Sei in: Home » Articoli

I reati propri e impropri

Il concorso dell'extraneus nella concussione
sentenza cassazione martello giudice

di Federica Abbattista - L'art 97 della nostra Carta Costituzionale è la norma che per eccellenza meglio descrive le finalità della P.A.: il buon andamento e l'imparzialità degli uffici pubblici.
Questi due inderogabili obiettivi sono assicurati attraverso l'individuazione delle responsabilità proprie dei funzionari, in relazione alla rispettive sfere di competenza e di attribuzione. Inoltre per poter entrare a far parte delle amministrazioni pubbliche è indispensabile risultare in possesso dei requisiti e delle capacità tecniche indicate dal relativo bando, che disciplina la procedura di concorso.

Ahimè, a volte, il buon andamento e l'imparzialità non sono sinonimi di impermeabilità ad eventuali violazioni, infatti tali caratteristiche possono essere alterate da svariate cause, o meglio comportamenti che possono provenire sia da fattori interni che da fattori esterni alla P.A.
Al tal proposito, il codice penale, al libro III , titolo II, Capo I, ora novellato dal c.d. “decreto anticorruzione”, punisce, inasprendo ancor più le sanzioni, gli inescusabili e irreparabili errori comportamentali, cioè i reati degli appartenenti alla P.A.

Questi ultimi sono qualificati come pubblici ufficiali o incaricati di un pubblico servizio.
Gli illeciti commessi da tali soggetti si racchiudono in un'unica categoria: i DELITTI PROPRI. Con tale espressione si vuole intendere che l'agente dovrebbe necessariamente rivestire una particolare qualità o qualifica affinchè il delitto de quo sussista.

L'antitesi alla suddetta figura di reato, la contrapposizione ai delitti propri è il “REATO COMUNE”, ossia gli illeciti che possono essere eseguiti da qualsiasi soggetto e consistono nella totalità delle incriminazioni contenute nel codice. Difatti, il carattere di reato comune lo si contraddistingue dall'utilizzo del pronome “chiunque”.
All'interno della categoria dei delitti propri è compresa una sottocategoria, ossia i reati PROPRI ESCLUSIVI, il cui proposito criminoso può essere portato a termine SOLO da chi riveste una certa posizione rispetto ad un fatto -ad esempio i prossimi congiunti per il delitto di incesto; In caso contrario, la condotta sarebbe irrilevante per la legislazione penale.

Invece i reati PROPRI NON ESCLUSIVI- sono configurabili come reati comuni, ma nei quali la presenza della qualifica soggettiva determina un mutamento del titolo di reato, a prescindere dalla consapevolezza o meno di tale qualità da parte dell'extraneus. Ad esempio, il peculato è un illecito che, se compiuto, per intenderci, dal “popolo” configura la diversa ipotesa di appropriazione indebita.
Per quanto concerne il reato PROPRIO, la fattispecie esemplare che funge da riferimento qualora si voglia descrivere quel rapporto che potremmo definire “gerarchico” tra il soggetto qualificato e il comune cittadino- è la concussione.

Alla luce delle nuove modifiche, dall'art. 317 c.p. diviene inesistente la condotta di induzione e resta la sola costrizione, la cui pena viene elevata: ora il delitto è punito con la reclusione da sei (non più quattro) a dodici anni. Peraltro, soggetto attivo può essere solo il pubblico ufficiale e non più l'incaricato di un pubblico servizio, come previsto nel testo originale del 1930 e prima della riforma di cui alla legge 26 aprile 1990, n. 86.
Vediamo ora come assume concretezza il reato.
Innanzitutto, sussiste un divario tra la posizione del soggetto qualificato e la posizione del comune cittadino, divario che lo si ritrova non solo nei comportamenti posti in essere, ma anche nel momento in cui il giudice è chiamato ad infliggere una pena.

Il soggetto agente, infatti, consapevole della sua “supremazia”, deve ampiamente approfittare della sua veste pubblica, della sua qualità e dei suoi poteri, utilizzandoli in modo assolutamente anomalo, ingiusto, non dovuto.
Il soggetto attivo è detto intraneo, poichè assume la qualifica richiesta dalla norma, mentre l'altro è denominato” extraneus”, in quanto non occupa un ruolo o una carica e non ha alcun potere fra le mani.
La legge pocanzi indicata n.190/2012 , ha introdotto una nuova nuova fattispecie di reato, precisamente “ L'induzione indebita a dare o promettre utilità”,ex art 319 quater c.p., la quale, così si esplicita: salvo che il fatto costituisca più grave reato, il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità è punito con la reclusione da tre a otto anni. Peraltro, ai sensi del secondo comma di tale disposizione, chi dà o promette denaro o altra utilità è punito con la reclusione fino a tre anni. Si noti, peraltro, come, a differenza della concussione, tale reato possa essere commesso non solo dal pubblico ufficiale, ma anche dall'incaricato di un pubblico servizio.

