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Cavalli a tavola: tra storia millenaria e futuro incerto

Un'analisi giuridica e culturale sul divieto di macellazione degli equidi



Quando il Parlamento si appresta a decidere se cancellare per legge secoli di tradizioni gastronomiche, è il momento di fermarsi e riflettere. Non con l'emotività che spesso caratterizza il dibattito pubblico su questi temi, ma con la lucidità che solo un'analisi distaccata, fondata sul diritto e sulla storia, può garantire. Tre proposte di legge – firmate dall'On. Michela Vittoria Brambilla (Noi Moderati), dall'On. Susanna Cherchi (Movimento 5 Stelle) e dall'On. Luana Zanella (Alleanza Verdi-Sinistra) – vogliono riconoscere gli equidi come "animali d'affezione" e vietarne la macellazione e il consumo alimentare su tutto il territorio nazionale. Una convergenza trasversale che testimonia come il tema abbia superato le tradizionali divisioni politiche, trovando terreno comune in una sensibilità sempre più diffusa verso il benessere animale.e vietarne la macellazione e il consumo alimentare su tutto il territorio nazionale. Una convergenza trasversale che testimonia come il tema abbia superato le tradizionali divisioni politiche, trovando terreno comune in una sensibilità sempre più diffusa verso il benessere animale.

Ma è davvero questa la strada giusta" O rischiamo di gettare via, insieme all'acqua sporca di eventuali abusi, anche il bambino di una tradizione millenaria, di un patrimonio culturale riconosciuto dall'UNESCO, di migliaia di posti di lavoro e di un sistema di tracciabilità e controllo che è già tra i più avanzati d'Europa"

UNA STORIA CHE VIENE DA LONTANO

La storia del consumo di carne equina in Italia affonda le radici in epoche remote e si intreccia con leggende, necessità economiche e tradizioni regionali profondamente radicate. La leggendaria pastissada de caval veronese, secondo antiche narrazioni tramandate oralmente e artisticamente rappresentate in alcune formelle bronzee del portale della Basilica di San Zeno, avrebbe avuto origine nel V secolo d.C., tra il 28 e il 30 settembre del 489, quando le campagne attorno a Verona furono teatro di una cruenta battaglia tra il re degli Ostrogoti Teodorico e il re d'Italia Odoacre. Al termine del conflitto, che vide la vittoria di Teodorico, migliaia di cavalli rimasero senza vita sul campo. Per non sprecare le carcasse, i veronesi avrebbero marinato la carne nel vino rosso (l'antenato dell'Amarone) e abbondanti spezie per conservarla e renderla tenera, dando vita a uno dei piatti più iconici della tradizione culinaria italiana.

Che la leggenda sia vera o meno, ciò che è certo è che il consumo di carne equina ha rappresentato per secoli una presenza radicata nella cultura gastronomica italiana, soprattutto in alcune aree del Paese.

In Veneto, oltre alla pastissada, troviamo gli sfilacci di cavallo padovani e la straeca, simbolo della cucina di strada e delle sagre. In Emilia-Romagna, il caval pist (cavallo pesto) di Parma è stato ufficialmente inserito nel 2021 nell'elenco dei piatti tipici della regione: una preparazione di carne equina cruda battuta al coltello, condita con olio, limone, aglio e prezzemolo, che rappresenta un'eccellenza della tradizione gastronomica parmense. In Puglia, i pezzetti di cavallo alla pignata del Salento sono un piatto che combina sapori robusti e profondi: la carne viene rosolata con cipolla, carota e sedano, poi sfumata con vino rosso e cotta lentamente in un tegame di terracotta con pomodori, peperoncino e alloro. In Sicilia, soprattutto nella zona di Catania, la carne equina viene consumata sotto forma di bistecche e polpette alla brace, con Via Plebiscito diventata negli anni un piccolo simbolo gastronomico con le sue macellerie-bracerie. Nel mio Piemonte la carne cruda di cavallo, i salmi e lo stracotto d'asino nel Monferrato.

