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Il diritto come discorso

Riflessioni sulla scomparsa di Jürgen Habermas e l'eredità giuridica del filosofo dell'Europa



La notizia della scomparsa di Jürgen Habermas, giunta oggi da Starnberg dove il filosofo si è spento a novantasei anni, mi riporta con la memoria a un pomeriggio di fine estate del 2000, quando ebbi la fortuna di partecipare a uno dei suoi seminari presso l'Istituto Max Planck, durante il mio periodo di Erasmus in Germania. Ero un giovane studente di giurisprudenza, ancora incerto se il diritto fosse davvero la mia strada, e ricordo la sensazione di trovarmi di fronte a un pensiero che non si limitava a descrivere il mondo giuridico, ma lo interrogava nelle sue fondamenta, chiedendosi da dove venisse la legittimità delle norme che governano le nostre vite. Quella domanda, apparentemente semplice, ha accompagnato tutta la mia carriera forense e oggi, nell'apprendere della morte del maestro di Francoforte, sento il dovere professionale e umano di tracciare un bilancio di ciò che il suo pensiero ha significato per il diritto europeo e per chi, come me, ha cercato di praticare l'avvocatura con consapevolezza critica.

Habermas non era un giurista in senso tecnico, eppure pochi pensatori del Novecento hanno influenzato così profondamente la filosofia del diritto contemporanea. La sua teoria dell'agire comunicativo, elaborata nel monumentale lavoro del 1981 che porta questo titolo, ha rappresentato una svolta copernicana nel modo di concepire il rapporto tra diritto, democrazia e legittimazione. Mentre la tradizione giuspositivista si era concentrata sulla validità formale delle norme e quella giusnaturalista sulla loro conformità a principi morali trascendenti, Habermas propose una terza via: la legittimità del diritto non deriva né dalla sola autorità dello Stato né da un ordine naturale precostituito, ma dal processo comunicativo attraverso il quale i cittadini, in condizioni di parità e libertà, giungono a un'intesa razionale sulle regole che devono governarli. Il diritto, in questa prospettiva, non è imposizione dall'alto né scoperta di verità eterne, ma costruzione collettiva attraverso il dialogo.

Questa intuizione, che potrebbe apparire astratta, ha avuto conseguenze concrete e dirompenti per il costituzionalismo europeo. Quando Habermas parlava di "sfera pubblica" come spazio in cui si forma l'opinione attraverso il confronto argomentativo, non stava semplicemente descrivendo un fenomeno sociologico, ma indicando il fondamento stesso della democrazia moderna. La sfera pubblica è il luogo – non necessariamente fisico, ma comunicativo – in cui i cittadini discutono liberamente delle questioni comuni, sottraendosi tanto al potere economico quanto a quello politico, e dove si genera quella "forza senza forza" dell'argomento migliore che dovrebbe orientare le decisioni collettive. Per un giurista, questa concezione implica che le norme giuridiche non possono essere considerate legittime se non sono il risultato di un processo deliberativo aperto, inclusivo e razionale. Non basta che una legge sia stata approvata secondo le procedure formali: occorre che quelle procedure abbiano effettivamente consentito la partecipazione di tutti gli interessati e il confronto tra ragioni diverse.

L'Europa unita, di cui Habermas è stato instancabile sostenitore fino all'ultimo, rappresentava ai suoi occhi il banco di prova di questa concezione procedurale della democrazia. In numerosi interventi pubblici, il filosofo tedesco ha criticato il deficit democratico delle istituzioni europee, non per invocare un ritorno agli Stati nazionali, ma al contrario per chiedere un salto federale che rendesse l'Unione davvero democratica attraverso una maggiore partecipazione dei cittadini. Il suo patriottismo costituzionale, concetto che elaborò negli anni Ottanta in polemica con chi voleva fondare l'identità tedesca su basi etniche o culturali, proponeva di ancorare il senso di appartenenza politica non a una comunità di sangue o di tradizione, ma ai principi costituzionali condivisi e al processo democratico che li rende vivi. Questa idea, nata nel contesto tedesco del dopoguerra come risposta alla catastrofe del nazismo, è diventata il modello normativo per pensare l'integrazione europea: non un'Europa delle nazioni chiuse nelle loro identità particolari, ma un'Europa dei cittadini uniti dal riconoscimento reciproco e dalla condivisione di valori costituzionali universalistici.

