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Il ritorno del sovranismo e l'economia della paura

Quando gli Stati si chiudono, si aprono i conflitti


C'è un filo rosso che attraversa il nostro tempo. Lega i bombardamenti su Teheran al piano in venti punti per Gaza. Lega i dazi commerciali di Washington alla corsa europea al riarmo. Lega la retorica della sicurezza nazionale allo svuotamento silenzioso del welfare.

Quel filo è il sovranismo. Non più lo slogan da comizio che abbiamo conosciuto negli anni passati, ma una dottrina operativa che ridisegna confini, alleanze e regole del gioco.

Il suo carburante è la paura. Il suo effetto più devastante è l'erosione del diritto internazionale come argine alla forza bruta.

Per anni abbiamo trattato il sovranismo come un fenomeno comunicativo: una pulsione identitaria capace di mobilitare consenso, ma priva di vera capacità trasformativa. Ci siamo sbagliati. Quello a cui assistiamo oggi è un sovranismo che non si limita a contestare le istituzioni sovranazionali: le svuota dall'interno, ne paralizza i meccanismi, e quando occorre le ignora apertamente.

L'amministrazione Trump ne è l'esempio più compiuto. In meno di quindici mesi dal ritorno alla Casa Bianca ha rottamato trattati commerciali, imposto dazi punitivi, condotto operazioni militari senza il consenso del Congresso, ignorato i mandati di arresto della Corte Penale Internazionale. Ha costruito un piano per Gaza che subordina il futuro di un intero popolo alla volontà personale del Presidente degli Stati Uniti, attraverso quel "Board of Peace" a cui si accede solo su invito, e a pagamento.

Ma sarebbe ingenuo pensare che il sovranismo sia un'esclusiva americana. Netanyahu ne ha fatto il pilastro della propria sopravvivenza politica, legando il proprio destino alla promessa di una vittoria strategica permanente. I partiti ultraconservatori della sua coalizione hanno dichiarato apertamente di volere l'espulsione dei palestinesi dalla Striscia e l'imposizione di un regime militare.

E quando una grande potenza agisce come se il diritto fosse negoziabile, legittima tutti gli altri a fare lo stesso.

Se il Novecento ci ha insegnato qualcosa, è che le regole internazionali non nascono dalla benevolenza dei potenti, ma dalla necessità di contenerne gli abusi.

La Carta delle Nazioni Unite (che vieta l'uso della forza nelle relazioni internazionali), le Convenzioni di Ginevra, la Corte Penale Internazionale non sono strumenti perfetti. Ma rappresentano l'unico argine che l'umanità sia riuscita a costruire contro la barbarie. E quell'argine, oggi, è sotto assedio.

A Gaza, la Corte Internazionale di Giustizia ha ritenuto plausibile il rischio di genocidio. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per il Primo Ministro israeliano. Le Nazioni Unite hanno documentato condotte che richiamano direttamente la definizione di genocidio contenuta nella Convenzione del 1948.

Il bilancio delle vittime, incomparabile tra le due parti, parla da solo sul rispetto del principio di proporzionalità.

Eppure nulla di tutto questo ha prodotto conseguenze concrete. I mandati di arresto sono rimasti lettera morta.

Il piano Trump è stato presentato come un ultimatum, con la minaccia esplicita di "finire il lavoro" in caso di rifiuto.

In qualsiasi altro contesto, quel linguaggio sarebbe stato qualificato come istigazione a crimini internazionali.

E ora, con l'attacco all'Iran del 28 febbraio, si è compiuto un ulteriore salto. Un'aggressione su vasta scala contro uno Stato sovrano. Senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Senza voto del Congresso americano. E, aspetto che da giurista trovo particolarmente inquietante, senza che l'Europa trovasse le parole per chiamare le cose con il loro nome.

La paura non è solo un sentimento. È un'economia.

La retorica securitaria ha effetti concreti e misurabili: sui bilanci pubblici, sui mercati, sulle scelte industriali. L'Europa, dopo decenni di contenimento della spesa militare, ha accettato di portarla a livelli senza precedenti come se fosse un passaggio inevitabile.

