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Link tax

Cos'è la link tax, perché è nata ed è così tanto odiata da alcuni paesi Europei, che stanno bloccando per colpa sua la riforma europea sul copyright
catena con euro per link tax

di Annamaria Villafrate - Per colpa della link tax e dei filtri sugli upload in questi giorni sono stati rinviati i negoziati europei sul copyright. Undici gli Stati Europei, tra cui l'Italia, che hanno votato contro il testo di compromesso presentato dalla Romania. Si torna quindi a parlare di diritto d'autore e dello scontro tra colossi del web e testate giornalistiche online, di libertà d'informazione e di "censura".

Per comprendere al meglio il dibattito in corso, vediamo di capire soprattutto che cos'è la link tax, qual è l'origine del suo nome e della sua introduzione, che cosa dice l'art. 11 della Direttiva UE n. 280/2016 sul Copyright, che ne pensano il vicepremier Di Maio e il Garante Privacy e quali sono i prossimi step per arrivare alla riforma definitiva del diritto d'autore in Europa:

  1. Link tax: cos'è
  2. Link tax: le origini del dibattito
  3. La link tax in Spagna
  4. Link tax europea: l' art. 11 della direttiva sul copyright
  5. Link tax: la posizione italiana
  6. Link Tax: l'iter di riforma

Link tax: cos'è

Link tax è il termine che viene utilizzato per definire il compenso che, ai sensi dell'art. 11 della Direttiva Europea sul Copyright n. 280/2016, le piattaforme (Google per intenderci) dovrebbero riconoscere alle testate giornalistiche online per l'utilizzo di una parte dei loro contenuti (snippet in particolare). Il termine link tax quindi continua a essere utilizzato, anche se del tutto impropriamente, visto che il testo della Direttiva approvata nel settembre scorso, dietro le proteste di diversi Stati membri, ha eliminato dal testo della norma il riferimento ai collegamenti ipertestuali. Ma andiamo avanti, perché in realtà la "link tax" è una legge spagnola del 2015 che, come vedremo, ha portato alla chiusura del servizio Google News in Spagna, proprio perché prevedeva un compenso per gli snippet e i link che apparivano sul palinsesto di Google News e che rimandavano ai contenuti originali della pagina.


Link tax: le origini del dibattito

Ma perché prevedere un compenso solo perché su Google News appare un estratto del contenuto editoriale e un link che rimanda a un post? Perché la carta stampata, da quando c'è Internet, è in crisi. Chi ha trasferito la propria testata giornalistica sul web sopravvive grazie agli utenti che leggono gli articoli e alla pubblicità che li sostiene. Se però poi i contenuti circolano liberamente per il web, ma soprattutto su Google News, che aggrega le notizie di diverse testate giornalistiche, chi ci guadagna in realtà? Per gli editori Google News, perché se l'utente, invece di cliccare sull'articolo che rimanda alla testata proprietaria del contenuto, resta sulla pagina Google News, il colosso americano ha la possibilità di trattenere i dati di navigazione dell'utente e di incrementare il suo archivio dati, che potrà sfruttare economicamente in altro modo.

La link tax in Spagna

La link tax spagnola del 2015 quindi, che ha modificato il rapporto tra testate giornalistiche online, motori di ricerca e aggregatori di notizie, è stata emanata per evitare l'arricchimento di Google alle spalle degli editori. Soprannominata per questo anche "Google Tax", la legge prevede che i motori di ricerca e gli aggregatori di notizie debbano remunerare gli editori delle testate giornalistiche a cui indirizzano i propri servizi, anche se la notizia riporta solo il titolo e il sommario del contenuto pubblicato. L'imposta prevista dalla legge e a cui gli editori non possono rinunciare, prevede sanzioni nei confronti di chi inserisce nelle pagine link indirizzati a siti pirata o contenenti download di materiale protetto dal copyright. La normativa spagnola è molto più severa e rigida rispetto a quella degli altri paesi europei, che non giudicano illegale pubblicare link a contenuti che "potrebbero" violare la legge sul diritto d'autore, vista l'impossibilità di controllare a priori ogni contenuto.

