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I piani urbanistici

 

 

CAPITOLO II

I PIANI URBANISTICI

  1. Il sistema dei piani urbanistici in Italia

La legge 1150 del 1942 stabilisce che “la disciplina urbanistica si attua a mezzo dei piani regolatori territoriali, dei piani regolatori comunali e delle norme sull’attività costruttiva edilizia”.

In Italia il sistema pianificatorio è abbastanza complesso e ha un contenuto verticistico. Giuseppe Campos Venuti, uno dei maggiori urbanisti contemporanei, in un suo libro – La terza generazione dell’urbanistica – analizza la storia della pianificazione urbanistica in Italia a partire dalla legge 1150 del 1942, pietra miliare in fatto di legislazione urbanistica, e parla di tre generazioni di piani urbanistici, che sono espressione del periodo storico – culturale e socio – economico nel quale vengono realizzati:

  1. I piani della ricostruzione

  2. I piani dell’espansione

  3. I piani della trasformazione

La prima generazione di piani coincide con la ricostruzione post – bellica. La pianificazione in questa fase vuole stimolare la crescita urbana soprattutto nelle grandi città o in zone che hanno subito i bombardamenti come in prossimità delle stazioni e dei porti. La seconda generazione – quella dell’espansione – contempla piani che accompagnano la città degli Anni Sessanta e Settanta verso il loro percorso di crescita esponenziale. Soprattutto nelle grandi città questa tipologia di pianificazione ha determinato un divario tra le aree marginali a basso costo e le aree centrali più servite dalle infrastrutture e più adeguate alle funzioni economiche e al terziario avanzato in crescita. La terza generazione di piani risponde a una visione che adegua la città alle trasformazioni in corso: le aree centrali sono fortemente terziarizzate, si recuperano zone edificate mal utilizzate o aree industriali dismesse. All’espansione si sostituisce una trasformazione, un recupero funzionale degli spazi il cui obiettivo è anche quello di migliorare l’abitare in città.

  1. Il sistema della pianificazione.

Facendo riferimento a uno dei capisaldi della pianificazione in Italia – e cioè alla legge 1150 del 1942 -, sono individuabili tre livelli di pianificazione in un livello gerarchico che pone, ovviamente, in posizione di superiorità le previsioni che vengono dall’alto e al livello inferiore le disposizioni collocate nei piani inferiori della gerarchia.

Al vertice del sistema troviamo il Piano Territoriale di Coordinamento, strumento facoltativo che stabilisce direttive da seguire in ambiti vasti del territorio nazionale. Tali piani, dopo il trasferimento delle funzioni amministrative alle Regioni attuato a partire dal 1972, se non diversamente disposto dalla legislazione regionale, sono approvati con decreto del Presidente della giunta regionale e vengono elaborati di concerto con le altre amministrazioni coinvolte.

Al gradino sottostante troviamo il Piano Regolatore Generale e per i comuni minori il Programma di Fabbricazione, strumento che contiene le prescrizioni riguardo l’edificabilità delle varie zone del territorio comunale. Spendiamo qualche parola per il Programma di Fabbricazione, per capire il ruolo nel contesto pianificatorio e l’uso che ne fanno i comuni. Presentando meno vincoli e formalità procedurali rispetto al Piano Regolatore è stato molto utilizzato per la disciplina dei limiti di zona del territorio comunale, per l’individuazione di diverse tipologie edilizie di zona e dell’abitato, per la definizione di direttrici di espansione urbana. Considerato però che nasce con la legge 1150/42, in pieno periodo fascista, col tempo risulta inadeguato rispetto alle esigenze urbanistiche, non riuscendo più a rispondere alle problematiche sempre più complesse di urbanistica e pianificazione territoriale. Tutto sommato i Comuni hanno continuato a usarlo come strumento di rilevanza. Molte regioni hanno cominciato nel tempo ad adeguarsi non contemplando più il Programma di Fabbricazione che finora era stato utilizzato alla stregua di un Piano Regolatore.

Oggi il Piano di Fabbricazione deve essere concepito – nel rispetto della diversità funzionale e procedurale con il Piano Regolatore Generale – a quest’ultimo uguale per il fatto di essere uno strumento di previsione territoriale che però può essere in grado di regolare in modo particolareggiato zone edificabili ma anche fornire un’indicazione di destinazione di altre zone per le quali è poi necessaria l’effettiva realizzazione della stessa attraverso l’emissione di piani particolareggiati a funzione attuativa.

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