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La destinazione del TFR

Negli ultimi trent'anni, l'aspettativa di vita di una donna è cresciuta in Italia di circa sette anni, poco meno di otto per gli uomini, pertanto sempre più persone arrivano all'età pensionabile1. Per mantenere un certo equilibrio nel sistema previdenziale2, lo Stato italiano ha dovuto effettuare più di una riforma. Nell'economia di un lavoratore il Trattamento di fine rapporto (TFR) - che spetta ai sensi dell'art. 2120 c.c. in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro - rappresenta una fonte di reddito per la vecchiaia3, quindi è facile intuire l'importanza che riveste la scelta che tutti i lavoratori dipendenti sono tenuti a comunicare al datore di lavoro entro il 30 giugno 2007 (o se assunti dopo il 1 gennaio 2007, entro sei mesi dalla data di assunzione). La nuova normativa interessa: lavoratori dipendenti del settore privato, lavoratori assunti con una tipologia di contratto prevista dalla riforma Biagi4, lavoratori autonomi, professionisti, soci lavoratori di cooperative.
Dalla legge vengono esclusi i contratti a termine di durata inferiore a tre mesi. Una volta attuata la riforma, le pensioni non saranno più uguali per tutti, ma l'importo dipenderà dalle scelte effettuate da ciascun lavoratore e dal rischio che ognuno è stato propenso ad assumersi. Sino all'entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 252 del 20055, l'Italia era uno dei pochi paesi al mondo che erogava soltanto la pensione pubblica come reddito per la vecchiaia6. Con l'entrata in vigore del decreto, per la prima volta nel nostro sistema economico, sono state disciplinate: 1) una previdenza obbligatoria, 2) una previdenza complementare, 3) un risparmio individuale. Si ringrazia la Dott.ssa Marisa Iannone.
Articolo della Dott.ssa Marisa Iannone - Consulente Aziendale
(26/06/2007 - Laprevidenza.it)

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