La Fede nel Diritto

la nascita del Diritto ed il suo rapporto con la Fede
Scrivania con penna, libri e orologio
La FEDE nel  DIRITTO
E' frequentemente ripetuto che l' “Occidente” deve al cristianesimo valori civili fondanti quali l'uguaglianza, la libertà e la fratellanza. Non è esatto.
Il concetto di eguaglianza è stato acquisito al patrimonio culturale dell'umanità dall'antica Roma pagana ed ha formato la base ed il fondamento di un coerente e granitico corpus giuridico del tutto innovativo rispetto ai tempi nei quali venne formato e che  poi divenne la struttura portante degli ordinamenti giuridici di tutto il mondo occidentale. 

Si può senz'altro affermare  che i Romani hanno creato il Diritto, fino ad allora inesistente,  proprio sulla base del concetto di eguaglianza, senza il quale il Diritto, come oggi viene concepito, cioè quale ricerca di equilibrio fra istanze di soggetti paritari, non può neppure essere immaginato.
Dal concetto di eguaglianza derivano poi quelli, ad esso collegati, di libertà e fratellanza. Si è liberi se, nel confronto, si è eguali e solo dalla identità può nascere la fraternità.
Quale possibile analisi giuridica è d'altronde concepibile se non si pone come base la perfetta identità dei soggetti coinvolti nella fattispecie?

 Un valore ed un principio, l'eguaglianza, che, fino a quel momento, era del tutto ignorato nei sistemi sociali dell'epoca, basati sulle gerarchie tribali, nelle quali i confini dell'individuo erano stabiliti dalla Autorità, normalmente anche “legittimata” da una qualche presunta privilegiata relazione con la divinità prescelta da quella comunità.

Prima (come tempo storico) di Roma era il capo della tribù (cioè l'Autorità sociale) che stabiliva le Ragioni dei contendenti (non possiamo ancora utilizzare il termine Diritto) che, caso per caso, venivano attribuite, cioè  date ai singoli. Con Roma, il Diritto viene accertato, e neppure dal capo della collettività, ma da un organo autonomo a ciò deputato. 

Si tratta di una rivoluzione copernicana nella concezione stessa dell'uomo, del suo rapporto con la collettività, e della società medesima: l'uomo dispone di diritti innati suoi propri, che “precedono” la collettività, la cui esistenza, funzione, autorità sono da lui determinati.

E' questo un aspetto della storia dell'Uomo, che non è mai stato adeguatamente sottolineato, al pari del corrispondente straordinario  merito dell'antica Roma. Ciò, forse perché i maggiori studiosi del Diritto Romano furono tedeschi che, in qualche misura, hanno sempre nutrito un certo grado di gelosia culturale (primo fra tutti il noto T. Mommsen) verso il nostro Paese. O forse perché disturbava una certa concezione dell'ordine sociale, che piacerebbe ancora a molti e che oggi si vorrebbe riproporre nei suoi termini essenziali.

Questa straordinaria conquista, (che – comunque – occorre che sia riscoperta continuamente, giorno dopo giorno, in quanto se ne perde la contezza e la corrispondente valenza sociale ed etica) è da ricollegare alle modalità di nascita dell'originario  nucleo sociale di Roma ed alla particolare interazione formatasi tra i suoi membri. Si trattò di un gruppo di fuorusciti, di esuli o fuggiaschi delle varie aggregazioni tribali esistenti nel territorio circostante.

In tal modo, questo gruppo di uomini liberi originario della Roma antica si trovò a dover realizzare una struttura istituzionale su basi  del tutto nuove, al di fuori delle regole e delle gerarchie allora vigenti, e che dovette essere costruita sulla base di un'assoluta parità dei membri del gruppo. E, per la prima volta nella Storia, gli incarichi di responsabilità collettiva, non furono l'esito di scelte gerarchiche, bensì il frutto della valutazione specifica dei meriti individuali. Una constatazione che induce al sorriso, visto come vanno oggi le cose, proprio particolarmente nel nostro Paese.

Comunque, questa speciale struttura della collettività, allora formata su quelle basi, ne spiega anche la ferrea disciplina interiorizzata dai singoli componenti come collante del gruppo e l'eccezionale apertura religiosa. Tutti i riti e tutte le religioni vennero accolte a Roma, senza alcuna riserva.
Infatti, i discendenti dei mitici gemelli crebbero e si formarono come comunità al di fuori di una qualsiasi forma di legame religioso: l' identità del gruppo trovò un diverso fondamento.

Era il sistema di valori condiviso, la  “religione” civile di Roma, basata sulla eguaglianza dei membri del gruppo e sulla conseguente libertà di ognuno di essi in una consapevole e indipendente partecipazione al gruppo sociale. Una condizione che fu all'origine del particolare orgoglio che ne caratterizzò le vicende storiche. La “dea” Roma costituiva l'emblema e la personificazione della società romana, nella quale tutti i cittadini si riconoscevano e che fu alla base della spinta a conquistare il mondo, quasi una conferma nei fatti di una avvertita superiore consapevolezza acquisita della dignità dell'essere umano.

La stessa schiavitù esistente a Roma non era assolutamente comparabile con la vergognosa condizione degli africani rapiti e portati come bestie negli Stati Uniti e neppure con quella di tanti, uomini e donne, ancora nella nostra epoca venduti e trattati peggio di oggetti. Quella di Roma non era una prevaricazione arbitraria, ma una condizione giuridica regolata, usualmente imposta  come punizione. Di fatto, l'utilizzo dello stesso lemma per realtà fortemente diverse,  induce in errore.

Quando Kant afferma che “il diritto è l'insieme delle condizioni sotto le quali l'arbitrio di ciascuno può coesistere con l'arbitrio degli altri, secondo un principio generale di libertà”, egli rovescia i termini della questione, trascurando che il fondamento primo ed assoluto del Diritto è il principio di eguaglianza, sul quale riposa  quello di libertà. 

Per fare un raffronto, quando Tacito, nel suo De Germania, indica – tra le principali caratteristiche delle giovani generazioni di quel popolo -  il bisogno di avere un Capo, individua  un aspetto “genetico” di quelle che era maturato e  trovava le sue radici in quella cultura tribale di stampo gerarchico, propria delle genti germaniche (e, secondo alcuni probabilmente riconoscibile e presente ancor oggi).

Quella cultura che i fuorusciti della prima aggregazione della città di Roma rifiutarono, costituendo una società su basi del tutto diverse, fondata sulla dignità intoccabile del singolo. Essi fondarono, primi nella storia, una società  esistente per la volontà dei singoli, e nella quale essi costituirono l'entità primaria, non la derivazione subordinata.

Vi sono, in effetti, due diverse tipologie di eguaglianza. Quella che rappresenta l'esito di un potere dominante che livella i subordinati e l'altra che, invece, è la naturale derivazione della qualità originaria dell'uomo e che comporta il  riconoscere a ciascuno eguali diritti in un contesto di autonomia e libertà individuale.
E qui entra di forza il problema del rapporto fra religione e società. Relazione vasta e complessa. Pur idealmente inconcepibile, essendo la religione una scelta strettamente individuale, personale e interiore, è tuttavia una caratteristica dominante nel percorso del consorzio  umano, sopratutto da quando venne introdotto il monoteismo.

Limitiamoci qui a qualche cenno, specifico al nostro argomento, riferito alle religioni cattolica ed ebraica, entrambe fortemente mescolate alle strutture civili, ma con differenti tipologie e modalità.
Particolarmente profonde e significative le diversità fra Vangelo e Bibbia, sulle quali merita sofcfermarsi per meglio inquadrare quanto sopra accennato in ordine a diverse tipologie di ordine sociale.
Per la Bibbia, il padrone può percuotere lo schiavo (!) perché “è acquisto del suo denaro” (Esodo, 21, 21). I figli che colpiscono o maledicono un genitore dovranno essere giustiziati (Esodo, 21, 15-17). Non è ammessa opposizione o diverso orientamento: chiunque renda omaggio a un altro Dio “sarà votato allo sterminio”, i bestemmiatori saranno uccisi (Levitico, 24,16). “Il quarto angelo versò la sua coppa e gli fu concesso di bruciare gli uomini nel fuoco”  (Apocalisse, 16, 8-11). Le donne  devono essere sottoposte agli uomini e non hanno diritti, inoltre gli uomini possono vendere le figlie come concubine (Esodo, 21, 7-11).  In generale, vi è la raffigurazione, nella Bibbia, di un potere violento, assoluto e spietato, che domina ogni aspetto della vita sociale.  Nel testo, troviamo anche  odio, fanatismo e violenza in dosi più che sufficienti a fornire ampia giustificazione e legittimazione a chi agisce con crudeltà, rabbia e intolleranza. (Tutti aspetti che sono posti alla base di molti movimenti evangelici di grande seguito).

Gesù il Cristo, al contrario,  predica compassione e grandissima tolleranza (ricordiamo, ad esempio, il caso  dell'adultera: “chi è senza peccato, scagli la prima pietra..” ). Invita ad amare i propri nemici, a non avvilirli o insultarli, addirittura a pregare per i propri persecutori (Matteo, 5, 44).
Il messaggio di Cristo si caratterizza poi fortemente perché  specificamente indirizzato al singolo, cui vengono indicati dei precetti morali idonei ad elevarne lo spirito sopra le sofferenze, le paure e le calamità della vita.
La Bibbia propone invece una sorta di fede civile che fonde collettività e singolo e nella quale gli obbiettivi convergono per coincidere con quelli della divinità. Una ideologia che vede la Chiesa prendere il potere politico in una comunità disegnata in modo fortemente gerarchico.
Cristo, al contrario, raccomanda di separare "ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio".
In definitiva, il senso profondo della predicazione di Cristo si coglie in una visione della divinità in netta contrapposizione con la lettura giudaica: cioè non un Dio dominante ogni aspetto della vita e delle relazioni intersoggettive, ma una entità paterna e accettante, non solo tollerante e pronta al perdono, ma aperta ad accogliere chiunque e comunque.

Abbastanza incomprensibile perciò che la Chiesa cattolica abbia voluto accogliere la Bibbia fra i suoi testi sacri, quando questa costituisce la massima espressione di quei principi contro i quali Cristo dettò indicazioni diverse e diversamente fondate su valori assai lontani da quelli della Bibbia stessa (che sostanzialmente appare una raccolta di fantasiose leggende e di mitiche esaltazioni della tribù ebraica e perciò sopratutto a questa destinata).

Una scelta che appare ancor più anomala quando si considera che fu proprio a causa dei contenuti dei precetti predicati da Gesù che l'autorità giudaica lo condannò a morte considerandoli in insanabile opposizione al dettato della Bibbia.

Forse, a sedurre le gerarchie cattoliche fu proprio il contenuto di assolutezza del messaggio biblico: una legge invasiva di tutti i rapporti sociali e della spiritualità dell'uomo, atta a suggerire un seducente concetto di primato totalizzante per il portavoce terreno del Dio. Un Dio unico per tutto e tutti, che legittimava quindi una Legge unica, dalla quale non poteva esulare anche la vita sociale ed ogni sua manifestazione.



(18/03/2015 - Angelo Casella)
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