Queste tradizioni non rappresentano la cucina italiana nel suo complesso, bensì identità regionali molto specifiche, radicate nei territori e tramandate di generazione in generazione. Come ha correttamente osservato FIESA Confesercenti nel proprio comunicato del 19 febbraio 2026, "parliamo di preparazioni e saperi che rientrano a pieno titolo nel patrimonio culturale alimentare della cucina italiana che l'UNESCO ha riconosciuto come Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità" il 10 dicembre 2025.

IL SISTEMA DI TRACCIABILITÀ: UN'ECCELLENZA EUROPEA

Uno degli argomenti più forti a favore del divieto è la presunta mancanza di tracciabilità e sicurezza della carne equina. Ma è davvero così" La realtà è ben diversa. L'Italia dispone di un sistema di identificazione e registrazione degli equidi tra i più avanzati d'Europa, regolamentato dal Decreto Ministeriale del 30 settembre 2021 "Gestione e funzionamento dell'anagrafe degli equidi" e dal Regolamento UE 2015/262.

Ogni equino, al momento della prima identificazione e registrazione nella Banca Dati Nazionale (BDN), viene identificato tramite microchip e gli viene attribuito un codice unico – UELN – cioè un codice alfanumerico di 15 caratteri che identifica l'equino in modo univoco a livello europeo. Al seguito dell'iniezione del trasponder, viene rilasciato un passaporto contenente tutti i dati relativi al cavallo: razza, microchip, proprietario, e soprattutto lo stato DPA (Destinato alla Produzione Alimentare) o NON DPA (non macellabile).

Questa distinzione è fondamentale e dimostra che il sistema attuale già consente di destinare un equino come animale non macellabile. Chi acquista un cavallo per compagnia, per sport, per attività ricreative, può farlo registrare come NON DPA e quell'animale non potrà mai essere destinato alla macellazione. Viceversa, chi alleva equini per la produzione alimentare li registra come DPA e deve rispettare stringenti protocolli sanitari: devono essere annotati tutti i trattamenti veterinari nel documento del cavallo, riportando i contatti del veterinario responsabile delle somministrazioni, e sono vietati determinati farmaci che potrebbero lasciare residui nelle carni.

Come ha chiarito il Regolamento UE 2015/262, a livello europeo la carne equina ottenuta sul territorio dell'Unione deve provenire da cavalli identificati DPA, mentre gli equidi non DPA non possono essere destinati al consumo umano. Il sistema funziona, è tracciato, è controllato. Eventuali violazioni – che certamente possono verificarsi, come in qualsiasi settore – vanno perseguite penalmente e sanzionate, non utilizzate come pretesto per vietare un'intera filiera produttiva.

I NUMERI DI UNA FILIERA SOTTO ATTACCO

Secondo i dati della Banca Dati Nazionale dell'Anagrafe Zootecnica riportati nel dossier parlamentare, al 31 dicembre 2025 risultavano registrati 328.401 capi equini, di cui 90.252 con orientamento produttivo "carne", distribuiti in circa 39.097 allevamenti. Parliamo di decine di migliaia di posti di lavoro lungo tutta la filiera: allevatori, commercianti di bestiame, trasportatori, macellatori industriali e artigianali, macellai, ristoratori, produttori di salumi e preparazioni a base di carne equina.

Secondo un'indagine Ipsos, in verità basata su un numero d'interviste esiguo, pubblicata da Animal Equality nel maggio 2025, solo il 17% di chi consuma carne mangia anche carne equina, con la concentrazione maggiore in Lombardia (24%) e Puglia (11%), seguite da Emilia-Romagna e Campania (9%) e Lazio e Sicilia (8%). Sono numeri che testimoniano come il consumo di carne equina sia effettivamente minoritario e concentrato territorialmente, ma proprio per questo rappresenta un elemento identitario forte per le comunità locali che lo praticano.

Un divieto assoluto determinerebbe la chiusura immediata di tutti questi allevamenti, la perdita di valore patrimoniale di oltre 90.000 capi (che da un giorno all'altro non avrebbero più alcun valore economico), la chiusura dei macelli specializzati, la scomparsa delle macellerie equine, la cancellazione di decine di specialità gastronomiche tradizionali. E tutto questo con quali risorse di compensazione" Le proposte di legge prevedono fondi per la riconversione che variano da 3 a 6 milioni di euro per tre anni. Con oltre 90.000 capi destinati alla produzione alimentare e un costo medio annuo di mantenimento di un equino stimato in 2.000-3.000 euro, le risorse previste appaiono manifestamente inadeguate – insufficienti di almeno cento volte.

