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Anche i detenuti, affetti da depressione psichica, potrebbero scontare la pena residua ai domiciliari

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Prof. G. Iasevoli - La depressione psichica purtroppo non risparmia neanche i detenuti, anzi spesso anticipa il suo decorso morboso, costringendoli a cerimoniali di vita simili a quelli monacali e quindi ad una separazione sempre maggiore anche dalle fantasie delinquenziali. Nonostante gli studi sulla depressione dei detenuti siano solo agli inizi, alla luce di vari casi di cronaca, si può ipotizzare che, nella loro età matura (corrispondente all'incirca all'età matura degli sportivi che, pieni di medaglie, abbandonano le competizioni), per l'insorgere prematuro della depressione senile, siano portati ad una progressiva chiusura dei rapporti con i gregari fino a modificare e ridurre anche gli stessi obiettivi economici giovanili. Uno scenario per certi versi positivo nel caso della riabilitazione del criminale, che potrebbe considerarsi idoneo alla fruizione degli arresti domiciliari. La depressione, principalmente nei maschi, può portare alla chiusura in se stessi, così tutte le ambizioni d'accumulo illecito di beni e servizi, generalmente lasciano il posto a desideri di una affermazione sociale di facciata più che di sostanza. La depressione, all'uscita dal carcere, pertanto dovrà essere curata per lunghi periodi, altrimenti crescerà l'effetto chiusura.
Per prima cosa direi che non bisogna cercare le cause soltanto nel vissuto recente, od attribuire la colpa a maltrattamenti, fallimenti, sconfitte, perdite di familiari, affaticamenti da studio o da lavoro, delle persone che ne sono affette, come generalmente si crede, ma occorre scavare nelle delusioni e nelle sofferenze più remote dell'età evolutiva.
Alcuni giovani ed adulti presentano disturbi psichici che indicano uno stato di “depressione”, che si manifesta attraverso stanchezza mentale, sensazione generale di sconforto, ansia e tensione, ma anche disinformazione e decadenza culturale per effetto dell'auto-esclusione sociale, sensi di colpa e diminuzione dell'autostima, perdita di concentrazione, forme di chiusura, indecisione, incapacità di reagire; disturbi dell'umore (assenza di umorismo), melanconia, trascuratezza personale, perdita del piacere di vivere (anedonia), mancanza di motivazioni e di entusiasmo, tendenza ad opporsi alle buone pratiche consigliate. A questi sintomi, per effetto della somatizzazione, si accompagnano anche i disturbi fisici secondari: sonnolenza, mancanza di sonno, astenia, affaticamento, diminuzione del tono muscolare, rallentamento dei ritmi motori, cefalea, dolori muscolo-scheletrici, disturbi gastrointestinali, disturbi dell'alimentazione, amaro in bocca, bulimia, anoressia, dimagrimento.
La depressione, poiché colpisce molte persone generalmente durante o dopo la socializzazione avanzata, non viene studiata da parte degli psicologi con una particolare urgenza nell'infanzia, occupando un ruolo che sembra appunto secondario, rispetto ai problemi impellenti che sono presenti alla nascita.
Infatti oggi appassionano maggiormente i ricercatori gli studi sul funzionamento mentale che riguardano le psicopatologie di origine genetica, diagnosticate già nei primi anni dell'età evolutiva dei ragazzi.
Ma proprio nel proseguire gli studi di psicologia evolutiva, gli studiosi si imbattono anche nell'osservazione dei primi sintomi della depressione, uno dei mali sottili del secolo, da debellare. Si evidenziano nell'età evolutiva alcune cause di depressione risalenti al contesto sociale e scolastico-formativo, principalmente dovute talvolta alla pressione del cosiddetto “professore cattivo”: una sorta di torturatore impassibile che “spiega male, pretende molto e boccia”; ma questa è tutta un'altra storia, da approfondire attraverso gli studi sul crepuscolo della pedagogia italiana iniziato negli anni settanta.
Ritornando al discorso dell'interpretazione del cumulo dei sintomi della depressione che di frequente conducono alla manifestazione di ricordi concernenti le gravi insoddisfazioni dell'età scolastica, che hanno avuto tali soggetti, si viene a circoscrivere una causa psicologica latente della depressione. Ne consegue un intervento orientativo dello psicologo che ha buone speranze di ottenere risultati; infatti lo specialista si impegna moltissimo nel convincere le persone depresse dell'importanza di una riattivazione dello studio, con letture ed ascolti supplementari, basato sulla ricerca di un'erudizione personale in un'area disciplinare piacevole, che sia decisamente personalizzata e quindi di proprio gradimento, al fine di colmare quei vuoti e quei desideri espressi durante l'età scolare. Già oggi è molto diffuso lo studio dei carcerati che poi si laureano col massimo dei voti e superano le avvisaglie della depressione.
Semplice, ma vero: l'orientamento psicologico e lo studio desiderato possono funzionare benissimo ed i sintomi sopra descritti possono quindi svanire, o ridursi significativamente, fino a consentire una vita attiva ed integrata. La mente impegnata su ciò che piaceva nell'infanzia, non si affatica e non si stanca ed arriva la salvezza alla fine dello stretto sentiero della depressione
Sarebbero quindi gli studi gratificanti, le letture e la ricerca teorica personale, gradite al soggetto depresso, la “medicina psicologica” utile ad attivare le pulsioni motivazionali del muoversi, dell'agire, della scoperta dei buoni sentimenti, della decisione e del lavoro, capaci di ridurre la tendenza alla depressione.
D'altra parte i filosofi, già nel passato, sapevano migliorare la psiche umana selezionando con grande cura e passione i loro strumenti operativi prendendoli dall'arte, dalla religione e dalla filosofia.
Da questa breve riflessione, che spero sia di aiuto al legislatore ed alle persone recluse, si evince che, una volta accertato e certificato il grado di gravità della patologica e quindi l'incompatibilità con lo stato di detenzione, con l'assegnazione agli arresti domiciliari dei carcerati depressi con residuo di pena da scontare, si potrebbero aiutare dette persone a recuperare le funzioni vitali e a reinserirsi nella società in una dimensione di maggiore benessere, riducendo l'affollamento delle carceri.
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(03/01/2012 - Prof. Gennaro Iasevoli)
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