Il contributo, attraverso una lettura psicopedagogica degli articoli del codice civile e di altre fonti internazionali, illustra rischi e prospettive della relazione educativa tra genitori e adolescenti

Don Antonio Mazzi, esperto di problematiche giovanili, afferma: "Tutti scriviamo sull'adolescenza, tutti sappiamo tutto, ma quando arriva il tempo di passare dalle chiacchiere alle scelte operative, la politica, la burocrazia, gli interessi professionali, i ruoli dei docenti bloccano tutto. Secondo me vanno abbattute le aule, bruciati i banchi, evitate le ammucchiate, le classi fisse. Il programma va suddiviso in più parti. Poche lezioni frontali, fatte in aule sempre diverse e con compagni diversi. Vanno moltiplicate più ore di palestra, di musica, di teatro, di laboratorio. La scuola si deve aprire al territorio, a persone e a testimoni affascinanti e significativi". L'adolescenza è un'età particolare le cui peculiarità non vanno enfatizzate né trascurate, ma preventivate e rispettate per prevenire i crescenti problemi adolescenziali, quali il bullismo o il suicidio (seconda causa di morte in questa fascia d'età nel 2014 e anche negli anni successivi).

Fabrizio Fantoni, psicologo e psicoterapeuta, spiega: "Un adolescente si trova di fronte a un vuoto esistenziale che in realtà esprime un desiderio più profondo. La ricerca di un obiettivo che dia significato alla vita di ogni giorno si fa impellente. Occorre allora un progetto, che non può essere rimandato fino all'età in cui bisogna scegliere l'università o entrare nel mondo del lavoro. Si diventa consapevoli di essere portatori di un potenziale inespresso, che richiede con forza di prendere corpo. Come per ogni scelta importante, allora il ragazzo può iniziare rivolgendo lo sguardo dentro di sé.

Verso che cosa si sente portato? Quali sono le sue propensioni? La corporeità, la simpatia, la capacità di cantare o di far ridere, l'apertura verso gli altri, la capacità di ascoltare… Tutte le attitudini, gli interessi e le abilità vanno esplorati per individuare una direzione". Nella Charte du Bureau International Catholique de l'Enfance (Paris 2007) si legge: "Il bambino ha bisogno di essere protetto, nutrito, curato ed istruito. Il suo benessere psicologico è anche essenziale. Il suo legame con la sua famiglia e la sua comunità deve essere preservato. Egli ha diritto alla spensieratezza, alla risata, al gioco, ed anche ad un avvenire professionale". Ciò di cui ha ancor più bisogno l'adolescente nella sua fragilità, perché l'adolescenza deve essere considerata dai genitori come un'altra gravidanza dal cui taglio del cordone ombelicale il figlio si avvierà autonomamente verso la sua vita.

Fabrizio Fantoni aggiunge: "Occorre che le relazioni affettive siano lasciate all'iniziativa dei ragazzi, e non alle nostre, che confondono le acque e diventano intrusioni in cui forse proiettiamo sull'adolescenza dei figli desideri e mancate soddisfazioni di quando noi avevamo la loro età. Stiamone fuori, osserviamo senza facilitare troppo, evitiamo giudizi, sia positivi sia negativi verso le persone che i nostri figli scelgono. Interveniamo piuttosto solo per segnalare che ogni relazione implica un'assunzione di responsabilità verso sé stessi e verso gli altri e quando pensiamo che questo atteggiamento responsabile venga meno". L'adolescenza dei propri figli è il periodo in cui i genitori devono ancor di più prestare ed esplicare, con tutte le difficoltà che comporta, l'assistenza morale prevista negli artt. 147 e 315 bis comma 1 cod. civ..

