata, essa va considerata nella sua natura provvisoria e mutevole, qualcosa che non potrà mai proporsi come sistema universale di valori. Il vero pericolo per la legalità è proprio la cristallizzazione del suo sistema normativo, l’incapacità di evolversi e di appagare quell’ansia di emancipazione tipicamente umana.
La storia dell’uomo, del resto, non è andata avanti sempre e soltanto nel rispetto della legalità; al contrario, il progresso della civiltà è spesso scaturito dalla trasgressione, anche violenta, di regole che la coscienza sociale non riconosceva più come proprie.
Ogni legge, nasce in un determinato momento storico e riflette i valori di una specifica società. Si tratta di valori che cambiano continuamente e, di conseguenza, se un ordinamento giuridico si dimostra incapace di mettersi in discussione, rischia di diventare una realtà completamente avulsa da contesto sociale che si propone di regolare. Ma se la legge è imperfetta per sua natura, ciò non significa che si debba avallare l’idea di un improbabile ritorno allo “stato di natura”. Nessuna società può fare a meno di un suo sistema normativo perché la legge, in fondo, è il presupposto e il fondamento stesso di ogni gruppo sociale organizzato.
Una società nasce nel momento in cui gli individui, per usare le parole di Rousseau, rinunciano alla propria libertà illimitata per ricevere dagli altri la stessa rinuncia.
Ma fino a che punto è giusto limitare la libertà del singolo nell’interesse della collettività? Se, volendo rimanere all'interno del pensiero di Rousseau, "l'uomo è nato libero e ovunque è in catene", dovremmo effettivamente ritenerne responsabile la società e le sue leggi o, piuttosto, dovremmo ricercare altrove una motivazione in grado di spiegare l'assenza di libertà che caratterizza le vite della maggior parte di noi? Non è forse vero, che la possibilità di sentirci individui liberi e autodiretti dipende soprattutto da noi, dalle caratteristiche della nostra personalità, dagli strumenti che il nostro mondo interno ci mette a disposizione?
A volte, naturalmente, può accadere di accettare delle situazioni spiacevoli in funzione di un determinato futuro che speriamo possa presto realizzarsi. In questi casi, però, si tratterà di azioni comprensibili, giustificabili, una sorta di "compromesso" funzionale a un preciso obiettivo se non, addirittura, a un vero progetto di vita. Nonostante ciò, occorre vigilare sempre con grande attenzione sul nostro comportamento giacché, dietro questa situazione di compromesso apparente, può in realtà celarsi una pericolosa insidia: il compromesso si trasforma improvvisamente nel nostro stile di vita. Cosa significa tutto ciò? Significa che l'adattamento a determinate situazioni, persone o contesti che entrano in contrasto con i nostri valori più autentici, può trasformarsi nelle instabili fondamenta su cui poi andremo a costruire l'intera struttura della nostra personalità.
Un simile "stile di vita" rappresenta un rischio enorme, perché è potenzialmente in grado di distruggere alla radice il significato e il valore stesso dell'essere uomini, individui dotati di caratteristiche peculiari che andrebbero sviluppate, alimentate, e per nessuna ragione represse. La repressione, invece, intesa come il soffocamento di aspetti importanti della nostra personalità, è purtroppo frequente. Le persone che soffrono ogni giorno pagando l'alto prezzo della rinuncia, sono più numerose di quanto potremmo supporre, e questo a testimonianza del fatto che non molti sono gli individui pronti a prestare ascolto alla legge del loro cuore.
