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Imposta di registro

In questa guida:

Che cos’è l’imposta di registro

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L’imposta di registro deve essere pagata tutte le volte che viene effettuata la registrazione di una scrittura, sia essa privata o pubblica. Si tratta di un’imposta indiretta, dal momento che riguarda il trasferimento di ricchezza, come può essere – per esempio – l’acquisto di una casa, ed è commisurata ai valori a cui si fa riferimento nella scrittura in questione.
In sostanza, è necessario pagare un’imposta di registro quando un cittadino deve o vuole annotare presso un registro pubblico un atto scritto: si può trattare di una scrittura privata, di un contratto, di un decreto, di una sentenza, della costituzione di una società o di un ente, e così via. Nel momento in cui un atto è registrato, non si può più modificare il suo contenuto (e nemmeno la sua data): tutti gli atti che vengono sottoposti a registrazione sono raccolti in ordine cronologico in un registro tenuto dall’Agenzia delle Entrate. L’imposta di registro, di conseguenza, riguarda i valori venali (vale a dire i valori di mercato dei beni) e i valori patrimoniali riportati negli atti. Essa è alternativa rispetto all’Iva, nel senso che per gli atti soggetti a Iva non è necessario pagare l’imposta di registro, a meno che non sia stabilito diversamente dalle norme sulla cessione di immobili da parte di ditte costruttrici o sulla locazione.

Imposta di registro prima casa

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Le modalità di applicazione dell’imposta di registro sulla prima casa variano a seconda che l’acquisto venga effettuato da un privato o da una società, come per esempio la ditta costruttrice. Nel primo caso, l’imposta deve essere pagata direttamente al notaio, il quale poi si occuperà di versarla allo Stato, e prevede l’applicazione di un’aliquota proporzionale, pari al 2% a partire dal 2014; la base su cui l’imposta deve essere determinata è rappresentata dal valore dell’immobile, tenendo conto della possibilità – per l’acquirente – di chiedere la determinazione della base imponibile a partire dalla rendita catastale valutata, secondo il cosiddetto meccanismo del prezzo / valore, indipendentemente dal prezzo che è stato concordato (tale opportunità, tuttavia, può entrare in gioco solo dopo che il notaio è stato consultato e solo in specifiche condizioni). Nel secondo caso, l’imposta deve sempre essere pagata direttamente al notaio, il quale poi si occuperà di versarla allo Stato, e prevede l’applicazione dell’Iva agevolata al 4%; la base su cui l’imposta deve essere determinata è rappresentata in tutti i casi dal valore dell’immobile.

Imposta di registro seconda casa

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L’imposta di registro sulla seconda casa, in assenza dei requisiti per i quali la parte acquirente potrebbe beneficiare delle agevolazioni sulla prima casa, è pari al 9% se l’acquisto avviene presso un privato o presso una ditta esente da Iva; per un acquisto effettuato presso una ditta soggetta a Iva (di solito al 10%, per gli immobili di lusso al 22%), l’imposta di registro passa a 200 euro.

Imposta di registro locazioni

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L’imposta di registro per le locazioni cambia in funzione dell’immobile che viene locato. Per i fabbricati a uso abitativo è pari al 2% del canone annuo moltiplicato per il numero delle annualità; per i fondi rustici è pari allo 0.50% del corrispettivo annuo moltiplicato per il numero delle annualità; per i fabbricati strumentali per natura con locazione effettuata da soggetti passivi Iva è pari all’1% del canone annuo; per i fabbricati strumentali per natura con locazione effettuata non da soggetti passivi Iva è pari al 2%; per tutti gli altri immobili è pari al 2% del corrispettivo annuo moltiplicato per il numero delle annualità. Va ricordato, per altro, che è prevista una riduzione pari al 30% della base imponibile su cui l’imposta di registro viene calcolata per i contratti di locazione a canone concordato che vengono stipulati per gli immobili che si trovano nel territorio di un Comune ad alta tensione abitativa: ciò vuol dire che in questi casi è necessario considerare ai fini del calcolo dell’imposta un corrispettivo annuo assunto per il 70%.

Imposta di registro decreto ingiuntivo

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L’imposta di registro per un decreto ingiuntivo rientra nel novero della tassazione degli atti giudiziari. In pratica, alla conclusione di una causa, con la pronuncia della sentenza o comunque con un altro provvedimento che porta all’estinzione del giudizio le parti sono tenute a pagare l’imposta di registro. Di fronte all’Agenzia delle Entrate, tuttavia, viene considerata debitrice non solo la parte soccombente, cioè quella che ha perso, ma anche quella che ha vinto la causa. Tutti i soggetti presenti in giudizio, di conseguenza, sono debitori in solido e destinatari della richiesta di pagamento. Ciò non toglie, comunque, che a chi perde spetti l’onere di pagare sia le spese processuali che, appunto, l’imposta di registro. A informare l’Agenzia delle Entrate – e quindi il Fisco – che una sentenza è stata emessa sono i segretari e i cancellieri a cui spetta il compito di richiedere la registrazione di tutti gli atti dell’autorità giudiziaria, dai decreti alle sentenze. A quel punto l’Agenzia delle Entrate notifica un avviso di liquidazione dell’imposta di registro, che deve essere pagato entro i 60 giorni successivi. Il pagamento può essere effettuato anche prima della richiesta attraverso il Modello F23.

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