Gilberto Borghi, pedagogista clinico, richiama: "Dovremmo credere di più nella possibilità dei ragazzi di usare bene la testa. I loro verbi lo dichiarano: mangiare bene, consumare meglio, produrre meno rifiuti, andare a una scuola che funzioni, stare per strada sicuri, prendere l'autobus o il treno sapendo se e quando arrivi, usare le tecnologie per comunicare senza esserne schiavo, ballare senza sballare, ascoltare musica che nutre anche la mente. Ma di questi verbi quanta traccia c'è in coloro che, per ruolo, dovrebbero usare la testa per organizzare la vita sociale in modo più rispettoso di tutti? Quanti politici avrebbero scelto questi verbi?". La pandemia ha messo in luce, tra l'altro, le lacune dell'organizzazione della vita sociale e acuito la distanza degli adolescenti dalla adultistica organizzazione della vita sociale (basti pensare, per esempio, all'acquisto e alla collocazione dei banchi con le rotelle per regolare mantenere le distanze a scuola durante la pandemia). Si è ancora lontani dalla previsione dell'art. 3 par. 3 Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia: "Gli Stati parti si impegnano ad assicurare che le istituzioni, i servizi e le strutture responsabili della cura e della protezione dei fanciulli, siano conformi ai criteri normativi fissati dalle autorità competenti, particolarmente nei campi della sicurezza e dell'igiene e per quanto concerne la consistenza e la qualificazione del loro personale nonché l'esistenza di un adeguato controllo". Coerenza e consapevolezza devono appartenere non solo al vocabolario, ma anche alla grammatica della vita degli adulti. Gli adolescenti hanno bisogno di adulti che debbano essere tali e che non si mettano al loro livello, a cominciare dall'abbigliamento. Prima che si arrivi a parlare di disagio, devianza, necessità di recupero o altro ancora è bene, anzi doveroso, che gli adolescenti possano essere e fare quello che tocca loro: ovvero crescere. Per esempio, investire di più nelle scuole o in altro che possa loro servire e non in comunità o nei carceri minorili dove esistono attività teatrali, sportive, che fuori non sono altrettanto garantite.

GianPaolo Salvini, gesuita economista, ha sottolineato: "Le politiche relative all'infanzia e all'adolescenza non hanno rappresentato una priorità nell'agenda politica delle ultime legislature. In pratica, è mancata una visione strategica di insieme. Ci si è limitati invece a interventi discontinui in situazioni di emergenza o di disagio evidente più che alla promozione dei diritti e del benessere complessivo dei minori". L'infanzia e l'adolescenza non devono essere considerate o affrontate come situazioni di emergenza o di disagio, sono fasi della vita, parti della vita, basi della vita, non solo degli interessati ma di tutti. Occorre sempre più una "nuova cultura dell'infanzia e dell'adolescenza" (il giurista Carlo Alfredo Moro), occorre che la conoscenza e la diffusione della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia (art. 42) diventi tessuto sociale.

Anche il pedagogista Daniele Novara sostiene: "I ragazzi e le ragazze dai 12 anni in poi hanno un desiderio incontenibile: schiodarsi dall'infanzia, liberarsi dalla protezione e dal controllo materno, allontanarsi dal nido infantile. Non si tratta di comportamenti discrezionali ma della natura stessa dell'adolescenza, un'età in cui i figli cercano di fare esperienze autonome, sfidando spesso i loro limiti. A volte diventano provocatori verso i genitori, visti sempre più come un impedimento piuttosto che come una risorsa". L'adolescenza è una fase naturale della crescita la quale richiede che anche i genitori siano altrettanto naturali. "Natura", dal participio futuro del verbo latino nasci, nascere: si deve nascere continuamente da se stessi e da ogni cosa per divenire figli e genitori ogni giorno.

Occorre "[…] garantire che tutti i membri della società, in particolare i genitori ed i fanciulli, siano informati sull'uso di conoscenze di base circa la salute e la nutrizione infantile" (art. 24 lettera e Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia). Tra le informazioni primarie sono impellenti quelle sui crescenti disturbi del comportamento alimentare su cui il bioeticista Paolo Cattorini ribadisce che il disagio anoressico, diffuso in particolare tra le adolescenti dell'Occidente industrializzato, non si può relegare soltanto nell'ambito della patologia psichiatrica (la malattia anoressica nervosa è inquadrata nel catalogo statunitense delle patologie psichiatriche DSM-5), ma va compreso nella sua complessità, legata a esperienze biografiche, tradizioni etico-religiose, influssi sociali e credenze mitiche (dal libro "Mangiare solo pensieri. Etica dell'anoressia", 2016). Necessita pertanto una consapevolezza sociale perché vi è una corresponsabilità sociale.

