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Limiti nel diritto di cronaca e critica giornalistica

L'articolo analizzava la scelta di quest'ultimo di mantenere in qualità di avvocato, la difesa di un imputato nel processo della strage di Capaci, nonostante la decisione dell'ente provinciale da lui presieduto di volersi costituire come parte civile nel medesimo processo. Secondo i giudici di merito, lo scritto, considerato nella sua interezza, aveva travalicato, anche per le espressioni usate, i limiti dell'esercizio legittimo del diritto di cronaca e critica giornalistica, attribuendo al predetto fatti e comportamenti non verificati ne' verificabili, insinuando che fosse l'ispiratore se non l'unico responsabile della mancata costituzione in giudizio della Provincia di Palermo, in quanto condizionato dagli interessi politico-mafiosi che avevano determinato, sia pure in parte, la sua ascesa politica, e che, anzi, avesse in concreto agito in difesa di quegli interessi inquinati, così violando i principi di pertinenza e continenza elaborati dalla giurisprudenza per la configurabilità dell'esimente e trasmodando in un gratuito attacco personale, in un'ingiustificata aggressione all'integrità morale di questi. La Corte europea, alla quale l'autore dello scritto si è rivolto, ha ritenuto contraria alla convenzione tale condanna.
In primo luogo, la Corte ha valutato i fatti di pubblico interesse e, ancorché oggetto di un ampio dibattito, meritevoli di un ulteriore approfondimento (così respingendo la tesi del Governo, secondo cui l'esistenza di un'ampia informazione comporterebbe l'impossibilità, per il ricorrente, di avvalersi del diritto d'informare il pubblico). La Corte non ha inoltre trovato nell'articolo espressioni che implichino apertamente che la persona interessata abbia commesso dei reati o che proteggeva gli interessi della mafia. In ordine alle espressioni ironiche utilizzate dal ricorrente, la Corte ha sottolineato che la libertà giornalistica può comprendere il ricorso possibile ad una certa dose di provocazione (“le espressioni utilizzate dal ricorrente non sono mai scivolate in insulti e non possono essere giudicate gratuitamente offensive; esse avevano in effetti una connessione con la situazione che l'interessato analizzava”). In ordine al quantum della condanna subita, la Corte ha ritenuto che considerata la situazione finanziaria del ricorrente, la sua condanna a pagare tali somme era suscettibile di “dissuaderlo dal continuare ad informare il pubblico su temi d'interesse generale”. (Cesira Cruciani)
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(28/10/2008 - www.laprevidenza.it)
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