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Addio al Maestro Paolo Cendon

Un faro che si spegne nel diritto dei più fragili



Il Silenzio che Segue la Grandezza.
Dal 26 gennaio 2026, il diritto italiano piange la scomparsa di uno dei suoi più illuminati interpreti. Paolo Cendon si è spento all'età di 85 anni nella clinica Salus di Trieste, circondato dall'affetto della moglie Anita e delle figlie Aline e Veronica. Con lui se ne va non solo un giurista di straordinaria levatura, ma un visionario che ha saputo trasformare il diritto da freddo strumento normativo in caldo abbraccio per chi soffre.

Chi ha avuto la fortuna di studiare sui testi del Professor Cendon sa bene che ogni pagina trasudava quella particolare sensibilità che solo i grandi maestri sanno infondere nelle loro opere. Non era semplice dottrina quella che emergeva dai suoi scritti, ma una filosofia giuridica profondamente umana, capace di vedere oltre la lettera della norma per cogliere l'essenza più profonda del diritto: la protezione della dignità umana in tutte le sue manifestazioni, specialmente quando questa dignità appare più fragile e vulnerabile.

L'Architetto dell'Amministrazione di Sostegno

La più grande eredità che il Professor Cendon lascia al diritto italiano è senza dubbio l'amministrazione di sostegno, istituto che ha rivoluzionato l'approccio giuridico verso le persone con disabilità psichica e fisica. Nel 1986 redasse il progetto di legge che sarebbe diventato la base dell'Amministrazione di sostegno, approvata dal Parlamento nel 2004: uno strumento pensato per accompagnare, non sostituire, chi è in difficoltà.

Questa intuizione geniale nasceva da una profonda riflessione sui limiti degli istituti tradizionali dell'interdizione e dell'inabilitazione, strumenti che, pur nati con finalità protettive, finivano per privare completamente la persona della propria capacità di agire, relegandola in una condizione di minorità perpetua. Cendon comprese che il diritto doveva evolversi, doveva farsi più sottile e raffinato, capace di calibrare la protezione sulla specificità di ogni singola situazione.

L'amministrazione di sostegno rappresenta così il superamento di una concezione paternalistica della tutela, sostituendola con un approccio personalizzato che rispetta l'autodeterminazione della persona nei limiti delle sue effettive capacità. È un istituto che parla di dignità prima ancora che di protezione, di accompagnamento prima ancora che di sostituzione. In questo senso, Cendon non ha semplicemente creato un nuovo strumento giuridico, ma ha operato una vera e propria rivoluzione copernicana nel modo di concepire il rapporto tra diritto e fragilità umana.

Il Pioniere del Danno Esistenziale

Accanto all'amministrazione di sostegno, l'altra grande innovazione cendoniana è stata la sistematizzazione del concetto di danno esistenziale. Anche in questo caso, il Professor Cendon dimostrò la sua straordinaria capacità di anticipare i tempi, intuendo che il diritto doveva attrezzarsi per rispondere a nuove forme di sofferenza che la società moderna stava producendo.

Il danno esistenziale, come elaborato da Cendon, rappresenta quella lesione che incide negativamente sulle attività realizzatrici della persona umana, compromettendo la sua capacità di esprimere e sviluppare la propria personalità nel mondo esterno. Non si tratta di un danno patrimoniale, né di un danno biologico in senso stretto, ma di qualcosa di più sottile e al tempo stesso più profondo: la compromissione della qualità della vita, della capacità di realizzare i propri progetti esistenziali, di coltivare relazioni significative.

Questa elaborazione teorica ha avuto un impatto rivoluzionario sulla giurisprudenza del danno non patrimoniale, aprendo nuovi orizzonti risarcitori per situazioni che prima rimanevano prive di tutela. Ancora una volta, Cendon dimostrò la sua capacità di leggere i bisogni emergenti della società e di tradurli in categorie giuridiche operative, confermandosi come un giurista non solo tecnicamente raffinato, ma anche socialmente sensibile.

Il Civilista della Rivoluzione Basagliana

Cendon si interrogò sul ruolo del diritto privato nella rivoluzione antimanicomiale, come egli stesso raccontò: "C'era qualche contributo, riflettevo, che avrei potuto fornire, in veste di civilista, alla 'causa' di Basaglia, al San Giovanni, come era chiamato l'ex reclusorio psichiatrico" La rivoluzione antimanicomiale che avanzava, di cui già si occupavano i penalisti, dopo la cancellazione formale degli 'ospedali per i matti', era destinata a influenzare anche discipline come la mia"".