Fabrizio Fantoni evidenzia: "Resta però la domanda che il singolo adolescente, e i suoi educatori, si devono porre sulla capacità di affrontare le situazioni frustranti e di integrare il dolore nella propria esistenza. Il dolore è inevitabile e aiuta a crescere. Non lo si persegue, se possibile lo si evita. Ma prima o poi occorre confrontarvisi e renderlo occasione di maturazione". Bambini e ragazzi devono essere abituati a provare il dolore di cadute, graffi, lividi, fallimenti (a scuola) o sconfitte (nel gioco) perché il dolore fa parte della vita (come il seme che si rompe per diventare germoglio o la pianta cui vanno tagliati i polloni o potati i rami inutili affinché cresca robusta e porti buoni frutti) e non evitarglielo o prevenirglielo sempre. Altrimenti si corre il rischio, tra gli altri, che vadano alla ricerca del dolore in quei giochi virali nel web in cui dilagano l'autolesionismo e l'istigazione al suicidio o ad altri reati. "È essenziale mettere in grado le persone di imparare durante tutta la vita, di prepararsi ad affrontare le sue diverse tappe e di saper fronteggiare le lesioni e le malattie croniche. Ciò deve essere reso possibile a scuola, in famiglia, nei luoghi di lavoro e in tutti gli ambienti organizzativi della comunità. È necessaria un'azione che coinvolga gli organismi educativi, professionali, commerciali e del volontariato, ma anche le stesse istituzioni" (da "Sviluppare le abilità personali" della Carta di Ottawa per la Promozione della Salute, 1986).

Inoltre, una ricerca condotta dalla Caritas di Roma (giugno 2018) ha rilevato che gli adolescenti sono sempre più a rischio dipendenza dal gioco d'azzardo o da altre dipendenze (confermando i dati di un'altra ricerca del CNR del 2017) e sulle dipendenze don Antonio Mazzi soggiunge: "Ma senza la coerenza di madri e padri non se ne esce. Serve un po' di coerenza. Gli adulti non possono abdicare. L'educazione al gioco e al divertimento sano, soprattutto tra gli adolescenti, è uno dei lavori più difficili, pazienti e "perdenti" che ci possa toccare. Facciamo crescere nei ragazzi passioni, interessi e amicizie sane. Parliamo di meno ed educhiamo di più. Non ci spaventi la parola "perdente". Chi educa sa che non deve "mollare" sui problemi veri. Si fa da sempre una faticaccia, eppure la pazienza e la costanza non hanno mai perso del tutto". I genitori devono essere adulti (cresciuti) e educatori (capaci di condurre). Educare non è erigere barriere, paletti o modelli irraggiungibili, ma esercitare alla vita mettendosi alla prova in prima persona ed esprimendo le proprie emozioni, anche di delusione e amarezza per eventuali sconfitte e fallimenti. Bisogna capire e far capire che gioire è giocare, e vivere è già vincere e non il contrario. "La giusta distanza educativa è la base di ogni efficace progetto - scrive Daniele Novara -. Non si tratta di tornare alle antiche rigidità familiari. I figli devono piuttosto cercare gli amici tra i loro coetanei, non certo tra i loro genitori". La giusta distanza tra genitori e figli è insita già nella natura: lo spermatozoo si allontana dal padre; il feto, pur stando nel grembo, ha la distanza del cordone ombelicale e così di seguito. I genitori sono "destinati" ad andar via, mentre i figli a rimanere soli. Non a caso, lessicalmente, i doveri verso i figli (artt. 147 e 315 bis comma 1 cod. civ.) cominciano con il verbo "mantenere" (tenere per mano) che indica anche qualcosa di fisico e finiscono con "assistere" (stare accanto, presso, essere presente) che può manifestarsi anche senza vedersi.

Nel Rapporto Unesco della Commissione Internazionale sui Futuri dell'Educazione (presentato a Parigi il 10 novembre 2021) si punta tutto sull'educazione e si parla di "[…] sostenere le basi della prima infanzia e la collaborazione durante l'infanzia, liberare le capacità uniche degli adolescenti e dei giovani e rinnovare la missione dell'educazione superiore" e di "Promuovere il potenziale di adolescenti e giovani".

I genitori hanno il primario dovere di educare i figli: educare è seminare, lo si fa con i propri semi e occorre che passi del tempo per vederne i frutti. Ebbene, i genitori hanno il diritto e dovere di far crescere i figli e gli adolescenti hanno il diritto e dovere di crescere portando i loro frutti. È anche questo il senso dell'art. 315 bis comma 2 cod. civ. : "Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti".

L'educazione è relazione, relazione di crescita comune e condivisa tra educatore e educando, tra genitori e figli (purtroppo quello cui si è abdicato). "Bisogna andare alla sostanza: si educa quando, nella maniera più semplice, si insegna a stare al mondo sin da piccoli. Da adolescenti, le compagnie positive, sane valgono più di psicologi e specialisti" (don Antonio Mazzi).


Altri articoli che potrebbero interessarti:
In evidenza oggi: