C'è un momento, nelle riforme elettorali, in cui i numeri smettono di essere neutrali e cominciano a raccontare una storia. Non sempre una storia vera. Il superamento del ballottaggio nei comuni sopra i 15.000 abitanti, così come prospettato da un disegno di legge in esame al Senato, appartiene a questa zona d'ombra: una democrazia che si misura, ma non si riconosce.
Il ballottaggio non è un capriccio procedurale. È una seconda domanda rivolta al cittadino. La prima chiede: chi preferisci" La seconda domanda chiede: chi sei disposto a riconoscere come tuo sindaco tra i due più votati"Eliminare il ballottaggio significa cancellare questa seconda domanda, quella che trasforma il voto in legittimazione effettiva. È come se la politica avesse deciso che il consenso e la rappresentanza non vadano più coltivati, ciò che conta è conseguire un risultato.
Il punto critico, però, emerge con chiarezza quando si intrecciano due dati ormai strutturali: la bassa affluenza e il premio di maggioranza. In alcuni comuni, l'affluenza è scesa sotto il 50%. Non è una patologia occasionale, ma una tendenza sociale: disincanto, sfiducia, distanza. In questo contesto, una soglia del 40% dei voti validi può tradursi, senza forzature teoriche, in poco più del 20% del corpo elettorale complessivo.
E qui si produce il paradosso: una minoranza ben organizzata ottiene, per legge, una maggioranza politica del 60% dei seggi.
Non è solo sproporzione. È finzione rappresentativa. La democrazia diventa una messa in scena aritmetica in cui il potere appare solido perché è numeroso, ma è fragile perché non ha una base di consenso realmente maggioritaria.
Il problema è che si governa senza che la maggioranza dei cittadini abbia scelto.
Dal punto di vista psicologico, il messaggio è chiaro e inquietante: la tua assenza non pesa, la tua presenza è marginale. L'elettore non è più il centro del sistema, ma una variabile da ridimensionare. Dal punto di vista sociologico, si rafforza una spirale ben nota: meno partecipazione genera istituzioni più chiuse; istituzioni più chiuse generano ancora meno partecipazione.
Si dirà: serve governabilità. Ma la governabilità non è un valore autonomo, è una conseguenza della legittimazione. Senza quest'ultima, la stabilità si regge sul sacrificio della democrazia.
Sia ben chiaro, Il ballottaggio non garantisce decisioni perfette. Garantisce però qualcosa di più prezioso: decisioni riconosciute. Abolirlo, senza adeguati contrappesi, significa accettare che una parte governi come se fosse il tutto. E quando la politica confonde la parte con il tutto, la democrazia smette lentamente di essere un luogo di appartenenza e diventa un semplice meccanismo di attribuzione del potere.
Ma una democrazia che funziona senza essere sentita non è più una casa comune. È un edificio amministrato bene, forse, ma abitato sempre meno.
