Lavorare e non arrivare a fine mese: la promessa dimenticata dell'articolo 36
Avv. Roberto Cataldi |

Lavorare e non arrivare a fine mese: la promessa dimenticata dell'articolo 36

La Costituzione promette a chi lavora un reddito che basti a vivere da persone libere. Oggi manca a chi aspetta la busta paga e a chi resiste per non abbassare la serranda.

Otto euro l'ora. Quaranta ore a settimana. Fate il conto: sono meno di millequattrocento euro lordi al mese, e da lì devono uscire un affitto, la spesa, le bollette, i libri di un figlio. Milioni di famiglie questo conto lo fanno ogni mese, con cifre diverse. E non torna.

Forse a casa nostra quel conto torna. Ma basta guardare chi ci serve il caffè la mattina, chi pulisce l'ufficio la sera, chi sorveglia l'ingresso di un palazzo di notte. E quel conto, che lo vogliamo o no, riguarda anche noi: chi non arriva a fine mese non spende, non risparmia, non mette al mondo figli. Un Paese di stipendi che non bastano è un Paese che si ferma.

E non è una questione tra chi paga e chi è pagato. Il titolare del ristorante di paese con due dipendenti, che da anni non si paga uno stipendio per sé e sa che un aumento per i dipendenti lo costringerebbe a chiudere, è dentro la stessa crisi: i suoi clienti sono quelle buste paga che non bastano. E ci sta dentro anche chi lavora da solo: l'artigiano, la partita Iva, l'avvocato di provincia che una busta paga non l'ha mai avuta e scopre che un'esistenza libera e dignitosa non è garantita nemmeno a chi se la cerca per conto proprio. È una spirale. Stipendi bassi vuol dire poca spesa; poca spesa vuol dire incassi bassi per chi ha un negozio, una bottega, uno studio; incassi bassi vuol dire che gli stipendi restano bassi. Nessuno può uscirne da solo.

Poi c'è una frase che a quel conto aveva già dato una risposta, nel 1948. Il lavoratore ha diritto a una retribuzione "proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa". È l'articolo 36 della Costituzione. Non è un auspicio: è una norma.

Due metà della stessa frase

Quella frase ha due metà, e non pesano allo stesso modo. La prima guarda al lavoro: chi lavora di più, o meglio, deve ricevere di più. È un principio di giustizia elementare, e lo capiscono tutti. La seconda guarda alla persona: qualunque sia il lavoro, ciò che se ne ricava deve bastare a vivere. Quel "in ogni caso" è il cuore dell'articolo. Vuol dire che esiste una soglia sotto la quale non si scende: né per accordo, né per contratto, né per crisi.

E quando la Costituzione dice lavoro non pensa soltanto alla busta paga. L'articolo che precede, il 35, tutela il lavoro "in tutte le sue forme ed applicazioni": quello di chi è assunto e quello di chi apre una bottega, uno studio, un'azienda. La dignità non si misura dal documento che la certifica. Busta paga o fattura, il conto da far tornare è lo stesso.

I costituenti uscivano da un Paese in cui si lavorava tanto e si mangiava poco, nei campi come nelle botteghe. Volevano che la Repubblica, che all'articolo 1 si dice fondata sul lavoro, non potesse più chiamare lavoro qualcosa che non basta a vivere.

Quando a decidere è un giudice

Chi ha frequentato le aule di giustizia del lavoro sa come finisce, oggi, quella frase. Arriva un lavoratore con una busta paga regolare, un contratto firmato, un contratto collettivo applicato, e un giudice deve decidere se quella paga basta a vivere applicando direttamente l'articolo 36, perché nessuna legge gli ha mai dato un criterio. I giudici lo fanno da decenni, e negli ultimi anni lo hanno fatto anche di fronte a contratti firmati dai grandi sindacati. È una conquista, ma anche un segnale: in un ordinamento sano non dovrebbe essere una sentenza, caso per caso e anni dopo, a dirlo. E chi guadagna troppo poco per vivere guadagna troppo poco anche per fare causa.

I numeri di una promessa mancata

Secondo l'OCSE, all'inizio del 2026 i salari reali italiani, cioè ciò che con lo stipendio si riesce davvero a comprare, erano ancora sotto i livelli di cinque anni fa: il divario più ampio tra le grandi economie. E quest'anno gli stipendi sono tornati a crescere meno dei prezzi. Un punto percentuale non si vede. Si vede al supermercato, quando una cosa torna sullo scaffale.

C'è poi un conto che arriva più tardi. Per chi ha cominciato a lavorare negli ultimi trent'anni, la pensione si calcola sui contributi versati in tutta la vita lavorativa: un reddito leggero oggi è una pensione leggera domani. La promessa dell'articolo 36 non finisce con l'ultimo giorno di lavoro. E chi a trent'anni non arriva a fine mese rischia di non arrivarci nemmeno a settanta.

Chi può spezzare la spirale

La Costituzione quella promessa la fa a chi lavora, con o senza una busta paga, e la fa in nome della Repubblica. Il debitore non è il piccolo imprenditore da solo: è lo Stato, che deve creare le condizioni perché la promessa sia possibile. E non la mantiene ordinando per legge che gli stipendi salgano: un'impresa che non incassa non paga di più, chiude. La mantiene cambiando le condizioni in cui quegli stipendi nascono.

Il primo compito è far crescere il Paese: investire in infrastrutture, in formazione, nei territori dove oggi un'impresa fatica ad arrivare e a restare. Dove mancano le strade, la rete, i servizi, non nascono lavori che valgono di più; e senza lavori che valgono di più gli stipendi non salgono, per quanto lo si scriva. Il secondo è ridurre la distanza tra ciò che il lavoratore porta a casa e ciò che l'impresa sborsa: oggi, tra tasse e contributi, è enorme, e pesa su chi lavora quanto su chi dà lavoro. Il terzo è trovare le risorse dove già si perdono. Un Paese che tollera sprechi e corruzione, e di fatto rinuncia a colpirli, si impoverisce due volte: una quando il denaro pubblico scompare, l'altra quando quel denaro manca per le strade, le scuole e il lavoro onesto. E resta il compito del giurista: la legge sulla paga giusta varata quest'anno richiama l'articolo 36, ma ne ripete solo la prima metà. Scrivere anche la seconda è il modo per non doverla più chiedere, caso per caso, a un giudice.

Non sono riforme diverse. Sono la stessa promessa, guardata da lati diversi.

Libera, non soltanto sufficiente

Ogni parola di quell'articolo fu scelta con cura, e la più impegnativa non è "sufficiente". È "libera". Perché una retribuzione può bastare a sopravvivere e non bastare a essere liberi: chi non può permettersi di lasciare un lavoro che lo umilia non sta contrattando, sta accettando.

Torniamo allora a quel conto: otto euro l'ora, quaranta ore a settimana. Settantotto anni dopo, la domanda non è quanto costi mantenere la promessa dell'articolo 36, la domanda è un'altra: quante buste paga dovranno ancora arrivare leggere, e quante serrande abbassarsi, prima che anche la seconda metà di quella frase trovi posto in una legge.

Avv. Roberto Cataldi, membro della Commissione Affari Costituzionali del Senato


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