Data: 23/12/2025 10:50:00 - Autore: Redazione
C'è un modo per smontare un presidio senza dichiararlo. Non lo si abolisce, non lo si delegittima apertamente: lo si circonda di eccezioni, lo si appesantisce, lo si rende inoffensivo. È ciò che sta accadendo alla responsabilità erariale e al sistema dei controlli della Corte dei conti. Un processo che non si consuma in un solo articolo di legge, ma nell'architettura complessiva della riforma: controlli preventivi ingolfati, silenzio-assenso trasformato in via libera, risarcimenti plafonati. Il risultato è un controllo che resta sulla carta e arretra nei fatti.
Il punto non è o non è solo la discussione sulla separazione dei pubblici ministeri contabili. Quella è la superficie. Sotto, si muove un meccanismo più profondo: la riduzione della deterrenza. Quando il controllo non arriva in tempo e la responsabilità è comunque limitata, l'errore smette di far paura. E dove l'errore non fa più paura, lo spreco trova casa.
Il primo nodo è il controllo preventivo. La riforma moltiplica le richieste di parere e, insieme, introduce il silenzio-assenso. In apparenza, una semplificazione. In realtà, una scorciatoia. La Corte viene caricata di atti senza che le siano garantite risorse adeguate; se non risponde nei termini, l'atto passa. Non perché sia legittimo, ma perché il tempo è scaduto. È un rovesciamento concettuale: il controllo non certifica più la legalità, ma misura la velocità.
Il secondo nodo è la limitazione della responsabilità erariale. Il doppio tetto al risarcimento una percentuale del danno e, comunque, un limite legato all'indennità di chi ha sbagliato introduce un principio estraneo alla tutela delle finanze pubbliche: il danno può essere grande, ma la responsabilità no. Si afferma, di fatto, che amministrare risorse altrui comporta un rischio personale attenuato. È una scelta che spezza l'equilibrio tra potere e responsabilità.
Qui emerge la frattura più evidente, anche sul piano psicologico e sociale. Al cittadino che arreca un danno è chiesto di risponderne integralmente; a chi gestisce denaro pubblico si riconosce uno scudo. Due pesi, due misure. Il messaggio implicito è devastante: sbagliare conviene se l'errore è pubblico. Non perché sia giusto, ma perché è coperto.
C'è poi un effetto sistemico, meno visibile ma altrettanto incisivo. Il silenzio-assenso, combinato con la riduzione del risarcimento, produce un incentivo perverso: meglio chiedere un parere che attendere un controllo, meglio accumulare atti che assumersi decisioni ponderate. La Corte, trasformata in collo di bottiglia, viene usata come scudo ex ante; se non parla, assolve. È l'opposto della funzione di garanzia.
«Le leggi non parlano, ma educano», si potrebbe dire. E questa educa a decidere in fretta e a pagare poco. Educa a un'amministrazione che corre perché sa di non cadere. Ma l'efficienza senza responsabilità non è modernità: è azzardo.
Sul piano sociologico, l'effetto è una corrosione della fiducia. Il cittadino percepisce che il controllo si allenta proprio dove il denaro è di tutti. La democrazia amministrativa vive di una promessa tacita: chi decide risponde. Quando quella promessa si indebolisce, non serve un grande scandalo per incrinarla; basta la sensazione che nessuno pagherà davvero.
Non è un caso che le critiche arrivino da chi conosce dall'interno il sistema dei controlli. Non è difesa corporativa; è allarme istituzionale. Perché il problema non è bloccare l'azione amministrativa, ma renderla responsabile. E la responsabilità non è un freno: è una guida.
Il paradosso finale è questo: per accelerare, si rischia di spendere peggio; per semplificare, si rischia di legittimare l'illegittimo. Il silenzio, elevato a consenso, diventa il linguaggio della spesa pubblica. Ma il silenzio non è mai neutro: assolve senza giudicare.
«Quando il limite scompare, il potere si distrae», verrebbe da dire. E il denaro pubblico, lasciato senza confini effettivi, non si perde all'improvviso: si disperde. Un po' alla volta. Proprio come la responsabilità erariale che oggi, senza proclami, viene messa tra parentesi.
|