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La mediazione familiare va sospesa nei casi di violenza psicologica

La violenza psicologica nelle relazioni di coppia e l'utilità dei percorsi di mediazione familiare
Incontro dal mediatore
di Alberto Quattrocolo - La violenza psicologica è il tentativo di controllare l'altra persona senza ricorrere alla violenza fisica, ma mediante minacce e intimidazioni, ricatti, atteggiamenti e comunicazioni squalificanti e offensivi. La violenza psicologica, quindi, non utilizza la forza fisica.
  1. La violenza psicologica nelle relazioni di coppia
  2. Non tutte le mediazioni portano al superamento del conflitto
  3. Non è detto che la vittima si riconosca come tale
  4. La (ancora largamente) misconosciuta e disconosciuta violenza psicologica
  5. Utilità colloqui individuali rispetto alle situazioni di violenza nei percorsi di mediazione familiare
  6. Escalation conflittuale e violenza
  7. Le conoscenze del mediatore sul fenomeno della violenza e le competenze vittimologiche

La violenza psicologica nelle relazioni di coppia

Si manifesta soprattutto con parole e con atteggiamenti e atti volti a piegare la volontà altrui in termini complessivi, cioè ad alterare o perfino annullare la capacità decisionale, l'indipendenza e l'autostima della vittima. Sul piano concreto tale violenza si estrinseca nel tentativo di sopprimere la libertà altrui, esercitando uno stretto controllo sulle sue frequentazioni, sul suo comportamento in diversi contesti. Quindi, nelle relazioni di coppia, il partner psicologicamente violento può essere incline ad una sorveglianza stretta sui mezzi finanziari dell'altro, ma può anche cercare di controllare e manipolare i gusti, il pensiero, il tempo, insomma, la vita della sua vittima.

Le persone vittime di violenza psicologica da parte del loro partner assai spesso non sono prese sul serio o non sono credute da coloro che le circondano. Così, non beneficiando di un approccio adeguato, finiscono col sentirsi abbandonate e giungono anche a ritenere giusta o naturale la violenza cui sono sottoposte, colpevolizzandosi per quanto subiscono.

Per chi si trova ad ascoltare queste persone nel tentativo di supportarle, infatti, oltre alla loro sofferenza soffocata e ad altri aspetti strettamene connessi alla violenza posta in essere dai partner, emergono altri due aspetti: il primo è che spesso sono circondate da soggetti che le considerano incoerenti nei loro sentimenti verso il partner e che ritengono che esse abbiano una certa tendenza a drammatizzare quel che accade loro e ad autocompatirsi. Insomma, sarebbero tendenzialmente orientate a cercare aiuto all'esterno per difficoltà che dovrebbero saper gestire da sole, esagerando tali difficoltà quando non trovano supporto; il secondo, connesso al primo, è che sono assai diffusi degli stereotipi che portano a liquidare la situazione di violenza psicologica subita come un fatto incidentale di poco rilevo, una dinamica di matrice culturale, o come una normale dinamica conflittuale, cioè eventi che sarebbero, secondo il pregiudizio, esasperati nella narrazione proposta dalla vittima, soprattutto quando si tratta di una donna.

Da qualche tempo, assai di più di quanto accadeva in passato, il parlare di conflitto fa venire in mente la mediazione anche a chi non è un addetto ai lavori. Quando si parla di conflitto coniugale, poi, da qualche mese in qua, soprattutto da quando è stato depositato il Ddl n.735 in Senato, viene in mente la mediazione familiare. Proviamo, perciò, svolgere qualche considerazione sul tema della mediazione familiare - che nel disegno di legge proposto come primo firmatario dal senatore Pillon è prevista come obbligatoria per le coppie che non approdano ad una separazione consensuale - e, in particolare, su come chi svolge quella professione si dovrebbe comportare incontrando il fenomeno della violenza psicologica.

Non tutte le mediazioni portano al superamento del conflitto

La realtà del mediatore civile e commerciale, del mediatore penale e del mediatore familiare, è fatta di soddisfazioni come di scacchi, di insuccessi. Di conflitti superati e di conflitti che non si riescono, non si possono o non si devono risolvere e, talora, forse, di conflitti che neppure si dovrebbe tentare di mediare.

Soffermiamoci, però, sul mediatore familiare. Costui opera nel campo della conflittualità familiare, anzi, più precisamente, agisce in maniera elettiva in quello dei conflitti interni alle coppie che hanno dei figli di minore età e che, interessate da una vicenda separativa, non riescono a conseguire autonomamente un accordo rispetto a questioni economico-finanziarie e/o alla gestione del rapporto con i figli.