Link tax spagnola: le critiche

La link tax spagnola, per come congegnata, è ancora oggi molto criticata. Per gli addetti ai lavori e il pubblico generalista infatti essa non tiene conto della finalità dei link, che rappresentano uno dei punti cardine del web. Non solo, applicare una tassa ad aggregatori di notizie come Google News, limita la libertà di espressione e di "citazione" e rischia di ridurre talmente tanto il flusso dei visitatori alle testate giornalistiche online, da rischiare di far chiudere soprattutto quelle più piccole. Ora, visto che Google (che a suo dire non guadagna nulla dall'aggregatore di notizie), ma che, stando alla link tax spagnola, avrebbe commesso un illecito non remunerando le testate, alla fine del 2014 in Spagna, ha chiuso Google News.

Link tax europea: l' art. 11 della direttiva sul copyright

Chiarito che cos'è la link tax spagnola, vediamo perché si utilizza lo stesso termine quando di parla dell'art. 11 della normativa europea sul copyright.

La norma oggi, in sostanza, prevede che, chi vuole pubblicare uno snippet (ovvero le due righe di descrizione che vengono pubblicate dal motore di ricerca o dall'aggregatore per anticipare all'utente il contenuto della pagina che potrà visitare), deve prima essere autorizzato dall'editore e, una volta autorizzato a ciò, riconoscergli un compenso per il contenuto citato. Per una questione di comodità, l'autorizzazione, a quanto pare, non dovrebbe essere richiesta ogni volta per ogni contenuto. Si sta infatti valutando di prevedere una sorta di abbonamento annuale, dietro compenso ovviamente, per dare la possibilità all'aggregatore o al motore di ricerca di essere coperti per un po'. Stesso discorso per i Social Network, anche se per questi la questione, per il diverso funzionamento rispetto ai motori di ricerca, che non pubblicano uno snippet vero e proprio quanto piuttosto "un'anteprima", richiede una soluzione diversificata.

Link tax: la posizione italiana

Sulla "link tax" e sulle ripercussioni che potrebbe aver sul mondo dell'editoria digitale ha espresso il suo pensiero più e più volte il Ministro Di Maio, che si è dichiarato subito contrario all'art. 11 della direttiva sul copyright, perché darebbe "un diritto per gli editori, i grandi editori di giornali, di autorizzare o bloccare l'utilizzo digitale delle loro pubblicazioni introducendo anche una nuova remunerazione per l'editore". Compensi che, se non riconosciuti dai colossi del web, rischiano di portare alla non pubblicazione di molti contenuti di cui oggi gli utenti usufruiscono liberamente.

Link tax e Garante Privacy

Sulla link tax però si è espresso anche il presidente dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali, che in un intervento del 5 luglio 2018 ha sollevato un altro problema: "La link tax, ad esempio, dovrebbe essere attuata in maniera tale da impedire che i gestori delle piattaforme divengano gli arbitri dell'informazione, attribuendo loro il potere di selezione delle notizie da diffondere. Andrebbe dunque chiarito che la doverosa remunerazione degli editori da parte dei gestori, deve essere indipendente dal contenuto della notizia. Altrimenti, anziché limitare lo strapotere dei gestori, tale forma di remunerazione rischierebbe di consegnare loro le chiavi del sistema informativo, con un'evidente distorsione del fisiologico funzionamento dei meccanismi democratici." Questo perché, l'art. 13 della direttiva sul copyright, che è l'altra norma che ne sta impedendo l'approvazione, prevede che le grandi multinazionali, Google in primis, debbano addirittura controllare prima tutto quello che viene caricato dagli utenti, facendo da filtro, e decidendo così che cosa può e non può essere pubblicato. Una censura insomma, senza mezzi termini.

Link Tax: l'iter di riforma

Chiare quindi le ragioni che hanno provocato il rinvio del negoziato del 21 gennaio 2019 sulla riforma del copyright e a cui avrebbero dovuto prendere parte Commissione, Parlamento Europeo e Consiglio.

E ora cosa succederà? Non è detto che la Direttiva venga definitivamente cancellata. Il problema è un altro. A maggio si conclude il ciclo di questa legislatura europea, per cui, se non ci si darà da fare per trovare un accordo che accontenti tutti gli Stati membri, soprattutto sui due articoli più discussi (11 e 13), si rischia di dover iniziare tutto da capo.

Leggi anche:

- Cosa prevede la riforma del Copyright

- Copyright: la guida completa

(26/01/2019 - Annamaria Villafrate) Foto: 123rf.com

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