La responsabilità dei genitori, dei tutori, dei precettori e dei maestri d'arte nella giurisprudenza

Le principali pronunce con le quali la Cassazione ha contribuito alla disciplina dell'istituto
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di Valeria Zeppilli – La responsabilità di genitori, tutori, precettori e maestri d'arte è regolamentata, nel nostro ordinamento, dall'articolo 2048 del codice civile.

In esso sono contenute due diverse discipline, a seconda che il soggetto interessato sia il padre, la madre o il tutore oppure si tratti dei precettori e dei maestri d'arte.

I primi, infatti, sono responsabili del danno cagionato dai figli minori non emancipati o dalle persone soggette alla loro tutela, che abitano con essi. Tale disciplina si applica anche all'affiliante.

Per i precettori e per coloro che insegnano un mestiere o un'arte, invece, la sfera di operatività della responsabilità è ovviamente più circoscritta nel tempo: essi, infatti, rispondono del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti solo quando questi sono sotto la loro vigilanza.

Tutti, in ogni caso, sono liberati dalla responsabilità esclusivamente nel caso in cui provino di non aver potuto impedire il fatto illecito.

È chiaro, quindi, che l'articolo 2048 c.c. è il frutto di un bilanciamento di interessi contrapposti (balancing test) che, nel complesso giudizio sulla responsabilità per i danni ingiusti alla persona, intende allocare il rischio sul danneggiante, con le conseguenze che ne derivano” (Cass. n. 26200/2011).


La giurisprudenza della Corte di cassazione

Nonostante quanto stabilito in via generale, non sempre la configurabilità in concreto di tale forma di responsabilità è risultata di agevole individuazione.

Così, un ruolo fondamentale nella costruzione della disciplina dell'istituto è stato svolto dalla giurisprudenza di legittimità che, intervenendo su svariate questioni dubbie, ha tentato di fare chiarezza su tale disciplina.


L'onere della prova

Un primo aspetto interessante sul quale la Corte di cassazione si è pronunciata, peraltro recentemente, è quello inerente l'onere della prova necessario ai fini del risarcimento.

Con la sentenza numero 3365 del 2015, infatti, i giudici hanno chiarito che, nonostante l'articolo 2048 c.c., ponga una presunzione di responsabilità in capo ai soggetti ivi indicati al ricorrere delle condizioni specificate, ciò non vuol di certo dire che il danneggiato, pur essendo esonerato dal provare la colpa, nel caso di specie, di maestro o precettore, sia esonerato anche dal provare la causa del danno.

Quindi, fornita tale seconda dimostrazione, per superare la presunzione di responsabilità di genitori, tutori, precettori e maestri d'arte non è sufficiente per questi dimostrare di non essere stati in grado di spiegare un intervento correttivo o repressivo ma è fondamentale riuscire a provare anche di aver adottato tutte le misure disciplinari idonee ad evitare l'insorgere della situazione di pericolo (cfr. Cass. n. 9542/2009).


Gravità del fatto illecito

Posto, quindi, che sul danneggiato incombe l'onere di provare il fatto costitutivo della sua pretesa risarcitoria e che sul potenziale responsabile ex art. 2048 c.c. incombe l'onere di provare di non aver potuto evitare il verificarsi del danno nonostante le opportune cautele, occorre precisare che la condotta illecita foriera di danno, per poter dar luogo al risarcimento, deve essere di violenza e irruenza tali da risultare incompatibile con il contesto ambientale.

Ad esempio, infatti, con la sentenza numero 10541/2009 la Corte di cassazione ha stabilito che non può essere considerata illecita la condotta dannosa di uno studente tenuta nel corso di una partita di calcetto svoltasi durante le ore di educazione fisica, se ha riguardato un comportamento normalmente praticato per risolvere una situazione che si presenta usualmente nel corso della partita e se è stata connotata in concreto da un grado di violenza e irruenza compatibili con il contesto e con l'età e la struttura fisica dei partecipanti al gioco.

In materia è interessante anche la sentenza n. 26200/2011, con la quale la Cassazione, questa volta pronunciandosi sulla responsabilità dei genitori e sul loro dovere di impartire ai figli un'educazione adeguata, personalizzata ed efficace, ha ritenuto che la carenza e l'inadeguatezza dell'educazione e della vigilanza possano ricavarsi anche dalla gravità e dalle modalità del fatto illecito con la conseguenza di ritenere responsabili i genitori per i danni provocati dal figlio, quando, ad esempio, questi abbia colpito, come nel caso di specie, un avversario di una competizione sportiva con una testata violenta e inaspettata, per di più a gioco fermo e senza aver subito alcuna precedente aggressione da parte della “vittima”.

In tal caso, l'obbligo risarcitorio non può essere neppure eliminato dall'impossibilità dei genitori di intervenire nel corso della gara.


La terzietà del danneggiato

Un'altra questione sulla quale la giurisprudenza è intervenuta a fare chiarezza è quella relativa alla terzietà del danneggiato.

Infatti, la responsabilità di cui all'articolo 2048 opera esclusivamente nel caso in cui il fatto illecito sia posto in essere da figli, allievi, apprendisti o persone soggette a tutela nei confronti dei terzi e non quando tali soggetti cagionino un danno a loro stessi.

La questione, in particolare, si è posta in risalto con riferimento alla responsabilità di maestri e precettori, per i danni subiti dagli allevi all'interno della struttura scolastica.

È infatti proprio in relazione ad un infortunio subito da uno studente nel corso di una partita di calcetto disputata durante le ore di educazione fisica che la Cassazione ha specificato che la responsabilità della scuola ai sensi dell'articolo 2048 c.c. può aversi solo nel caso in cui il danno sia conseguenza del fatto illecito di un altro studente impegnato nella gara.

Anche in questo caso, oltretutto, non sempre l'istituto può essere reputato responsabile, ma è manlevato da qualsiasi dovere risarcitorio nel caso in cui abbia predisposto tutte le misure idonee ad evitare il fatto (cfr. Cass. n. 16261/2012. In tale senso si veda anche Cass. n. 20743/2009, per la quale “ai fini della configurabilità di una responsabilità a carico della scuola ex art. 2048 c.c. non è sufficiente il solo fatto di aver incluso nel programma della suddetta disciplina e fatto svolgere tra gli studenti una gara sportiva, essendo altresì necessario che il danno sia conseguenza del fatto illecito di un altro studente impegnato nella gara e che, inoltre, la scuola non abbia predisposto tutte le misure idonee a evitare il fatto”).

Nelle ipotesi in cui l'allevo, invece, cagioni un danno a se stesso, in virtù del contatto sociale, a trovare applicazione sarà l'ordinaria disciplina della responsabilità contrattuale.

A tal proposito, del resto, occorre precisare che nel momento in cui la scuola accoglie la domanda di iscrizione dell'allievo, in virtù del vincolo negoziale che si instaura, a carico dell'istituto sorge l'obbligazione di vigilare sulla sicurezza e sull'incolumità dell'allievo, pur sempre limitatamente al tempo un cui questi fruisca della prestazione scolastica (cfr. Cass. 2413/2014).


La responsabilità per i fatti occorsi fuori della struttura scolastica

Con particolare riguardo alla responsabilità di maestri e precettori, poi, la Corte di cassazione ha provveduto a mantenere ben distinte le ipotesi in cui il fatto illecito si verifichi all'interno della struttura scolastica rispetto a quelle in cui esso si verifichi all'esterno.

Infatti, solo nel primo caso trovano applicazione gli obblighi di sorveglianza e tutela dell'istituto scolastico di cui all'articolo 2048 c.c., mentre per ciò che avviene prima o dopo (come la caduta sui gradini esterni instabili e sdruccolevoli) può semmai scattare l'applicazione della responsabilità del custode ex articolo 2051 c.c. (cfr. Cass. 19160/2012).


Vedi anche la guida: "La responsabilità scolastica"

Valeria ZeppilliAvv. Valeria Zeppilli - profilo e articoli
E-mail: valeria.zeppilli@gmail.com
Laureata a pieni voti in giurisprudenza presso la Luiss 'Guido Carli' di Roma con una tesi in Diritto comunitario del lavoro. Attualmente svolge la professione di Avvocato ed è dottoranda di ricerca in Scienze giuridiche – Diritto del lavoro presso l'Università 'G. D'Annunzio' di Chieti – Pescara
(06/10/2015 - Valeria Zeppilli)
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