Molto spesso, ad esempio, le nostre vite vengono costellate da un insidioso meccanismo di evitamento. Questa particolare dinamica ci porta ad "evitare" dissidi, difficoltà, incomprensioni, a calpestare i nostri valori, a rinunciare ai nostri desideri e a tutte quelle circostanze che potremmo definire "rivoluzionarie" e di "ribellione". Evitiamo così di prendere posizione, di agire e persino di parlare, cullandoci nell'illusione che prima o poi tutto si sistemerà nel migliore dei modi. Ebbene, l'insidia del meccanismo di evitamento risiede proprio qui, nel fatto che non riusciamo a comprendere che solo affrontando le situazioni, solo agendo e intervenendo in prima persona, potremmo innescare dei cambiamenti per noi realmente positivi. Da questo punto di vista, Antigone rappresenta un esempio emblematico: si ribellerà con fermezza alla terribile ingiustizia compiuta nei confronti del fratello morto, ma per questo atto di ribellione dovrà pagare un prezzo altissimo, dato dalla sua stessa vita. La pena cui Creonte la condannerà sarà atroce: essere rinchiusa viva nella tomba dei suoi avi. Antigone, però, andrà incontro alla morte spontaneamente e con coraggio, impiccandosi nella prigione in cui era rinchiusa.
Letta più attentamente, la spietata condanna inflitta ad Antigone per il suo atto di ribellione, rivela anche l'intenzione di soffocare la voce e gli ideali di una persona forte e decisa sino al punto di oltrepassare i limiti della legge. Da sempre, il prezzo che tutti coloro che compiono un atto di ribellione sono costretti a pagare è dato in primo luogo dall'isolamento. "Ribellarsi", in fondo, significa anche accettare l'idea di ritrovarsi soli, perché trovare il coraggio di dire “no”, di opporsi a regole e imposizioni collettivamente condivise, significa soprattutto dover rinunciare all'aiuto, al sostegno e alla collaborazione degli altri.
La vita ci sottopone continuamente a situazioni in tal senso esemplificative: chi trova il coraggio per protestare e ribellarsi alle norme condivise ma ingiuste, è destinato a essere isolato, privato di ogni tipo di aiuto. Così fu per Antigone, e così è per tutti coloro che compiono scelte individuali, così personali da rivelarsi in contrasto con lo status quo.
A volte l'individualità caratterizza talmente le nostre azioni, da rendere il loro significato e il valore del nostro comportamento "incomprensibili". Ciò accade perché la nostra personalità si sviluppa lungo binari che non possono in alcun modo intersecarsi con il percorso degli altri. L'evoluzione della personalità, infatti, tende a far sì che ognuno di noi s’immetta sulla "propria" strada, seguendo un percorso che non può esserci suggerito da nessuno al di fuori di noi stessi e che, proprio per questa ragione, sarà difficilmente conciliabile con i percorsi altrui.
Al di là dall’effettiva necessità sociale, oltre il limite di ciò che attiene alle esigenze di una civile convivenza, ogni imposizione non può che diventare un atto di prevaricazione. La rinuncia alla propria libertà, dunque, può trovare una sola giustificazione, quella di tutelare interessi contrapposti e sempre che tutto questo avvenga a condizione di reciprocità.
La civiltà spesso impone delle rinunce ingiustificate, dettate da pregiudizi morali, dalla paura della diversità, dalla perversa volontà di omologare e reprimere ogni spunto di originalità. L’individuo è costretto così a un continuo e inarrestabile processo di adattamento a criteri che gli sono “estranei”, a priorità che non gli appartengono, e quando questa voragine che divide le esigenze collettive dai bisogni individuali diventa insanabile, si mettono le basi per un pericoloso e profondo disagio sociale e, ancor prima, si creano i presupposti validi per innescare dinamiche di ribellione.
In linea generale, infatti, ogni atto di ribellione può essere attribuito ad una illuminante presa di coscienza, ad un particolare tipo di insight che esorterà l'individuo a procedere nel proprio cammino seguendo unicamente la voce proveniente dal suo mondo interiore. Ribelle, sovversivo, coraggioso, audace: questi sono gli appellativi più idonei per descrivere chi non accetta di sottomettersi a ciò che ritiene essere ingiusto e, pertanto, questi sono gli aggettivi che con efficacia possono adeguatamente descrivere Antigone.