LA LEZIONE GRECA: QUANDO IL DIVIETO CREA PIÙ PROBLEMI DI QUANTI NE RISOLVA

Un caso emblematico che dovrebbe far riflettere il legislatore italiano è quello della Grecia, che nel 2020 ha introdotto un divieto analogo di macellazione degli equidi. A distanza di pochi anni, il Paese ellenico si trova ad affrontare conseguenze impreviste e drammatiche: un'esplosione del fenomeno dell'abbandono e del randagismo equino, con migliaia di animali lasciati allo stato brado, privi di cure veterinarie, che vagano per le campagne e le periferie urbane creando problemi di sicurezza stradale, degrado ambientale e sofferenza animale.

Il paradosso è evidente: una legge nata per tutelare il benessere degli equidi ha prodotto l'effetto opposto. Gli allevatori, privati improvvisamente della possibilità di valorizzare economicamente i propri animali e impossibilitati a sostenere i costi di mantenimento a vita di decine o centinaia di capi, hanno scelto la via dell'abbandono. I fondi pubblici previsti per la riconversione e per i "pensionati" per equini si sono rivelati del tutto insufficienti. Le associazioni animaliste, che avevano promosso il divieto, si sono trovate sommerse da richieste di affidamento che non sono in grado di gestire.

La lezione greca è chiara: vietare per legge senza predisporre un sistema sostenibile di gestione degli animali non più destinabili alla produzione alimentare non tutela il benessere animale, ma lo peggiora. Come ha osservato il Professor Pasquale De Palo dell'Università di Bari, "un divieto assoluto genera abbandono dei cavalli e disinteresse verso l'allevamento, con conseguenze opposte al benessere animale". L'esperienza greca conferma pienamente questa previsione.

LA QUESTIONE DEL BENESSERE ANIMALE: FALSI MITI E REALTÀ

Il cuore della questione, ovviamente, è il benessere animale. Nessuno può negare che gli equidi siano animali senzienti, capaci di provare dolore e sofferenza, meritevoli di tutela e rispetto. Ma questo vale per tutti gli animali da reddito: bovini, suini, ovini, avicoli. Tutti sono senzienti, tutti meritano tutela. La domanda è: perché gli equidi dovrebbero essere trattati diversamente"

La risposta dei proponenti è che il cavallo ha un particolare legame affettivo con l'uomo, una storia di collaborazione millenaria, un ruolo culturale e simbolico che lo distingue da altre specie. È vero. Ma è anche vero che questo legame non è universale: varia da cultura a cultura, da territorio a territorio, da persona a persona. In alcune culture il cane è un animale da compagnia sacro, in altre è un alimento. In India la vacca è sacra, in Occidente è la principale fonte di proteine animali. Chi decide quale sia la visione "giusta"" E soprattutto: è compito dello Stato imporre per legge una visione culturale ed etica su un tema così profondamente personale come le scelte alimentari"

Il Professor De Palo ha evidenziato gli errori scientifici alla base delle proposte di legge: "L'idea che la macellazione come pratica sia l'antitesi del benessere animale è scientificamente infondata. Il benessere animale si garantisce durante l'allevamento, il trasporto e la macellazione, con controlli rigorosi e applicazione puntuale delle norme. Un divieto assoluto non migliora il benessere degli equidi, anzi: genererebbe abbandono dei cavalli, disinteresse verso l'allevamento, perdita di biodiversità zootecnica, con conseguenze opposte al benessere animale".

Il Regolamento CE n. 1099/2009 sulla protezione degli animali durante l'abbattimento disciplina in modo puntuale e rigoroso il benessere degli equidi durante la macellazione, prevedendo sanzioni severe per le violazioni. La recente Legge n. 82 del 6 giugno 2025 ha ulteriormente inasprito le sanzioni penali per i reati contro gli animali, aumentando le pene per l'uccisione di animali (art. 544-bis c.p.) e per il maltrattamento (art. 544-ter c.p.). L'ordinamento dispone già di strumenti efficaci per reprimere le condotte illecite. Qualora emergano violazioni gravi, la conseguenza coerente non è l'introduzione di divieti legislativi generalizzati, bensì la denuncia alle Autorità preposte dei reati eventualmente accertati, affinché siano perseguiti nei confronti dei singoli responsabili.

