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Il reato di appropriazione indebita

Guida legale sul reato previsto e punito dall'art.646 c.p.

L’appropriazione indebita


Il delitto di appropriazione indebita ex art. 646 c.p. appartiene alla categoria dei “delitti contro il patrimonio”, ed è il reato perpetrato da chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropri del denaro o della cosa mobile altrui, della quale abbia, a qualsiasi titolo, il possesso.

Il bene giuridico tutelato

Il bene giuridico tutelato dalla norma, per molto tempo individuato nella generica inviolabilità del diritto di proprietà o altro diritto reale minore, il cui effettivo titolare subisce l’illecita interversione del possesso da parte dell’autore del reato, che pone comportamenti assimilabili a quelli dello stesso titolare, è oggi identificato nell’interesse di un soggetto, diverso dall’autore del fatto, al rispetto dell’originario vincolo di destinazione della cosa, ovvero “nel rapporto fiduciario la cui violazione perfezionerebbe l’appropriazione indebita” (Cass. n. 26805/2009). 

I presupposti

Soggetto attivo può essere chiunque abbia il possesso del denaro o della cosa mobile altrui: vi rientrano, pertanto, i comproprietari, i compossessori, i coeredi e i soci, ma non il proprietario della cosa stante il requisito dell’altruità (Cass. SS.UU., n. 37954/2011; SS.UU. n. 1327/2005).

Presupposto della fattispecie criminosa de qua, che vale a distinguerla da quella del reato di furto, è la situazione di possesso della cosa altrui, sorto in base a qualsiasi titolo, purché non idoneo al trasferimento della proprietà.

Pur richiamando i medesimi concetti di natura civilistica, la nozione di possesso della fattispecie incriminatrice se ne differenzia, involgendo ogni situazione giuridica che si concretizza nel potere di disporre della cosa in modo autonomo al di fuori della sfera di vigilanza del proprietario, abbracciando in tal senso anche la detenzione (cfr. Cass. n. 34851/2008; n. 39909/2007).

Finalità della previsione sanzionatoria è quella di punire, con lo strumento penale, chiunque si trovi ad avere la disponibilità di un bene e approfittando di tale situazione di “vantaggio” si comporti rispetto allo stesso, uti dominus, ossia come se ne fosse il proprietario, compiendo atti di destinazione del bene stesso incompatibili sia con il titolo che con le ragioni che ne legittimano il possesso (o la detenzione).

Il delitto si intende consumato con il compimento della condotta appropriativa, ovvero quando il soggetto si comporta uti dominus verso la cosa della quale ha disponibilità per qualsivoglia motivo. 

L’elemento soggettivo del reato

Elemento soggettivo del reato di appropriazione indebita è il “dolo specifico”, giacché oltre alla rappresentazione della coscienza e della volontà di appropriarsi della cosa mobile altrui posseduta, occorre lo specifico ed ulteriore scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, mediante una condotta che eccede le facoltà o i diritti compresi nel titolo del possesso (la c.d. interversione del possesso), senza che sia indispensabile che il profitto ingiusto sia effettivamente conseguito (Cass. n. 32155/2012). 

Il trattamento sanzionatorio e la procedibilità

Ex art. 646, comma 1, c.p., la pena per il delitto di appropriazione indebita è la reclusione fino a tre anni e la multa fino a euro 1.032,00, salvo un aumento di pena se il fatto è stato commesso su cose possedute a titolo di deposito necessario.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa, ma, nel caso in cui ricorra l’ipotesi descritta nel secondo comma, nonché taluna delle circostanze indicate nell’art. 61, n. 11, c.p., la norma prevede la procedibilità d’ufficio del reato, in ragione della maggiore riprovazione che suscita il fatto commesso approfittando di un possesso derivante da una situazione di necessità ovvero con abuso di autorità o di relazioni domestiche, abuso di relazioni d’ufficio o di prestazione d’opera, di coabitazione o di ospitalità.

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