Dal punto di vista strettamente giuridico, l'eredità habermasiana si manifesta in almeno tre ambiti fondamentali. Il primo riguarda la teoria della legittimazione democratica del diritto. Habermas ha mostrato che la coercizione giuridica, per essere accettabile in una società pluralistica, non può fondarsi sulla semplice imposizione della volontà della maggioranza né sull'appello a valori sostantivi condivisi, che in società complesse e multiculturali non esistono più in forma omogenea. La legittimità deriva invece dalla qualità del processo deliberativo: le norme sono legittime nella misura in cui possono essere ricondotte a un processo di formazione dell'opinione e della volontà in cui tutti i potenziali destinatari avrebbero potuto partecipare come liberi e eguali. Questo principio del discorso, che Habermas ha formulato in termini rigorosi nella sua opera "Fatti e norme" del 1992, ha influenzato profondamente il dibattito sulla democrazia deliberativa e ha fornito strumenti concettuali per criticare forme di produzione normativa tecnocratiche o elitarie.

Il secondo ambito riguarda il rapporto tra diritti fondamentali e sovranità popolare. Una delle tensioni classiche del costituzionalismo liberale è quella tra la tutela dei diritti individuali, spesso affidata a corti costituzionali sottratte al circuito democratico, e il principio di autogoverno del popolo. Habermas ha proposto di superare questa contrapposizione mostrando che diritti umani e sovranità popolare sono cooriginari: non c'è democrazia senza diritti che garantiscano a ciascuno la possibilità di partecipare al processo deliberativo, e non ci sono diritti legittimi se non quelli che i cittadini, attraverso il processo democratico, si riconoscono reciprocamente. I diritti fondamentali non sono limiti esterni alla democrazia, ma le condizioni che la rendono possibile. Questa prospettiva ha avuto ricadute importanti sulla giurisprudenza costituzionale europea, fornendo una giustificazione teorica al controllo di costituzionalità che non lo presenta come limite alla democrazia, ma come sua garanzia procedurale.

Il terzo ambito, particolarmente rilevante per chi pratica il diritto europeo, concerne la legittimazione dell'ordinamento sovranazionale. L'Unione Europea pone un problema teorico di straordinaria complessità: come può essere democratico un ordinamento che non si fonda su un demos unitario, su un popolo europeo che condivida lingua, storia e identità" Habermas ha risposto che la legittimazione democratica non richiede necessariamente un'identità collettiva preesistente di tipo etnico-culturale, ma può fondarsi su una solidarietà civica costruita attraverso la pratica della deliberazione pubblica e il riconoscimento reciproco di diritti e doveri. L'Europa può essere democratica non perché gli europei sono un popolo nel senso tradizionale, ma perché possono diventarlo attraverso l'esercizio condiviso della cittadinanza democratica. Questa visione, che alcuni hanno criticato come eccessivamente ottimistica, ha tuttavia fornito l'orizzonte normativo entro cui pensare il progetto europeo non come mera unione economica o diplomatica, ma come comunità politica fondata sul diritto.

Ricordo che al seminario dell'Istituto Max Planck, un giovane dottorando chiese a Habermas se la sua teoria non fosse troppo idealistica, se davvero si potesse pensare che le decisioni politiche fossero il frutto di argomentazioni razionali piuttosto che di rapporti di forza. Il filosofo rispose con quella che mi è sempre parsa una delle sue intuizioni più profonde: la teoria critica non descrive il mondo come è, ma ricostruisce le pretese normative immanenti alle nostre pratiche. Quando discutiamo, anche se lo facciamo in modo distorto e strumentale, presupponiamo necessariamente che l'argomento migliore dovrebbe prevalere; quando invochiamo il diritto, anche se lo usiamo per difendere interessi particolari, presupponiamo che le norme debbano essere giuste e universalizzabili. Queste pretese, che sono incorporate nella struttura stessa della comunicazione e del diritto, costituiscono il punto di appoggio per la critica dell'esistente e per la trasformazione emancipativa della società. Il compito del filosofo, e aggiungo del giurista consapevole, non è descrivere passivamente ciò che accade, ma portare alla luce queste pretese e mostrare la distanza tra esse e la realtà, aprendo così lo spazio per il cambiamento.