E così, l'intraneus esercitando una funzione pubblica, con il suo atteggiamento assume preminente importanza prevaricatrice tale, da indurre e quindi suggestionare il soggetto passivo all'ingiusta promessa o dazione di denaro o di doni , pur sapendo non essere dovuta.
A questo punto , potremmo definire, con le opportune valutazioni in merito, la condotta del funzionario, pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, essere equiparabile a quella del soggetto agente del reato ex art 643c.p., il approfitta ed abusa dell'altrui incapacità di intendere e volere e quindi di una “suggestionabilità oggettiva” riscontrabile da parte di tutti, al fine di compiere un atto a sé favorevole e pregiudizievole per l'incapace, che nel caso della concussione è l'extraneus.

Quest'ultimo, infatti, data la sua consapevole condizione di inferiorità, non è “capace”, risulta inerme dal difendersi contro le altrui insidie e insinuazioni che, in nel caso in esame, assumono concretezza nelle illecite richieste di denaro o di altra utilità o addirittura nelle promesse da parte del P.U.
La condotta di induzione descritta dall'art 319 quater c.p. è la stessa condotta di induzione dell'art. 643 c.p , che costituisce uno degli elementi essenziali ed oggettivi della fattispecie criminosa, la quale deve concretizzarsi in un'apprezzabile attività di suggestione psicologica, pressione morale e di persuasione finalizzata a determinare, o quantomeno a rafforzare, la volontà minorata del soggetto passivo.
Questo elemento costituisce il fatto materiale, insieme all'elemento psicologico, i quali conducono certamente ad una condanna con formula piena, e ciò ha valenza sia per la “nuova concussione” che per il reato di circonvenzione di incapaci.

Ora, la dottrina e la giuriprudenza hanno intavolato, da sempre, un intricante dibattito per quanto concerne una specifica ipotesi: qualora l' extraneus non sia consapevole- ignori le qualità soggettive dell'intraneus, ossia abbia contribuito casualmente alla realizzazione del fatto costitutivo.
La giurisprudenza maggioritaria ha parzialmente risolto tale problematica applicando l' art 117 c.p., il quale costituisce una deroga ai principi del dolo di partecipazione, e determina dei parametri tassativi in base ai quali muta il titolo di reato: le condizioni, le qualità personali, i rapporti tra il colpevole e l'offeso.
Quindi, in alcune circostanze, il codice prevede che per i soggetti non qualificati possa essere disposta una clemenza, cioè una riduzione della pena prevista per la loro condotta. L'art 117 c.p. configura, inoltre, una circostanza attenuante facoltativa, infatti al soggetto dotato della particolare qualifica soggettiva- pubblico ufficiale, sarà applicata per intero la pena, invece, il concorrente non dotato di detta qualità potrà ottenere un beneficio, una diminuzione, sarà quindi esente, in parte, da responsabilità. In tal caso il giudice deve utilizzare il criterio della distinzione dei compartecipi in correi o meri complici, essendo la possibile diminuzione applicabile discrezionalmente .

Tutto ciò è dovuto dal difetto di consapevolezza, da parte del comune cittadino, delle qualità personali dell'intraneo che determinano il disvalore penale del fatto.
Ergo, la deroga ex art 117 cp. riguarda ipotesi in cui le qualità dell'autore determinano un mutamento del titolo di reato, cioè, accanto alla figura del reato PROPRIO esiste una corrispondente figura di reato COMUNE. L'estraneo, così, ha agito senza essersi rappresentato e aver voluto il fatto-ossia senza dolo. Come già detto, il giudice può tuttavia diminuire la pena inflitta agli estranei se il reato proprio è più grave di quello commesso.
Diverso è il caso in cui, rispetto ai reati PROPRI ESCLUSIVI, l'extraneus conosce detta qualifica, egli risponderà di concorso ex art 110 con il pubblico ufficiale.

