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Finanziamento pubblico e privilegi: diamoci un taglio!

euro soldi crisi fallimento
di Nadia Fusar Poli -
Questo taglio non s'ha da fare. La legge sul finanziamento pubblico ai partiti non è più un affare urgente. Quella che per il governo Letta sembrava essere una priorità, un impegno improrogabile ("E' un decreto importante", "Andremo dritti per la nostra strada", aveva annunciato il premier), diventa ora una questione rimandabile. Il Movimento cinque stelle aveva chiesto di discuterne in una "seduta fiume" nella giornata di venerdì ma la proposta dei grillini non è neppure stata votata. Il parlamento chiude per ferie! Se ne riparla (forse) a Settembre! Politica e credibilità sono termini sempre più inconciliabili! Sono ormai trascorsi 20 anni dal referendum con cui si abrogava il finanziamento pubblico ai partiti introdotto nel 1974 con la legge Piccoli. Sulla scia degli scandali di Tangentopoli furono i Radicali, nell'aprile 1993, a promuovere quel referendum popolare: 31 milioni di italiani stanchi e indignati (il 90,3% dei voti espressi) si dichiararono favorevoli all'abrogazione. Un "no" popolare, legittimo ed espresso a gran voce, rimasto tuttavia inascoltato. Per aggirare il referendum, destituendo di fatto gli italiani della loro sovranità (e del diritto di partecipazione democratica che, proprio quei soldi dati ai partiti dovrebbe appoggiare e incrementare), si è rimesso mano alla materia e il finanziamento pubblico ai partiti italiani, espressione odiosa e impopolare, è diventato "rimborso spese elettorali". E così, con questo giochino lessicale, si sono salvati la faccia e la mancia! In questi due decenni nelle casseforti dei partiti sono finiti 2,7 miliardi. Soldi usciti dalle tasche degli italiani e con cui sono stati tenuti in vita gli apparati dei pubblici poteri, si è alimentato il clientelismo e il bunga bunga. Da tempo se ne discute ma la questione è tuttora irrisolta: il finanziamento ai partiti resta un nodo scomodo e controverso, un pomo della discordia, un vulnus della democrazia italiana.
Perché i pariti ricevono finanziamenti dai cittadini, ma seguitano ad agire nell'interesse dei soliti noti, ovvero l'insaziabile casta dei politici (e del loro entourage) e a non curarsi della res pubblica? Il disegno di legge annunciato da Letta slitta dunque a Settembre ma il rischio che possa rimanere lettera morta è piuttosto alto. Detto francamente, credo che nessuno sia realmente disposto a rinunciare alle "grandi abbuffate", al "delirium omnipotentiae" riservato ad un'oligarchia corrotta e arroccata nei feudi del potere: dagli scandali alle spese faraoniche, la gestione "allegra" del denaro pubblico si è perpetrata alla faccia (e con i soldi) del pensionato con la minima, del precario bamboccione, dell'imprenditore strozzato dalle tasse, dall'esodato che scende in piazza arrabbiato e indignato…Il Paese continua ad arrancare (anche se il ministro Saccomanni intravede la luce in fondo al tunnel) mentre l'antipolitica diviene del tutto speculare alla politica. I nostri cari politici agiscono per il "bene della democrazia" e, quindi, del bene comune. I tesorieri Misiani e Bianconi,rispettivamente di Pd e Pdl (ma la cosa non deve stupire, si tratta del governo delle larghe intese e degli stretti e comuni interessi!), hanno persino espresso la propria profonda preoccupazione rispetto alla possibilità che venga abolito il finanziamento pubblico ai partiti, e hanno parlato di "democrazia a rischio". In tutti i Paesi democratici esiste il finanziamento pubblico (o privato come in America) della politica. I contribuenti pagano per avere un tornaconto: servizi, garanzie, tutele... Il problema, in effetti, non è il finan­ziamento pubblico in sé, quale forma di finanziamento della democrazia, quanto piuttosto il modo in cui singoli individui (dunque soggetti privati), gestiscono e fanno uso di quel denaro. I cittadini italiani non vedono altro che sprechi, corruzioni e scandali. Il problema dunque, va affrontato, su due livelli: il primo, senza dubbio, è quello legislativo (la totale mancanza di controlli efficaci è uno dei punti deboli della normativa italiana) ed il secondo, sul quale è forse più difficile intervenire, è quello culturale. I politici riusciranno a darci un taglio? Buone vacanze a tutti!
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(11/08/2013 - Nadia F. Poli)
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