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La violenza in ambito familiare

Sempre più spesso la cronaca ci segnala drammi che si consumano tra le sicure pareti domestiche, all'interno di quel micro-cosmo della vita familiare che, secondo la tradizione, dovrebbe essere custode dei valori più sani della nostra società. Di certo non siamo di fronte a un problema inedito: violenze e abusi familiari hanno attraversato tutte le classi sociali in ogni epoca della nostra storia. Oggi ciò che è mutato è solo uno dei tanti aspetti della questione: la sua visibilità. Così sono aumentate le denunce per effetto di quei radicali mutamenti della società e dei suoi valori che hanno inevitabilmente “rivelato” il segreto antico e indicibile di tante tragedie domestiche. Quello della famiglia è il luogo in cui la violenza denunciata appare sottesa a scenari esistenziali di fondo che ruotano intorno all'universo complesso e inafferrabile degli affetti umani. Se l'abitudine a ricevere notizie raccapriccianti d'ogni sorta ci ha ormai anestetizzato a ogni brutalità, quando si investono i sicuri spazi delle relazioni d'amore veniamo colpiti con maggiore intensità perché viene a galla quel complesso e segreto intreccio di istanze psicologiche, emotive e sociali, che può portare a un “punto di non ritorno”, a una sorta di “cortocircuito” dell'intimità. All'interno di tante tragedie che vedono come protagonisti i membri di uno stesso nucleo familiare non “leggiamo” delle vere e proprie storie di devianza, ma l'ultimo capitolo di un triste “romanzo familiare” intessuto di elementi per più versi inesplicabili e giocato sul filo spesso indiscernibile della reciprocità e della vicinanza. Di fronte alle minacce, alle percosse e agli abusi, la strategia di reazione prevalente delle vittime oscilla spesso tra la fuga e il silenzio a cui fanno da corollario uno stato di soggezione, di rassegnazione e di paura. C'è in chi subisce una perdita di realtà, un'incapacità a definire ciò che si sta vivendo, un disagio profondo, spesso inconsapevole che si esprime in frasi del tipo: “forse l'ho fatto arrabbiare”, “forse non lo farà mai più”. Molte volte la strategia della passività trova una giustificazione nella presunta speranza di trovare un accomodamento che non sia troppo traumatico; e questo perché ciò che “la persona offesa” avverte con maggiore intensità degli abusi e dei soprusi è il loro immediato risvolto psicologico più che la loro brutale fisicità; si è sopraffatti dalla paura di perdere una persona comunque amata o ciò che essa può rappresentare per la propria esistenza. Generalmente sono le donne a subire e non solo perché costrette dall'impotenza economica, ma anche perché oppresse da atavici retaggi culturali che rendono difficile una scelta drastica come la separazione o il divorzio. Ammettere con se stesse, gli amici e i parenti, di aver fallito nella vita matrimoniale o nella scelta del proprio compagno diventa umiliante e costringe a un difficile confronto con pesanti sensi di colpa. Anche le dinamiche degli abusi sessuali sui minori sono per certi versi simili.
Qui però le vittime rischiano di non essere neppure credute e debbono passare attraverso ulteriori difficoltà e umiliazioni fino a doversi in qualche modo “adattare” alla sopraffazione. Il bambino percepisce l'impatto fisico violento dell'adulto in maniera distruttiva e le sue stesse modalità di reazione risultano incomprensibili dal punto di vista razionale. Spesso il bambino non denuncia il suo dolore se non in modo indiretto oppure lo rimuove per riporlo nel profondo del suo inconscio candidandosi così a diventare anche lui un possibile adulto violento. Lo stereotipo della famiglia fino a qualche tempo fa paragonata a un'“isola felice” ha dunque assunto connotazioni in senso nettamente negativo per una discreta percentuale di popolazione. L'estrema complessità e delicatezza del problema rende sempre più impellente la necessità di interventi efficaci, finalizzati a garantire la protezione dagli abusi familiari. Ma la legge che può dare si un contributo, non potrà certo sanare antichi conflitti. Può solo limitare il danno che può derivare da quell'odio che, come ha scritto Freud, è un sentimento certamente più antico dell'amore.
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(23/01/2009 - Roberto Cataldi)
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