Così, nel caso della corruzione, l'extraneus, al di fuori dell'ipotesi di concorso, sarà imputato di violenza privata, ex art 610 c.p., poiché costringe il pubblico ufficiale a fare tollerare o mettere qualcosa.
Alla luce di queste valutazioni potremmo sostenere, ancora una volta, con fermezza, che è L'ELEMENTO SOGGETTIVO dell'extraneus che acquisterà differente rilevanza, ai fini dell'imputazione del fatto di reato, cioè la consapevolezza che quest'ultimo ha della posizione occupata dall'intraneus : il metus
Se quindi il reato proprio viene commesso in concorso da una persona qualificata e da altre non qualificate è prevista una conseguenza unitaria- anche per il comune cittadino troverà applicazione la sanzione prevista per il peculato (appropriazione indebita posta in essere da un pubblico ufficiale), solo se, un uomo ragionevole al suo posto, usando la diligenza, si fosse reso conto che colui era un pubblico ufficiale.
Per quanto concerne l'affermazione della penale responsabilità, diventa sempre più difficile riscontrare l'avvenuta coartazione psicologica, quando non sia stata avanzata un'esplicita ed inequivocabile pretesa che consenta di stabilire se il P.U., di fatto, abbia agito in modo da ingenerare nella vittima la fondata convinzione di dovere sottostare alle sue decisioni per evitare il prospettato pregiudizio.

Un'altra tipologia di “ soggezione”, si verifica quando il privato acconsente alla richiesta, non per timore del p.u,. ma esclusivamente per evitare maggiori danni o per non avere noie. (Cass. pen., 13/07/2000, n. 9737)
Ergo, il metus publicae potestatis" è inteso come stato psicologico di timore esercitato dal funzionario verso il privato –vittima e può assumere svariate forme .
Mentre , il delitto di corruzione è un tipico reato a concorso necessario, nel quale p.u. e privato trattano pariteticamente- il cd “pactum sceleris”, e si accordano sul proposito criminoso attraverso reciproche manifestazioni di volontà, ossia su un piano sostanzialmente uniforme; Invece nella concussione, la "par condicio contractualis" è inesistente, poichè "dominus" dell'illecito affare è il p.u. che costringe il soggetto passivo a sottostare al suo volere , facendo capire a questi che non ha altra scelta, che non dispone di alternative, così lo stato volitivo del privato è scandito dalla sensazione di essere sottomesso alla predominate volontà del P.U. ( Cass. Pen. Sez VI, 2/04/2012)
Ancora. In base alla recenti pronunce per quanto concerne il metus publicae potestatis, è indispensabile considerare, di volta in volta, anche la capacità del soggetto passivo, l'extraneus di “resistere” alle pressioni provenienti dal P.U. o dall'incaricato di pubblico servizio: più elevati risulteranno il ruolo sociale ed il potere dell'interlocutore e minori saranno le possibilità che lo stesso diventi vittima di una costrizione.

Inoltre, sotto il profilo probatorio, lo stato di suggestione debba assumere concretezza e la relativa esistenza debba essere provata specificamente attraverso la condotta tenuta dal soggetto attivo.
Infine, la giurisprudenza di legittimità ha ravvisato gli estremi della concussione per induzione ANCHE nella condotta del funzionario il quale prospetti un male ingiusto al privato “la cui rimozione dietro compenso indebito- potrà avvenire non attraverso il suo intervento, bensì quello di altri soggetti appartenenti alla stessa Amministrazione dell'agente, ancorchè non individuati, con i quali l'agente mostri di poter agire”.(sez II, 26 OTTOBRE 1998)

Federica Abbattista
Print Friendly Version of this pagePrint Get a PDF version of this webpagePDF
(03/06/2013 - A.V.)
Le più lette:
» La manovra è legge: tutte le novità punto per punto
» Cani che abbaiano in condominio: Il punto della giurisprudenza
» Cassazione: la clausola claims made non è vessatoria
» Legge Pinto: cosa accade ai procedimenti in corso al 1° gennaio 2016?
» I compensi per l'atto di precetto con tabella e strumento di calcolo online
Commenta
con Facebook
 
Commenta
con disqus
Commenta con Disqus: Selezionando "Preferisco commentare come ospite" non serve password. Ultime discussioni
blog comments powered by Disqus
Newsletter f g+ t in Rss
Print Friendly and PDF