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Responsabilità medica: il ricovero protratto senza necessità può essere fonte di responsabilità

"Il rischio di infezioni nosocomiali è intrinseco al ricovero, ma quando il ricovero non è sorretto da alcuna esigenza di diagnosi e cura ed è per giunta associato a un trattamento non appropriato (i cortisonici) assume i connotati di una condotta negligente del medico che ha esposto, deliberatamente e inutilmente, il paziente agli agenti patogeni. Tale condotta è fonte di danno e di responsabilità medica". È quanto ha di recente stabilito la Corte di Appello di Milano (Sez. II, n. 369/2006) la quale, chiamata a pronunciarsi sul caso di un uomo trattenuto in ospedale ingiustificatamente e al quale durante il ricovero erano stati somministrati farmaci non necessari con conseguente sovraesposizione dello stesso alle infezioni nosocomiali, ha confermato la sentenza di primo grado di condanna dell'ente ospedaliero. Con l'occasione i giudici hanno altresì precisato che "il concetto di trattamento medico ha avuto negli ultimi decenni una rilevante estensione e precisazione: esso non può essere ridotto all'atto chirurgico, come si riteneva in origine, ma va esteso a qualsiasi atto che coinvolga la persona del paziente nella sua dimensione personale, sia fisica che psichica, per come si è venuta definendo nella elaborazione giurisprudenziale in relazione agli articoli 32 e 13 della Costituzione. In altri termini, se nella relazione giuridica che si instaura tra medico e paziente il riferimento normativo fondamentale è costituito dal diritto alla salute e dalla libertà personale del paziente stesso, il concetto di trattamento medico sarà tanto ampio quante sono le estrinsecazioni di quel diritto e di quella libertà. E comprenderà tutti gli atti e le decisioni, che con quel diritto e con quella libertà interferiscono ad opera del medico. Potrà, quindi, trattarsi di atti chirurgici, di trattamenti farmacologici, di attività diagnostica e di tutto quanto si svolge in un contesto medico. Se quindi può affermarsi che è trattamento medico ogni atto che "nell'ambito della medicina" incida sul diritto alla salute e sulla libertà personale del paziente, è necessario concludere che anche il ricovero ospedaliero rientri nel concetto ampio di trattamento medico, quale condizione ambientale ritenuta necessaria per lo svolgimento dell'attività di diagnosi e cura.
D'altra parte non è sostenibile che il fatto del ricovero in sé sia qualcosa di estraneo all'attività medica, come un mero sfondo neutro della stessa. Il ricovero ospedaliero è necessario per lo svolgimento di alcune attività mediche, ma è anche fonte di rischi specifici, ben noti nella letteratura medica, ai quali è esposto il paziente per il solo fatto di trovarsi in ospedale. Da ciò discende che il ricovero ospedaliero, al pari di ogni altro trattamento, deve rispondere a corretti criteri di indicazione medica, e deve quindi essere il risultato di una valutazione bilanciata tra i benefici attesi (la realizzabilità di necessarie attività di diagnosi e cura) e i noti rischi connessi. Di conseguenza, così come una dimissione anticipata può essere ingiustificata e fonte di responsabilità (se il ricovero era necessario per la realizzazione del diritto alla salute del paziente e dalla dimissione è conseguito un danno), alla stessa stregua di un ricovero protratto senza necessità medica può essere fonte di responsabilità, se non altro come condotta imprudente e contraria alle corrette pratiche cliniche, quando ha esposto il paziente ai rischi connessi al ricovero, in primis le infezioni nosocomiali, senza alcuna necessità di tipo medico. In tale ultima ipotesi il ricovero costituisce un'indicazione errata e una fonte di danno.
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(31/03/2006 - Silvia Vagnoni)
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