Ebbene, in questo specifico ambito della mediazione, succede talora che l'intervento mediativo non esiti in una soluzione concordata degli aspetti controversi. Le ragioni possono essere le più diverse. Possono spaziare dall'inefficacia dell'azione mediativa per motivi attribuibili al mediatore - quando, cioè, il percorso di mediazione è declinato con modi e in maniera tali da incrementare la conflittualità già presente o, comunque, da non riuscire a contenerla -, alla presenza di una oggettivamente irriducibile ostilità tra gli attori del conflitto, oppure alla presenza di una condizione che dovrebbe precludere alla radice lo sviluppo di un percorso di mediazione familiare.

Quest'ultimo caso è, soprattutto, quello della violenza nelle sue varie forme, inclusa quella psicologica.

Non è detto che la vittima si riconosca come tale

Occorre tenere presente che non è affatto detto che la donna vittima di violenza "sappia" di esserlo.

In tal caso, andrebbero esplorati aspetti vittimologici di primaria importanza. Qui ci si può limitare ad osservare che è tutt'altro che infrequente che, ad esempio, la donna vittima di violenza (sia esso "solo" o anche psicologica) patisca e soffra non soltanto per le botte e/o le minacce, ma anche per i soprusi, le umiliazioni, le restrizioni, la de-umanizzazione di cui è fatta oggetto, senza arrivare, però, a rappresentarsi come vittima di una condotta violenta, cioè di un cmportamento intollerabile e inescusabile. A volte a tale mancato riconoscimento di sé come vittima di un comportamento lesivo ingiusto concorre il mancato riconoscimento, della sua condizione di vittima di violenza, da parte dei famigliari e/o degli amici o conoscenti. Spesso il mondo che la circonda le comunica che quanto le accade non è una cosa ingiusta, che è lei che la vive in maniera esasperata, che il partner ha soltanto un carattere "focoso" o "forte", che in qualche modo "lei se le cerca".

Neppure è raro che - per quanto sensibilmente cresciuta la consapevolezza e la preparazione degli operatori della sanità, delle forze dell'ordine, del diritto e dei servizi sociali ed educativi sull'accoglienza e il riconoscimento delle vittime di violenza - le vittime si trovino di fronte del personale che, non soltanto non le aiutano, ma, talora, addirittura, assuma atteggiamenti che ne pregiudicano le possibilità di difendersi.

Tale ultimo aspetto si amplifica nel caso, decisamente complesso e drammatico, della violenza psicologica.

La (ancora largamente) misconosciuta e disconosciuta violenza psicologica

Il fenomeno della violenza psicologica nelle relazioni affettive o intime, infatti, è ancora oggi caratterizzato da scarsa attenzione e considerazione, sicché il numero oscurorelativo a tale forma di violenza costituisce tuttora un elemento problematico e segnala l'esistenza di un'inadeguata preparazione da parte della società in generale, e non soltanto dei rappresentanti di enti specifici (forze dell'ordine, autorità giudiziaria, organizzazioni sanitarie), nel rilevare questa forma di vittimizzazione. Forse per la carenza di sensibilizzazione sul tema, ne deriva che le donne vittime di questa forma di violenza perlopiù non sono supportate dal mondo relazionale che le circonda(amici, familiari, colleghi), né dalle agenzie ufficiali, nel diventarne consapevoli e, dunque, nell'essere poste nella condizione di reagire e proteggersi. Inoltre, anche quando si riconoscono come tali o sono prossime a farlo, spesso non trovano negli interlocutori più prossimi così come in quelli istituzionali più rilevanti(forze di polizia e servizi socio-sanitari) un ascolto e un supporto.Sviluppano, pertanto, un senso di abbandono, una forma di vittimizzazione secondaria, o addirittura finiscono con il colpevolizzare se stesseper le sofferenze che gli abusi procurano loro.

Qui, però ci si occupa di mediazione familiare e, a tale riguardo la questione è: può accadere che la stessa disattenzione, la stessa sottovalutazione si verifichino nell'ambito della mediazione familiare?

Utilità colloqui individuali rispetto alle situazioni di violenza nei percorsi di mediazione familiare

La risposta al quesito di cui sopra è: sì, può accadere. Però, non dovrebbe, anzi, non deve accadere.

Ad incrementare questo rischio, tuttavia, occorre rilevarlo, potrebbe contribuire quanto previsto dal già citato disegno di legge del senatore Simone Pillon.

Ciononostante è anche doveroso riflettere sul fatto che fintantoché quel disegno di legge non venga approvato e, forse, anche quando diverrà legge, qualche possibilità di prevenzione di tale danno, invero, per chi opera nel campo della mediazione familiare sussiste.

