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Cassazione: valida la sentenza scritta di pugno dal magistrato anche se non è facilmente leggibile.

Lo chiarisce la Corte che però avverte: la sentenza diventa nulla se il testo risulti assolutamente incomprensibile
giudice sentenza martello
E valida la sentenza che il giudice ha scritto di suo pugno anche se la sua grafia non è facilmente leggibile.

Lo afferma la Corte di Cassazione con la sentenza n. 8481/15 della terza sezione civile pubblicata questa mattina.

Un chiarimento necessario perché in passato la stessa Corte (Cass. Pen. n. 46124 del 7 novembre 2014) aveva sancito la nullità delle sentenze che risultassero illeggibili (vedi: Il giudice scrive in modo illeggibile? La sentenza è nulla e il giudizio va rifatto. Lo dice la Cassazione)

Questa volta gli Ermellini fanno rilevare che la nullità può essere comminata soltanto se il testo scritto dal magistrato risulti assolutamente inidoneo ad assolvere la sua funzione essenziale "consistente nell'esternalizzazione del contenuto della decisione".

In sostanza, spiegano i giudici di piazza Cavour, non basta una grafia non facilmente leggibile a determinare la nullità. Diverso il caso in cui il testo della sentenza risulti del tutto incomprensibile.

Nel caso di specie però la Cassazione ha rilevato che se è vero che la grafia è risultata essere di non facile lettura, è tuttavia possibile superare l'iniziale difficoltà.

Per quanto riguarda le irregolarità formali, la Corte aggiunge che "non è configurabile alcuna nullità della sentenza nel caso in cui il testo originale, anziché formato dal cancelliere, in caratteri chiari e facilmente leggibili, mediante copiatura dalla minuta redatta dal giudice, risulti pubblicato direttamente nell'originale minuta scritta di pugno del giudice, ancorché con grafia non facilmente leggibile: l'inosservanza delle disposizioni concernenti la formazione, ad opera del cancelliere, del testo originale della sentenza e la redazione della minuta in caratteri chiari e facilmente leggibili danno infatti luogo a semplici irregolarità".



Cassazione Civile, testo sentenza 8481/2015
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(27/04/2015 - N.R.)
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