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La sanatoria degli atti erroneamente introdotti. Il caso dell'opposizione avverso il verbale per violazione del codice della strada. Il generale principio di conservazione degli atti: la regola, l'eccezione e la casistica.

L'art. 156 cpc, la forma dell'atto idonea al raggiungimento dello scopo.
Bilancia e martello

Avv. Paolo Accoti 

Prendendo spunto da un recente pronunciamento delle Sezioni Unite della Cassazione, affrontiamo un argomento già dibattuto in dottrina e giurisprudenza ma che, tuttavia, non mancherà di suscitare rinnovato interesse alla luce delle recenti riforme in materia di processo civile telematico.

In linea generale, l'art. 121 c.p.c. stabilisce come: “Gli atti del processo, per i quali la legge non richiede forme determinate, possono essere compiuti nella forma più idonea al raggiungimento del loro scopo”, norma che si coordina con quelle di cui al capo III, intitolato “Della nullità degli atti” e, in particolare, con l'art. 156 c.p.c. per il quale: “Non può essere pronunciata la nullità per inosservanza di forme di alcun atto del processo, se la nullità non è comminata dalla legge. Può tuttavia essere pronunciata quando l'atto manca dei requisiti formali indispensabili per il raggiungimento dello scopo. La nullità non può mai essere pronunciata, se l'atto ha raggiunto lo scopo a cui è destinato”.

Ciò posto, l'ordinamento vigente appresta una generale forma di sanatoria dell'atto viziato, ferme restando due condizioni: la mancanza di specifica normativa (“legge”) che ne imponga la nullità; la presenza dei requisiti minimi (“formali”) necessari al raggiungimento dello scopo cui è preposto l'atto.

Fatta questa brevissima premessa di carattere generale esaminiamo i principi espressi dalle Sezioni Unite (Cass. Sent. 10.02.2014, n. 2907), che confermano il precedente, e oramai costante, orientamento della medesima Corte.

Lo spunto è dato da una opposizione all'ordinanza ingiunzione rigettata in primo grado, il cui conseguente gravame è stato ritenuto inammissibile.

Per motivare la dedotta inammissibilità la Corte d'Appello evidenziava come l'impugnazione fosse stata proposta con ricorso anziché con citazione e che, comunque, la stessa era da ritenersi tardiva, atteso che la notifica era avvenuta allorquando risultava già spirato il termine di trenta giorni - dalla notifica delle sentenza di primo grado - per proporre appello.

In buona sostanza, il ricorso con il pedissequo decreto avverso la sentenza di primo grado, se pur tempestivamente depositato in cancelleria, era stato notificato dopo il decorso del termine breve di cui all'art. 325 c.p.c. (30 giorni).

Proposto ricorso per cassazione la Seconda Sezione, con ordinanza interlocutoria del 30.05.2012, n. 13723, trasmetteva gli atti al Primo Presidente, per l'eventuale assegnazione alle Sezioni Unite.

A sostegno dell'anzidetta ordinanza si rilevava come la Suprema Corte si era diversamente pronunciata, giungendo ad affermare come nei giudizi in cui l'appello va proposto con citazione, il deposito del ricorso, anche se tempestivo, non è tuttavia idoneo alla costituzione di un valido rapporto processuale qualora l'atto non sia notificato alla controparte nel termine perentorio di cui all'art. 325 c.p.c. (termini brevi 30 giorni) o art. 327 c.p.c. (termine di decadenza 6 mesi), in tal senso Cass. 25.02.2009, n. 4498 e Cass. 11.09.2008, n. 23412. Viceversa, nei procedimenti in cui l'appello deve essere proposto con ricorso, la giurisprudenza consolidata esclude la sufficienza della mera notificazione dell'atto di citazione, essendo altresì necessario che lo stesso sia anche depositato nei termini (Cass. Sez. un. 8.10.2013, n. 22848. Contra: Cass. Sez. un. 14.04.2011, n. 8941, in materia di impugnativa di delibera condominiale).

L'ordinanza di remissione ha posto alle Sezioni Unite due questioni: 1) l'individuazione di quale debba essere la forma dell'appello avverso sentenze emesse in un giudizio di opposizione a sanzione amministrativa, pertanto, se il gravame debba essere proposto con ricorso o con citazione; 2) nel caso si ritenga che l'impugnazione debba essere effettuata con citazione e sia stata, invece, proposta con ricorso, se debba farsi riferimento alla data di notifica dello stesso ovvero al deposito del ricorso in cancelleria.