Nel modello mediativo, definito di Ascolto e Mediazione, ad esempio, come in altri, si prevede che sempre, per tutti i conflitti presi in carico, il percorso inizi con dei colloqui separati. Sicché prima degli eventuali incontri al tavolo della mediazione tra i protagonisti del conflitto, questi sono ascoltati più volte separatamente. Succede, quindi che tali colloqui individuali svolgano proprio la funzione di accompagnare la persona vittima di violenza psicologica verso una maggiore consapevolezza circa il fatto che quella posta in essere nei suoi riguardi è una condotta violenta, non riducibile a mera divergenza di vedute, di opinioni, di interessi, ecc.

Escalation conflittuale e violenza

Infatti, il conflitto all'interno della coppia può essere interessato anche da un'escalation molto significativa, che finisce con il ridurre vistosamente le possibilità dei singoli di comunicare tra di loro e di conservare un minimo di fiducia e di rispetto reciproci, ma la violazione dei limiti individuali e l'arrecare volutamente danno ad altri non sono comportamenti assimilabili ad una mera condotta conflittuale: in tali condizioni, la condotta dispiegata è violenza. E per potersi proteggere da essa occorre avere la possibilità di riuscire a riconoscere tale situazione. Ed essere supportati nel doloroso, tormentato e angosciante percorso necessario per arrivarci.

Le conoscenze del mediatore sul fenomeno della violenza e le competenze vittimologiche

Ora tutti questi, e altri ulteriori e non meno complessi, aspetti, come già accennato, possono entrare in gioco nella pratica della mediazione, soprattutto in quella familiare. E, in tal senso, chi scrive ritiene molto importante che chi si occupa di mediazione familiare abbia quel minimo di competenze per poterli fronteggiare. Una certa padronanza di nozioni vittimologichee la capacità di declinare degli accorgimenti pratici idonei ai fini di un basilare victim support, ad esempio, sono non solo auspicabili, ma probabilmente necessari e imperativi[1].

In mancanza di ciò, i mediatori familiari nella loro quotidianità rischierebbero, da un lato, di ravvisare la violenza psicologica quando non c'è e, dall'altro, di non riconoscerla quando c'è, scambiandola per normale conflittualità coniugale o familiare, oppure considerandola un aspetto culturale incontestabile del gruppo cui appartiene la donna[2]. Se ciò accadesse, ne risentirebbe la tutela delle persone, per lo più donne, realmente vittime di tale forma di violenza.

D'altra parte è doveroso fare presente che per i mediatori familiari è obbligatorio avvalersi di una supervisione ad hoc, così come svolgere percorsi di aggiornamento(si veda al riguardo il regolamento dell'A.I.Me.F., ad esempio).

Va da sé che in tutti i casi in cui la violenza dovesse emergere il percorso di mediazione familiare deve essere interrotto, dando luogo all'attivazione di altre iniziative di sostegno.

Quindi, appare più che opportuno che i mediatori familiari siano in grado di connettersi agevolmente con le realtà del territorio che si occupano di violenza.

In conclusione, non tutti i conflitti sono mediabili, e probabilmente è un bene che sia così. Forse sarebbe alquanto pericoloso un mondo nel quale, coricandosi la sera, il mediatore familiare potesse permettersi di pensare con Goethe: "su tutte le vette è pace".

D'altra parte, se questa fosse la sua aspirazione, sarebbe verosimilmente un pessimo mediatore.

Alberto Quattrocolo

info@me-dia-re.it

tel 011 8390942

www.me-dia-re-it


[1]Ciò, anzi, pare al sottoscritto ancora più urgente e imperativo ponendo mente al disegno di legge proposto dal senatore Pillon, con specifico riguardo al tema della mediazione familiare come condizione di procedibilità per la separazione giudiziale, la quale, infatti - fatta salva l'ipotesi di modifiche particolarmente incisive -, si profila come fortemente stridente con il divieto posto dalla Convenzione di Istanbul, che, giova ripeterlo, l'ordinamento italiano ha doverosamente oltre che saggiamente recepito.

[2]Ad esempio, è essenziale per il mediatore familiare non confondere le situazioni di violenza psicologica con le tensioni, le ostilità, le rigidità contrapposte, le difficoltà di comunicazione, le incomprensioni e le sofferenze tipiche delle dinamiche conflittuali non violente. E, allo stesso tempo, occorre prevenire il rischio di considerare le tradizioni, la mentalità, gli usi o i costumi della coppia che si sta seguendo - non necessariamente costituita da persone di origine straniera - come fattori che escludono la presenza di tale forma di violenza.

(25/11/2018 - ProfessoreAlberto Quattrocolo) Foto: 123rf.com

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