I PROFILI DI ILLEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE ED EUROPEA

Da un punto di vista strettamente giuridico, le proposte di legge presentano gravi profili di illegittimità. L'art. 41 della Costituzione garantisce la libertà di iniziativa economica privata, che può essere limitata solo per ragioni imperative di interesse pubblico, secondo criteri di ragionevolezza e proporzionalità. Nel caso della macellazione degli equidi, non vi sono profili di danno alla salute umana (la carne equina è perfettamente idonea al consumo alimentare e sottoposta a controlli rigorosi), non vi sono ragioni di tutela ambientale, non vi sono esigenze di conservazione della specie (gli equidi non sono specie protette o in via di estinzione).

Il divieto si fonda esclusivamente su considerazioni di natura etico-ideologica, che non possono giustificare la compressione di una libertà costituzionalmente garantita. Inoltre, il divieto viola il principio di ragionevolezza, corollario del principio di uguaglianza di cui all'art. 3 Cost., introducendo una discriminazione arbitraria tra specie animali priva di giustificazione oggettiva. Non vi è alcuna ragione scientifica, sanitaria o giuridica per trattare gli equidi diversamente da bovini, suini o ovini.

Sul piano europeo, il divieto assoluto di macellazione e commercializzazione delle carni equine costituisce una restrizione quantitativa all'importazione e una misura di effetto equivalente che ostacola gli scambi intracomunitari, in violazione degli artt. 34-36 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea. L'art. 36 TFUE consente deroghe al divieto di restrizioni quando giustificate da motivi di "moralità pubblica, ordine pubblico, pubblica sicurezza, tutela della salute e della vita delle persone e degli animali", ma spetta alle autorità nazionali dimostrare, mediante un'analisi dell'idoneità e della proporzionalità corredata da elementi precisi, che la normativa è necessaria e che l'obiettivo non potrebbe essere raggiunto con misure meno restrittive.

Le proposte non forniscono alcuna dimostrazione scientifica che la macellazione degli equidi costituisca un rischio superiore a quello di altre specie. Il divieto appare fondato su motivazioni etiche e culturali, non riconducibili alle deroghe ammesse dall'art. 36 TFUE. Inoltre, l'art. 13 TFUE riconosce gli animali come "esseri senzienti" ma impone di tenere conto delle esigenze in materia di benessere animale "nel rispetto delle disposizioni legislative o amministrative e delle consuetudini degli Stati membri, in particolare per quanto riguarda i riti religiosi, le tradizioni culturali e il patrimonio regionale". Il consumo di carne equina rientra pienamente nelle "tradizioni culturali e patrimonio regionale" di numerose regioni italiane.

UNA SOLUZIONE EQUILIBRATA È POSSIBILE

Come giurista che ha scelto di stare dalla parte della filiera, ma anche come cittadino che rispetta profondamente gli animali e riconosce la legittimità delle preoccupazioni animaliste, ritengo che una soluzione equilibrata sia possibile e necessaria. Non serve vietare per legge ciò che è già regolamentato, tracciato e controllato. Serve invece:

1. Rafforzare i controlli sul benessere animale durante tutte le fasi della filiera: allevamento, trasporto, macellazione. Aumentare le ispezioni, inasprire le sanzioni per le violazioni, garantire che le norme esistenti siano applicate rigorosamente.

2. Migliorare gli standard di allevamento e macellazione, incentivando le buone pratiche e premiando gli operatori virtuosi con certificazioni di qualità riconosciute.

3. Rafforzare la tracciabilità, rendendo ancora più trasparente il sistema di identificazione e registrazione degli equidi, garantendo ai consumatori la massima informazione sulla provenienza e sulle modalità di allevamento.