La decisione assunta dalle Sezioni Uniti risolve il caso sottoposto all'attenzione della stessa, ma risulta vieppiù estremamente interessante considerato che si sofferma su ulteriori ipotesi di applicazione del principio di diritto espresso, anche con articolati richiami a diversi precedenti giurisprudenziali.

Nella decisione in commento viene premesso come il giudizio debba essere deciso sulla base della formulazione della L. n. 689 del 1981, art. 23, per come modificata dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 26, che ha reso appellabili le sentenze depositate dopo il 2 marzo 2006.

Che, tuttavia, il D.Lgs. n. 150 del 2011 ha abrogato l'art. 22, commi da 2 a 7 e artt. 22-bis e 23 (L. 689/1981), stabilendo come i giudizi di opposizione ad ordinanza-ingiunzione e quelli di opposizione a verbali di accertamento di violazioni del codice della strada, introdotti dopo la data di entrata in vigore del citato decreto legislativo (6 ottobre 2011), siano regolati dal rito del lavoro e che, pertanto, l'appello debba essere proposto nella forma del ricorso, con le modalità e nei termini ivi previsti.

Ciò posto, la soluzione al primo quesito posta dalla sezione remittente.

Per i giudizi di opposizione a ordinanza ingiunzione, ma anche per quelli di opposizione al verbale di accertamento di violazione al Codice della Strada, introdotti prima del 6 ottobre 2011 (data di entrata in vigore del D.Lgs. 150/2011), l'appello deve essere introdotto con atto di citazione.

Viceversa, per quelli introdotti successivamente, il gravame deve assumere la forma del ricorso.

A questo punto un breve inciso: il discrimine temporale risulta essere quello dell'inizio del procedimento di primo grado. In altri termini, se il primo grado è iniziato prima del 6 ottobre 2011, pertanto, in epoca anteriore all'entrata in vigore del decreto di semplificazione dei riti (D.Lgs. 150/2011), a prescindere dall'epoca di introduzione del secondo grado, la forma dell'appello sarà l'atto di citazione. Al contrario, se il giudizio di primo grado è stato introdotto in epoca successiva, l'appello andrà sempre proposto con la forma del ricorso.

Veniamo ora alla seconda questione posta all'attenzione delle Sezioni Unite, vale a dire qualora l'impugnazione sia stata proposta con citazione anziché ricorso, o viceversa, quale dovrebbe essere la sorte dell'atto viziato.

Le Sezioni Unite ribadiscono come la giurisprudenza della Corte sia consolidata nel ritenere che, dovendosi nel rito ordinario proporre l'appello con citazione, nel caso in cui il gravame sia stato erroneamente introdotto con ricorso, la sanatoria risulta senz'altro ammissibile, ma a condizione che l'atto di appello sia stato non solo depositato nella cancelleria del giudice competente, ma anche notificato alla controparte nel termine perentorio di cui all'art. 325 ovvero 327 c.p.c. (In tal senso da ultimo: Cass. civ., S.U., 23.09.2013, n. 21675; Cass. civ. S.U., 8.10.2013, n. 22848. In precedenza: Cass. civ. n. 3058 del 2012; Cass. civ. n. 2430 del 2012; Cass. civ. n. 12290 del 2011; Cass. civ. n. 6412 del 2011; Cass. civ. n. 5826 del 2011; Cass. civ. n. 4498 del 2009; Cass. civ. n. 23412 del 2008; Cass. civ. n. 11657 del 1998).

Allo stesso modo, il principio trova applicazione quando l'appello concerne una questione che avrebbe dovuto essere trattata in primo grado con il rito del lavoro e che, invece, sia stata assoggettata al rito ordinario; tanto è vero che l'appello proposto mediante ricorso intanto è ritenuto ammissibile in quanto tale atto sia stato non solo depositato in cancelleria, ma tempestivamente notificato alla controparte a norma degli artt. 325 e 327 cod. proc. civ. (Cass. civ., n. 7672 del 2000; Cass. civ., n. 7173 del 1997; Cass. civ., n. 2518 del 1991; Cass. civ., n. 2543 del 1990).

Pertanto, quando l'impugnativa in appello deve essere proposta con ricorso, si ritiene costantemente ammissibile la sanatoria dell'impugnazione introdotta mediante citazione purché la stessa risulti non solo notificata, ma anche depositata in cancelleria nel termine perentorio di legge (Cass. civ., n. 21161 del 2011; Cass. civ., n. 9530 del 2010; Cass. civ., n. 17645 del 2007; Cass. civ., n. 8947 del 2006; Cass. civ., n. 13660 del 2004; Cass. civ., n. 13422 del 2004; Cass. civ., n. 5150 del 2004; Cass. civ., n. 1396 del 2001; Cass. civ., n. 14100 del 2000; Cass. civ., n. 10251 del 1994; Cass., S.U., n. 4876 del 1991).