Questa riflessione testimonia la profondità del pensiero cendoniano e la sua capacità di cogliere le interconnessioni tra diversi ambiti del diritto. Mentre la riforma Basaglia operava sul piano del diritto penale e amministrativo, chiudendo i manicomi e rivoluzionando l'approccio alla malattia mentale, Cendon intuì che era necessario un parallelo rinnovamento del diritto civile, chiamato a fornire nuovi strumenti per la tutela delle persone con disabilità psichica nella loro vita quotidiana.

Da questa intuizione nacquero alcune delle sue elaborazioni più innovative, tra cui il ripensamento delle categorie di capacità, responsabilità e tutela nel codice civile. Cendon comprese che non bastava chiudere i manicomi se poi il diritto civile continuava a trattare le persone con disabilità mentale come soggetti privi di capacità e di dignità. Era necessaria una riforma più profonda, che investisse le stesse fondamenta del diritto privato.

Il Maestro e la Sua Scuola

Chi ha avuto il privilegio di formarsi sui testi di Paolo Cendon sa bene che ogni sua opera rappresentava molto più di un semplice manuale o trattato. I suoi scritti erano vere e proprie lezioni di umanità giuridica, capaci di trasmettere non solo conoscenze tecniche, ma anche e soprattutto una particolare sensibilità verso i problemi della sofferenza umana.

La sua produzione scientifica è stata vastissima e sempre caratterizzata da un approccio interdisciplinare che sapeva coniugare rigore giuridico e sensibilità sociale. Opere come "Lesione della salute mentale e responsabilità civile" (Il Mulino, 1984), "Un altro diritto per il malato di mente" (Esi, 1988), "I bambini e i loro diritti" (Il Mulino, 1991), rappresentano pietre miliari nella letteratura giuridica italiana, testi che hanno formato generazioni di giuristi e che continuano a essere punti di riferimento imprescindibili per chiunque si occupi di diritto delle persone fragili.

Ma Cendon non è stato solo un grande studioso, è stato anche un maestro nel senso più pieno del termine. La sua cattedra all'Università di Trieste, dove ha insegnato dal 1971 fino al pensionamento, è stata una fucina di talenti, un laboratorio dove si sono formati molti dei giuristi che oggi portano avanti la sua eredità intellettuale. Il suo insegnamento non si limitava alla trasmissione di nozioni, ma mirava a formare giuristi consapevoli del ruolo sociale del diritto, capaci di vedere oltre la tecnica per cogliere i valori umani che il diritto è chiamato a tutelare.

L'Eredità Internazionale

L'influenza del pensiero cendoniano non si è limitata ai confini nazionali, ma ha trovato fertile terreno anche in ambito internazionale, particolarmente nei paesi latinoamericani dove le sue teorie sul danno esistenziale e sull'amministrazione di sostegno hanno ispirato importanti riforme legislative. Questa dimensione internazionale del suo pensiero testimonia la universalità dei valori che Cendon ha sempre difeso: la dignità della persona umana, la protezione dei più deboli, il diritto di ciascuno a vivere una vita piena e significativa.

In Argentina, in Brasile, in Colombia, giuristi e legislatori hanno guardato al modello italiano dell'amministrazione di sostegno come a un esempio da seguire, adattandolo alle specificità dei propri ordinamenti ma mantenendo intatto lo spirito cendoniano di protezione senza annullamento, di tutela che non diventa sopraffazione. Questa diffusione internazionale delle sue idee rappresenta forse il riconoscimento più alto del valore universale del suo pensiero.

Il Giurista Narratore

Negli ultimi anni della sua vita, Cendon aveva affiancato all'attività scientifica anche una intensa produzione narrativa, con romanzi e racconti dedicati ai temi della fragilità, dell'ascolto e della dignità della persona. Opere come "L'orco in canonica" (Marsilio, 2016), "Storia di Ina" (Aliberti, 2020), "Ombre in cerca di ascolto" (Aliberti, 2024), fino all'ultimo "Vivere la propria vita" (Santelli, 2025), testimoniano come la sua sensibilità giuridica si fosse nel tempo arricchita di una dimensione letteraria, capace di raccontare la sofferenza umana con la stessa profondità con cui l'aveva studiata dal punto di vista giuridico.

