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Avvocati: ricchi, ricchissimi, praticamente in mutande

povero tasca crisi soldi
di Nadia Fusar Poli -
Sempre più spesso ci si imbatte in avvocati preoccupati e angosciati circa il proprio futuro, che lamentano una situazione (economica) al limite della decenza.  Ma quanti soldi (o cause) ci vogliono per far "felice" un avvocato? Abbastanza per mandare i figli a scuola? Abbastanza per concedersi delle (meritate) vacanze? Abbastanza per comprare una macchina nuova? Risposte ragionevoli, ma probabilmente anacronistiche.  
Abbastanza per sopravvivere, anche psicologicamente! Compensi non in linea con le aspettative, redditi in picchiata, degrado della professione, concorrenza sleale, norme insostenibili e al limite della (in)costituzionalità, lungaggini burocratiche… Se è vero che gli avvocati amano competere e, non sorprendentemente, amano vincere (lo stereotipo dell'avvocato cinico, arrivista e affamato di soldi è sempre dietro l'angolo), quello cui stiamo assistendo, va al di là di ogni tentativo di trovare una motivazione sociologica al malcontento diffuso.
Si sta infatti consumando un lento ma inesorabile declino di una professione un tempo ambita, rispettata e ben remunerata. Che fine ha fatto l'avvocato che, insieme al dottore  e al parroco, rappresentava uno dei pilastri della comunità e un punto di riferimento imprescindibile all'interno della società civile? 
I dati della "catastrofe delle toghe", tracciano un quadro decisamente allarmante e fanno emergere il lato oscuro della professione:il reddito medio di un avvocato, nel corso degli ultimi 15 anni, si è ridotto del 15%. Secondo alcune stime (ufficiose), si arriverebbe addirittura ad un crollo del 50%. Ci sono avvocati che, a fine mese, racimolano qualcosa come 400-500 euro. Gli avvocati, soprattutto i più giovani, sono i nuovi poveri, precari che entrano a pieno titolo nella "generazione call center".
E in tempi di crisi si moltiplicano le offerte low cost di avvocati (più o meno giovani) che pur di accaparrarsi un cliente si svendono, accettando cause e processi a prezzi da "discount", alimentando una concorrenza sleale in cui le prestazioni sono offerte a prezzi abbordabili o trattabili. Perché il prezzo è il vero, e forse solo, fattore discriminante, il termine che legittima prestazioni assai poco professionali. E tutto ciò, ovviamente, non fa che svilire e deprimere una generazione e una categoria. 
Se nel 1985 gli iscritti all'Ordine erano 38 mila, oggi il numero supera i 233 mila. Ogni anno 15 mila nuovi professionisti si gettano nell'arena in cerca di lavoro. Se gli studi medio-grandi sono in crisi, i più piccoli sono praticamente alla fame. Gli enti pubblici non pagano se non a sei mesi mentre privati ed imprese pagano poco e, se lo fanno, molto in ritardo. Si devono anticipare le spese (compreso il salario dei dipendenti) e tra i più piccoli la concorrenza è davvero serrata.
L'avvocato è costretto ad accettare il rischio d'impresa: la sua, non è più una prestazione d'opera bensì una prestazione in base al risultato. Se non raggiungi l'obbiettivo, non vieni pagato e, quindi, sei fuori. 
Nel 2012 una nuova tegola si è abbattuta sulla categoria degli avvocati: la riforma forense, Legge 31 dicembre 2012, n.247 recante – "Nuova disciplina dell'ordinamento della professione forense". La norma, che rischia di trasformarsi in una sorta di cartellino rosso nei confronti delle fasce già svantaggiate, ha introdotto, tra le varie novità l'automatica iscrizione alla Cassa Forense per tutti gli avvocati. Il testo prevede infatti che, con un reddito inferiore ai €.10.300, si debbano versare €.850,00 di contributi per i primi 7 anni (con il riconoscimento di soli sei mesi di contribuzione ai fini pensionistici) e che, superato il periodo di contribuzione "agevolata" l'avvocato tornerà a pagare la contribuzione ordinaria, pari a €.3.700,00, pur dichiarando redditi inferiori. "A chi giova questa riforma se buona parte della avvocatura non ha adeguati redditi per permettersi di pagare i contributi previdenziali? L'opportunità di una riduzione del'elevato numero di avvocati, quasi fosse la panacea di tutti i mali dell'avvocatura, non può essere perseguita attraverso un meccanismo di selezione fondato sulla discriminazione reddituale, tipico dei sistemi economici illiberali", si legge nella lettera inviata dai Responsabili del gruppo facebook "Noallacassaforense") al Presidente del Consiglio Matteo Renzi. 
Gli studi legali che vogliono lavorare sono costretti ad abbattere le tariffe (anche del 40%) e a preparasi ad una guerra...una guerra tra poveri. Molti esagerano proponendo parcelle assolutamente fuori mercato, accentuando così la diffidenza dei clienti e dei cittadini, agli occhi dei quali l'avvocato continua a perdere credibilità. A questo proposito, leggere sul noto e popolare sito di offerte Groupon, accanto a nomi di ristoranti, proposte weekend, capi d'abbigliamento e corsi di inglese, "offerte Avvocati" ed accedere ad una vetrina con tariffe scontate e spese legali stracciate, evidentemente non aiuta...
L'avvocato non ha potere economico: le vere lobby, quelle che contano, sono quelle delle banche e delle assicurazioni, più forti e capaci di condizionare i voti (politici).  L'avvocato ha perduto lo status privilegiato di cui godeva e oggi si trova esposto ad enormi rischi e difficoltà, forse più di chiunque altro professionista. Non sono poche le toghe che si sono trovate sul lastrico e senza più clienti mentre i più giovani, costretti a lasciare sogni e ambizioni chiusi a  chiave nel cassetto, tentano di barcamenarsi intascando poche centinaia di euro. Gli avvocati con decenni di iscrizione all'albo sulle spalle, non se la passano meglio e faticano oggi a sbarcare il lunario. Ricchi, ricchissimi... praticamente in mutande. E' ancora possibile fare qualcosa per arginare una crisi che ha assunto i tratti di una vera e propria emergenza e scongiurare un esodo delle toghe? Siamo convinti che l'avvocato debba tornare ad essere un consulente, una figura credibile e stimata e un punto di riferimento della comunità/società!
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(26/04/2014 - Nadia F. Poli)
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