L'importante principio, ribadito da ultimo dalla sentenza delle Sezioni Unite in commento, non si applica tuttavia solo nei casi di opposizione a ordinanza ingiunzione o di opposizione a verbale per violazione del codice della strada ma, in generale, a tutte le materie, come confermato dalla sopra richiamata giurisprudenza della Corte.

La sentenza n. 2907 del 10.02.2014, richiamando due precedenti “gemelli” delle medesime Sezioni Unite, quello del 23.09.2013, n. 21675 e dell'8.10.2013, n. 22848, tiene conto anche di una diversa soluzione, applicabile tuttavia solo all'impugnativa delle delibere condominiali.

In siffatta materia le Sezioni Unite, confortate dai propri precedenti, individuano un'eccezione a quella che sarebbe da ritenere la regola “generale”, di talché precisato che l'impugnazione delle delibere condominiali deve proporsi con atto di citazione, e non con ricorso (Cass. civ., S.U., 14.04.2011, n. 8491) - contrariamente a quanto ritenuto dalla precedente giurisprudenza - qualora la suddetta impugnativa venga spiegata erroneamente con ricorso, questo può essere considerato tempestivo già con il solo deposito in cancelleria nei trenta giorni previsti dall'art. 1137 co. II c.c., restando assolutamente irrilevante il “tempo” della notificazione dell'atto, quand'anche avvenuta decorso il suddetto termine.

Viene altresì specificato come la suddetta eccezione al principio generale non possa trovare alcuna applicazione al di fuori dell'ambito della impugnazione di delibere condominiali che, allo stato, salvo renvirement della stessa Suprema Corte, appare l'unica materia che deroga al principio universale superiormente segnalato.

Il principio, ferma restando l'eccezione appena prospettata, è stato in precedenza applicato nelle più svariate materie, ad esempio, in quella di espropriazione forzata presso terzi (Cass. civ., 7612/2004), in materia di separazione (Cass. Civ., n. 13660/04; App. Catania, 15.10.2007), anche in sede di appello (App. Napoli Sent., 08.10.2008), da ultimo, anche in materia di opposizione agli atti esecutivi erroneamente introdotta con comparsa di risposta (Cass. civ., 9.04.2015, 7117).

A tal proposito la Corte di Cassazione con la menzionata ultima sentenza del 9.04.2015, n. 7171, ha ritenuto l'equipollenza della comparsa di risposta all'atto di citazione in materia di opposizione agli atti esecutivi e, pertanto, la validità dell'atto.

Il giudice di legittimità - confermando la sentenza del giudice di merito - ha respinto la prospettata violazione degli artt. 163, 164 e 618 co. II c.p.c., sollevata dal ricorrente, sulla scorta della circostanza per la quale l'opposizione agli atti esecutivi sarebbe stata avanzata con una copia conforme della comparsa di costituzione e risposta, pertanto, senza l'indicazione del giorno dell'udienza e, addirittura, con un atto non qualificabile citazione ma neppure ricorso.

La Cassazione, al contrario, ha reputato che sebbene l'art. 618 co. II c.p.c. preveda che l'introduzione del giudizio di merito debba avvenire “con la forma dell'atto introduttivo richiesta nel rito con cui l'opposizione deve essere trattata - e pertanto - se la causa è soggetta al rito ordinario il giudizio di merito va introdotto con citazione da notificare alla controparte entro il termine perentorio fissato dal giudice”, precisa che, non di meno “nel caso di giudizio da introdursi con citazione, l'esigenza di dare inizio al processo di merito è ugualmente soddisfatta dalla notificazione di un atto diverso nella forma, purché contenente tutti gli elementi previsti dall'art. 163, comma terzo, c.p.c.”.

Ciò posto la Corte ha ritenuto che la comparsa di risposta è da ritenersi idonea e bastevole all'introduzione del giudizio di merito siccome atto equipollente alla citazione, considerato che, nel caso specifico, la stessa conteneva sia l'editio actionis che la vocatio in ius, siccome notificata unitamente al provvedimento del giudice dell'esecuzione che fissava sia il termine per la notificazione che la data della prima udienza.

Avv. Paolo Accoti


Paolo AccotiAvv. Paolo Accoti - profilo e articoli
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(22/04/2015 - Avv. Paolo Accoti )
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