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È la fine dell'Eurozona?

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di Barbara LG Sordi -
Il lunedì non si è aperto in maniera molto confortante, con le borse impazzite che hanno segnato dati negativi da Milano (-2,76%) a Parigi(-2,98%), e persino Londra (-2,09%). Roba da mandare in crisi anche i più impassibili broker. Ormai tutta l'economia dell'Eurozona appare così incerta che in Inghilterra, i gamblers di razza, hanno già iniziato a scommettere sulla sua fine. Questo panorama politico-economico-sociale pare realmente apocalittico, e purtroppo sembra dar ragione alle parole che Berlusconi pronunciò non molte settimane addietro: "L'Italia deve lasciare l'Euro". Per poter salvarsi e sopravvivere; che fosse lui il "nemo profeta in patria"?

Intanto il massacro pare essere solo all'inizio, almeno per come la vede soprattutto la stampa internazionale. Dal Financial Times al Wall Street Journal ci si domanda come sia stato possibile un simile crollo. Difficile poterlo capire in una nazione dove i corrotti, generalmente, devono fare le valigie e sparire il prima possibile, non certo continuare imperterriti a svolgere compiti amministrativi o dirigenziali. Il drammatico senso di tutto ciò è che forse realtà troppo diverse sono state messe insieme, par proprio di rivivere il problema di fondo che in molti secessionisti italiani da sempre denunciano: regioni più deboli che trascinano verso il basso quelle più forti. Sarà, ma non ci convince del tutto.

In realtà l'Unione avrebbe potuto realmente "fare la forza", peccato che la sua crescita (per molti non per tutti) si sia fermata ai valori del suo debutto, avvenuto dieci anni fa. Secondo un report del Conference Board, l'unione dei produttori americani (attenti come non mai a qualsiasi cenno di default europeo, soprattutto perché ogni crollo è un punto guadagnato per il dollaro), pubblicato proprio dal Financial Times, il nostro Pil pro-capite nel 2011 era di 32mila dollari, esattamente lo stesso del 1999 (solo nel 2007 c'era stata una crescita a 34 mila dollari, e poi la crisi ci ha riportato di nuovo giù). Non tanto diverso da quello spagnolo, intendiamoci, 30 mila dollari nel 2011 così come nel 2000, con picchi di oltre 33 mila nel 2007. La nostra crisi è però legata alla crisi della produzione e della produttività, quella di Spagna o Grecia sono (sempre a detta del Conference Board) dovute ad economie paragonate a bolle di sapone, molto diverse dalla nostra.

Intanto resta un fatto, nessuna delle due pare aver trovato la giusta ricetta per la ripresa. Finora i tagli effettuati da entrambe le Nazioni pare siano solo serviti ad alleggerire il portafoglio dei cittadini e a farli inferocire. Monti stesso pare un po' scorato ultimamente, del resto come poter mettere pezza in pochi mesi a pecche e ammanchi di ben quarant'anni? Impresa da supereroe non certo da ex-preside della Bocconi, oltre che, ovviamente, illustre economista. Eppure c'è chi ce la sta mettendo tutta e piano piano forse ce la farà a superare la crisi. È il caso dell'Irlanda che dopo anni di boom economico, con Pil di ben 38 mila euro era crollata ben sotto di noi. Eppure tirare la cinghia, abbassando ad esempio i salari, ha permesso di riprendere nella crescita, con buonissimi auspici per il 2013. Oppure come il Belgio, per molti la chiave per una significativa via di uscita.

Ma questa è un'altra storia.
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(25/07/2012 - Barbara LG Sordi)
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