Questa lezione metodologica ha segnato profondamente il mio modo di intendere la professione forense. L'avvocato non è un tecnico neutrale che applica meccanicamente le norme, né un retore che piega il diritto agli interessi del cliente. È, o dovrebbe essere, un interprete critico che ricostruisce il senso delle norme alla luce dei principi costituzionali e dei diritti fondamentali, che argomenta pubblicamente le ragioni del proprio assistito mostrando che sono universalizzabili, che contribuisce attraverso la propria attività processuale alla formazione di una giurisprudenza razionale. Il processo, in questa prospettiva habermasiana, non è solo un meccanismo di risoluzione delle controversie, ma un'istituzione della sfera pubblica in cui si discute razionalmente del significato del diritto. Ogni memoria difensiva, ogni arringa, ogni ricorso è un contributo a questo discorso collettivo attraverso cui la comunità giuridica determina cosa il diritto richiede nel caso concreto.

L'eredità di Habermas per il diritto europeo è oggi più attuale che mai, in un momento in cui l'Unione attraversa crisi profonde e il progetto di integrazione appare fragile di fronte al riemergere dei nazionalismi. Il filosofo di Starnberg ci ha insegnato che l'Europa non può fondarsi solo sull'efficienza economica o sulla convenienza strategica, ma richiede una legittimazione democratica che passi attraverso la creazione di una sfera pubblica europea, di spazi di deliberazione transnazionale in cui i cittadini possano discutere come eguali delle questioni comuni. Ci ha insegnato che il diritto europeo non può essere solo il diritto dei mercati e della concorrenza, ma deve essere il diritto dei cittadini, fondato sui diritti fondamentali e sulla partecipazione democratica. Ci ha insegnato, infine, che il patriottismo costituzionale europeo è possibile, che possiamo sentirci europei non perché condividiamo una storia o una cultura omogenea, ma perché riconosciamo reciprocamente gli stessi diritti e ci impegniamo nello stesso processo democratico.

La scomparsa di Jürgen Habermas lascia un vuoto immenso nel panorama intellettuale europeo. Con lui se ne va l'ultimo grande rappresentante di quella generazione di pensatori tedeschi che hanno fatto della riflessione critica sul passato nazista e della costruzione di una Germania democratica e europea la loro missione intellettuale e civile. Ma il suo pensiero resta, vivo e fecondo, nelle istituzioni che ha contribuito a pensare, nei dibattiti che ha alimentato, nella coscienza di chi, come me, ha avuto la fortuna di incontrarlo e di comprendere che il diritto, quando è autentico, non è dominio ma discorso, non imposizione ma riconoscimento reciproco, non tecnica ma pratica di libertà.

Oggi, mentre l'Europa piange uno dei suoi più grandi ispiratori, mi piace pensare che il modo migliore per onorarne la memoria sia continuare quel lavoro di costruzione di una sfera pubblica europea che egli ha teorizzato e sostenuto per tutta la vita. Come avvocato, come cittadino europeo, come persona che crede ancora nella forza emancipativa della ragione comunicativa, sento la responsabilità di portare avanti quell'eredità, nella consapevolezza che il diritto, per essere giusto, deve essere il frutto del dialogo tra liberi ed eguali, e che l'Europa, per essere democratica, deve essere la casa comune di cittadini che si riconoscono reciprocamente come autori e destinatari delle norme che li governano.

Addio, Professor Habermas. Il suo insegnamento continuerà a illuminare il cammino di chi crede che un altro mondo, e un altro diritto, siano possibili.


Avv. Erik Stefano Carlo Bodda
Foro di Torino
Già iscritto anche a Madrid e Parigi
Diploma Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali – LUISS
Fondatore BODDA & PARTNERS

Data: 20/03/2026 06:00:00
Autore: Erik Stefano Carlo Bodda