L'Italia, che fatica a finanziare la sanità e l'istruzione, si impegna in programmi d'arma sempre più costosi.

Ma l'economia della paura va oltre il riarmo. Si manifesta nei dazi che frammentano le catene produttive globali, costringendo le imprese a riorganizzarsi non secondo logiche di efficienza ma secondo logiche di alleanza. Si manifesta nella volatilità energetica, dove la guerra in Iran ha fatto impennare i prezzi e messo sotto pressione le forniture del Golfo. Si manifesta nella militarizzazione della tecnologia, dove anche l'intelligenza artificiale diventa un'arma geostrategica.

Le risorse si spostano. La spesa pubblica cambia direzione. Il lessico politico si militarizza. La sicurezza diventa il criterio dominante.

E a pagare sono sempre gli stessi. L'inflazione da conflitto colpisce i redditi bassi. La riallocazione verso la difesa sottrae risorse al welfare. La chiusura dei mercati danneggia le economie più aperte e interconnesse, come la nostra.

L'economia della paura è, in ultima analisi, un'economia della diseguaglianza. Arricchisce l'industria bellica. Impoverisce i cittadini.

In tutto questo, l'Europa ha scelto la via più comoda e, alla lunga, più costosa: il silenzio.

Una diplomazia di facciata che esprime "preoccupazione" senza tradurla in azione. Un'adesione formale al diritto internazionale che si dissolve ogni volta che quel diritto richiederebbe di opporsi all'alleato più potente.

Eppure l'Unione europea nasce proprio per superare la logica della sovranità assoluta. Nasce per costruire un sistema fondato sul diritto. Rinunciare a questa funzione significa perdere la propria identità prima ancora che il proprio peso politico.

Avrebbe cambiato qualcosa una posizione netta? Non possiamo saperlo con certezza.

Ma un fronte europeo compatto, con sanzioni reali come la sospensione degli accordi commerciali, la restrizione delle forniture militari a Israele, fino a una denuncia chiara delle violazioni della Carta delle Nazioni Unite, avrebbe potuto alzare il costo politico dell'unilateralismo e delegittimare il piano Trump come unica opzione. Avrebbe potuto dare forza alla Corte Penale Internazionale.

Soprattutto, avrebbe preservato quella credibilità che è il fondamento stesso dell'ordine europeo. Se l'Europa tollera che le regole vengano calpestate quando è conveniente, perde ogni autorità per invocarle quando ne ha bisogno.

La coerenza non è un lusso. È la condizione della credibilità.

Il sovranismo prospera dove le istituzioni multilaterali appaiono deboli, inefficaci o ipocrite. La risposta non può essere la nostalgia per un ordine novecentesco che era esso stesso attraversato da squilibri profondi. La risposta è un multilateralismo più onesto, più coerente, più democratico.

Per l'Europa, questo significa ritrovare un'autonomia strategica che si traduca nella capacità di agire indipendentemente da Washington quando le circostanze lo richiedono. Significa investire nel diritto internazionale non come ornamento, ma come infrastruttura di sicurezza collettiva. Significa rifiutare l'economia della paura come modello di sviluppo.

Per l'Italia, significa avere il coraggio di dire ciò che il governo attuale non dice: che la guerra in Iran è illegale. Che il piano Trump per Gaza era un atto di prepotenza travestito da diplomazia. Che il diritto internazionale o vale per tutti o non vale per nessuno.

Significa recuperare quella tradizione di politica estera fondata sulla legalità internazionale che ha caratterizzato la nostra Repubblica nei suoi momenti migliori.

La paura è un'arma potente. Chi la governa plasma le società. Ma le stagioni della paura finiscono sempre, e quando finiscono lasciano macerie, non solo materiali, ma giuridiche, economiche e morali.

Una società impaurita accetta ciò che una società libera rifiuterebbe senza esitazione.

E allora sta a noi decidere quanto siamo disposti a sacrificare, in termini di diritti, libertà e benessere, in nome di una sicurezza che, proprio perché costruita senza regole, rischia di non arrivare mai.

Avv. Roberto Cataldi

Data: 22/03/2026 16:30:00
Autore: Roberto Cataldi