Il sovversivo è un personaggio sempre molto affascinante e, in un certo senso, "attuale". I miti, le fiabe, i racconti sono popolati da personaggi di questo tipo, ma ogni giorno noi tutti possiamo avere la possibilità di confrontarci con persone che riescono a trovare il coraggio di dire "no" dinanzi a particolari situazioni. E' senza dubbio un bene che personaggi di questo tipo siano numerosi perché, come la storia insegna, è solo attraverso azioni coraggiose, "sovversive", che sarà possibile incamminarsi verso il cambiamento. L'impeto di ribellione - che ovviamente può essere più o meno giusto, più o meno comprensibile - tende in ogni caso a mutare le situazioni o, almeno, a chiarirle, a dipanarle i nodi più problematici.
Il sacrificio che scaturì dalla ribellione della coraggiosa Antigone fu immenso, e occorrerebbe interrogarsi a lungo per coglierne i tanti significati.
Antigone appartiene a una particolarissima schiera di personaggi, costituita da coloro che conducono un'esistenza "tragica", il cui ritmo viene scandito da un codice del tutto personale. Si tratta di individui che scrivono e seguono una legge unica, del tutto contrastante con le leggi stabilite e le norme condivise. In verità, il mondo in cui viviamo è talmente regolamentato da leggi, norme, regole, da sembrare, per così dire, un mondo in cui "i giochi sono stati già fatti". Sin dal momento della nascita, ognuno di noi è già imprigionato, stretto dalla morsa di ciò che è bene e di ciò che è male, di ciò che si deve o meno fare. Tutto sembrerebbe essere già stato detto e stabilito, ed è come se a noi non fosse data alcuna possibilità decisionale se non quella, naturalmente, del seguire o meno queste leggi, di adeguarci o ribellarci operando dei cambiamenti.
In genere, è l'adattamento a prevalere, ma non sempre. Le metamorfosi possono essere realizzate proprio dai personaggi tragicamente soli ma determinati, come era Antigone. Colui che vive una solitudine estrema, infatti, tende spesso a sviluppare un codice interno in contrasto con il codice esterno, con le leggi, con ciò che viene comunemente considerato giusto o sbagliato. Il personaggio tragico, nel suo voler affermare qualcosa di rivoluzionario, nel suo ribellarsi a quanto è già stato stabilito e deciso, non di rado riesce ad anticipare - addirittura di svariati secoli - una modalità di pensiero che sarà poi assunta come valida, come punto di riferimento. Il ribelle è dunque un anticipatore, una sorta di veggente che non esita a divulgare le proprie idee ma, proprio per questo, sarà costretto a pagare un prezzo elevato. Pagherà con la sofferenza, con l'isolamento, con il rifiuto e il disprezzo del collettivo ma, soprattutto, con l'incomprensione rispetto a ciò che un domani, forse, sarà condiviso e accettato dai più. E' fondamentale quindi, che il comportamento di una persona non venga giudicato a priori, ma sempre analizzato all'interno di un preciso contesto storico. Accade spesso, infatti, che venga considerato un folle o un ribelle, soltanto qualcuno che è riuscito a individuare in anticipo i limiti delle norme e il percorso giusto per superarli.
Il problema, però, è dato dal fatto che nel momento in cui si assume un personale codice interno del tutto personale, immediatamente si viene condannati a pagare un prezzo. La storia di Antigone testimonia proprio il coraggio di qualcuno che, non volendo calpestare i propri valori ed ideali, e non rinunciando a seguire le indicazioni del proprio codice interiore, si dichiara pronto a sfidare la legge e ad accettarne le conseguenze.
L'uomo ha bisogno di “andare oltre”, di sognare ciò che non è ancora compiuto, di muoversi nella direzione di un progressivo miglioramento delle sue attese. Tutto ciò che è stasi, immobilità, non può che generare disagio, e quando un sistema normativo si dimostra incapace di cogliere i segnali di questo malessere, quando le leggi dello stato sono troppo distanti dalle leggi del cuore e dalla naturale variabilità dei sentimenti collettivi, non rimane altra strada, per una vera giustizia, che quella della “trasgressione”.

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