Questa evoluzione verso la narrativa non rappresentava un abbandono del diritto, ma piuttosto il suo naturale completamento. Cendon aveva compreso che per cambiare davvero il diritto era necessario cambiare prima di tutto la sensibilità di chi il diritto lo applica, e la letteratura poteva essere uno strumento potente per raggiungere questo obiettivo. Le sue storie parlavano di persone fragili, di sofferenze nascoste, di dignità calpestata, ma anche di possibilità di riscatto e di speranza, esattamente come i suoi scritti giuridici.

Un Vuoto Incolmabile

La scomparsa di Paolo Cendon lascia un vuoto incolmabile nel panorama giuridico italiano e internazionale. Non è facile immaginare chi potrà raccogliere la sua eredità intellettuale e continuare la sua opera di innovazione e umanizzazione del diritto. La sua è stata una figura unica, capace di coniugare rigore scientifico e sensibilità umana, innovazione teorica e impegno sociale, competenza tecnica e passione civile.

Per chi ha avuto la fortuna di conoscere i suoi scritti e di formarsi alla sua scuola, il Professor Cendon rimarrà sempre un punto di riferimento, un maestro che ha insegnato che il diritto può e deve essere uno strumento di liberazione e di promozione umana. La sua lezione più importante è forse questa: che il giurista non può limitarsi a essere un tecnico del diritto, ma deve essere prima di tutto un interprete dei bisogni umani, capace di tradurre la sofferenza in categorie giuridiche e le categorie giuridiche in strumenti di protezione e di cura.

Il Testamento Spirituale

Se dovessimo individuare il testamento spirituale che Paolo Cendon lascia alle future generazioni di giuristi, questo si potrebbe riassumere in una semplice ma rivoluzionaria idea: il diritto esiste per servire l'uomo, non per dominarlo. Ogni norma, ogni istituto, ogni categoria giuridica deve essere valutata alla luce di questo criterio fondamentale: contribuisce a rendere più dignitosa la vita umana o la rende più difficile"

Questa prospettiva antropocentrica del diritto, che pone la persona umana al centro di ogni riflessione giuridica, rappresenta l'eredità più preziosa del pensiero cendoniano. È un'eredità che impegna tutti noi, giuristi e operatori del diritto, a continuare la sua opera di umanizzazione del diritto, a non dimenticare mai che dietro ogni norma ci sono persone in carne e ossa, con le loro speranze, le loro paure, le loro fragilità.

Conclusione: Un Faro che Continua a Illuminare

Paolo Cendon se n'è andato, ma la sua luce continua a illuminare il cammino di tutti coloro che credono in un diritto più giusto e più umano. Le sue idee, i suoi istituti, la sua sensibilità continueranno a vivere nell'opera di tutti quei giuristi che hanno fatto propria la sua lezione di umanità giuridica.

A noi, suoi discepoli ideali, spetta il compito di custodire e far fruttificare questa eredità, di continuare a lottare perché il diritto non dimentichi mai la sua vocazione più alta: essere al servizio dell'uomo, specialmente quando questo uomo è più fragile e ha più bisogno di protezione. È questo il modo migliore per onorare la memoria del Maestro: continuare la sua opera, con la stessa passione, la stessa competenza, la stessa umanità che hanno caratterizzato la sua straordinaria esistenza.

Grazie, Professor Cendon, per tutto quello che ci ha insegnato. La sua lezione continuerà a vivere in ogni atto di tutela verso i più deboli, in ogni innovazione giuridica ispirata ai valori umani, in ogni gesto di cura che il diritto saprà esprimere verso chi soffre. Il suo nome rimarrà per sempre legato alla storia del diritto italiano come quello di un grande innovatore, ma soprattutto come quello di un uomo che ha saputo mettere il proprio sapere al servizio della giustizia e della dignità umana.


Erik Stefano Carlo Bodda è avvocato del di Torino, già iscritto anche a Madrid e Parigi. Ha conseguito il diploma presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali della LUISS e ha operato in Europa, Africa, America latina e Medioriente. È fondatore dello studio legale BODDA & PARTNERS con sedi in Italia e all'estero.


Data: 27/01/2026 09:00:00
Autore: Erik Stefano Carlo Bodda