Nelle ultime ore il Venezuela è tornato al centro della scena internazionale non per un processo di mediazione, né per un passaggio istituzionale, ma per un atto di forza. L'attacco statunitense contro obiettivi venezuelani - accompagnato dall'annuncio, non ancora confermato da fonte indipendente, della cattura del presidente Nicolás Maduro - ha immediatamente sollevato interrogativi che vanno ben oltre la contingenza politica: può la forza sostituirsi al diritto" E, soprattutto, con quali conseguenze sul piano giuridico e umano"
Al di là delle versioni contrapposte e delle conferme ancora frammentarie, un dato appare chiaro: ci troviamo di fronte a un intervento militare diretto di uno Stato sovrano contro un altro, senza un mandato esplicito delle Nazioni Unite e fuori da una cornice multilaterale condivisa. Un fatto che riporta al centro una questione antica e irrisolta del diritto internazionale: il limite dell'uso legittimo della forza.
Il sistema costruito dopo la Seconda guerra mondiale - imperfetto, certo, ma intenzionalmente prudente - affida al Consiglio di Sicurezza dell'ONU il monopolio della decisione sull'uso della forza, salvo i casi di autodifesa immediata. Quando questo schema viene aggirato, il rischio non è solo giuridico, ma sistemico: si incrina la fiducia nella regola comune, e con essa l'idea stessa di un ordine internazionale fondato sul diritto e non sulla forza.
Se è vero come ricordava Hannah Arendt che il potere nasce dal consenso e che la violenza dalla sua assenza allora tenere a mente questa distinzione è fondamentale. La violenza può produrre risultati immediati, ma raramente costruisce stabilità. Anzi, spesso genera l'effetto opposto: rafforza le narrative identitarie, compatta le società attorno a un nemico esterno e radicalizza i conflitti interni. Dal punto di vista psicologico e sociologico, l'intervento armato tende a trasformare un problema politico in un trauma collettivo, con esiti difficilmente governabili nel tempo.
Non va ignorato, naturalmente, il contesto venezuelano: una crisi istituzionale profonda, un sistema democratico fortemente compromesso, una lunga sequenza di violazioni dei diritti civili. Ma proprio per questo la scorciatoia militare appare ancora più problematica. Quando il diritto è fragile, violarlo ulteriormente non lo rafforza. Lo indebolisce.
C'è poi un ulteriore aspetto, spesso sottovalutato: la dimensione del precedente. Ogni volta che un intervento unilaterale viene normalizzato, si apre uno spazio di legittimazione per altri interventi analoghi, in altri contesti, con altre giustificazioni. È un processo pericoloso: la forza invocata come eccezione tende a diventare regola.
Dal punto di vista europeo ora serve una posizione basata sulla coerenza giuridica: chi difende il primato del diritto internazionale non può farlo a geometria variabile. O vale sempre, o smette di essere diritto.
Albert Camus scriveva che "la pace è l'unica battaglia che valga la pena di essere combattuta". Non è un'affermazione ingenua, ma tragicamente realista. Le guerre "risolutive" raramente risolvono; più spesso spostano il conflitto, lo sedimentano, lo trasmettono alle generazioni successive.
Il Venezuela, oggi, è lo specchio di un problema più grande: la tentazione di sostituire la complessità del diritto con la semplicità apparente della forza. Ma la semplicità, in politica e nelle relazioni internazionali, è spesso solo un'altra forma di cecità.
E quando il diritto arretra, non avanza mai il vuoto: avanza l'arbitrio.