4. Valorizzare la distinzione DPA/NON DPA, informando i proprietari di equidi che possono scegliere liberamente di destinare i propri animali alla produzione alimentare o di escluderli da tale destinazione, registrandoli come NON DPA.

5. Promuovere l'educazione e la consapevolezza dei consumatori, fornendo informazioni corrette sulle caratteristiche nutrizionali della carne equina, sulle tradizioni gastronomiche regionali, sul sistema di controlli e garanzie.

6. Tutelare le tradizioni culturali, riconoscendo il valore del patrimonio gastronomico regionale e garantendo che le scelte alimentari rimangano una libertà individuale, non un'imposizione statale.

7. Imparare dall'esperienza greca, evitando di ripetere gli errori di un divieto che ha prodotto abbandono, randagismo e sofferenza animale invece di tutelare il benessere degli equidi.

CONCLUSIONI: TRADIZIONE E MODERNITÀ POSSONO CONVIVERE

Come ha scritto un attento commentatore, "la tradizione non è un museo immobile, ma un organismo vivo, che si adatta ai valori e alla sensibilità del proprio tempo". È vero. Ma adattarsi non significa cancellare. Significa evolvere, migliorare, rendere più rispettosa e sostenibile una pratica che ha radici millenarie.

Il consumo di carne equina in Italia sta già diminuendo naturalmente, per scelte individuali dei consumatori, per cambiamenti culturali, per evoluzione della sensibilità collettiva. Questo è un processo fisiologico, che va rispettato. Ma vietare per legge, cancellare d'imperio un'intera filiera produttiva, distruggere migliaia di posti di lavoro, far scomparire decine di specialità gastronomiche tradizionali come il caval pist parmense, la pastissada veronese, i pezzetti di cavallo salentini, tutto questo in nome di una visione etica che, per quanto rispettabile, non è universalmente condivisa, è un'operazione che solleva gravi dubbi di legittimità costituzionale ed europea.

L'esperienza greca dimostra inoltre che un divieto assoluto, senza un sistema sostenibile di gestione degli animali, non tutela il benessere degli equidi ma lo peggiora, generando abbandono e randagismo. Il legislatore italiano ha il dovere di non ripetere gli stessi errori.

Come giurista, ho il dovere di difendere il diritto. Come cittadino, ho il dovere di difendere la libertà. Come italiano, ho il dovere di difendere le tradizioni che fanno parte della nostra identità culturale. La filiera delle carni equine merita rispetto, tutela, valorizzazione. Gli equidi meritano benessere, protezione, dignità. Queste due esigenze non sono in contraddizione. Possono e devono convivere, in un sistema che garantisca il massimo livello di tutela animale compatibile con la libertà economica e culturale.

Il Parlamento ha una grande responsabilità. Può scegliere la strada del divieto ideologico, con tutti i rischi giuridici, economici e culturali che comporta, come dimostrato dall'esperienza greca. Oppure può scegliere la strada del miglioramento, del rafforzamento dei controlli, della valorizzazione delle buone pratiche, del rispetto delle tradizioni. Io, come professionista che ha dedicato la propria vita al diritto e alla difesa delle libertà fondamentali, auspico che prevalga la seconda strada. Perché è la strada della ragionevolezza, della proporzionalità, del rispetto della Costituzione e del diritto europeo. È la strada che tutela insieme gli animali, le persone, le tradizioni e la libertà.


Erik Stefano Carlo BODDA è avvocato del foro di Torino, già iscritto nei fori di Madrid e Parigi ed abilitato alle difese avanti le Giurisdizioni Superiori.

Ha conseguito il diploma presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali della LUISS e ha operato in Europa, Africa, America latina e Medioriente. È fondatore dello studio legale BODDA & PARTNERS con sedi in Italia e all'estero.

Per lo studio e gli approfondimenti della materia ringrazio il Consiglio Direttivo ed il Presidente Vittorio Carpegna delll'Associazione FILIERA EQUINA ITALIANA – ASSOCIAZIONE NAZIONALE PER LA TUTELA E LA VALORIZZAZIONE DELLA TRADIZIONE EQUINA che mi hanno fornito il punto di vista degli operatori del settore.

Data: 11/03/2026 06:00:00
Autore: Erik Stefano Carlo Bodda