Diritto del lavoro

Alle radici della crisi del lavoro

Una possibile strada per uscire dalla crisi del lavoro e dalla crisi finanziaria
solitudine disoccupato tristezza suicidio depressione lavoro licenziamento
di Roberto Cataldi
La drammaticità della crisi del lavoro nel nostro Paese è una storia ormai nota e alla quale purtroppo, come in tutte le cose, ci stiamo abituando. Quasi senza accorgercene la subiamo passivamente, aspettando che entri in scena un nuovo politico, che magari possa cambiare la situazione migliorandola anche a livello qualitativo. Non ci fa certo onore tutta questa capacità d'attesa, ma da tanti anni ormai noi italiani siamo un po' così: facili a impigrirci, come se le cose dovessero succedere da sole.

Da trascinatori che eravamo in passato, siamo oggi diventati container, trasportati da una forza d'inerzia che ci porta non si sa ancora bene in quale direzione. Meglio così? Forse sarebbe meglio di no, "ma va bene lo stesso", così ci diciamo.

Ascoltare i servizi dei telegiornali declamare che il lavoro c'è, ma che la gente è diventata difficile da accontentare e non lo vuole più, è un controsenso che delinea di fatto l'instabilità che caratterizza l'Italia su tutti i fronti: da quello sociale a quello economico e finanziario. I media di certo non aiutano a riportare correttamente la realtà che è sotto gli occhi di tutti. I servizi TV che mostrano persone senza lavoro in fila per acquistare il nuovo modello di iPhone e disposte a tutto pur di stringere tra le mani l'ultimo dispositivo Apple mostrano una realtà che sembra confezionata ad arte. Si tratta di "non notizie", di commedie piuttosto, architettate da network televisivi che sembra non abbiano più voglia o capacità di produrre programmi per persone normali. Si investe sul sensazionalismo e si preferisce questo genere di scoop a programmi indirizzati a spettatori con un minimo di senso critico.

"Italia borderline" potrebbe essere un bel titolo per un romanzo sui fatti intercorsi nel nostro Paese negli ultimi decenni. Riusciamo ad essere uniti solo di fronte al pericolo e alle calamità naturali, come è accaduto di recente a seguito delle alluvioni.

Meno male. Questa ritrovata unione nazionale è a ben vedere l'unica cosa che vale. Dicevamo "Italia borderline": è l'equilibrio che manca alla nazione e in questo momento storico è proprio l'equilibrio quello che serve. Un Paese senza equilibrio è infatti predisposto a cadere e a subire.

La situazione dei lavoratori, inutile negarlo, è sempre più drammatica. La sola fascia della popolazione che paradossalmente sembra aver visto incrementare il tasso di occupazione è quella dei 55-64enni. Ed è osservando questo dato che istintivamente verrebbe (o forse non viene neanche più) da ridere.

I genitori dopo aver lavorato una vita sono costretti a continuare a lavorare, per dare una mano e talvolta anche mantenere i figli, disoccupati, che nella maggioranza dei casi hanno già una propria famiglia.

Ora sicuramente qualche lezione di economia politica all'università i politici che ci comandano l'avranno pure seguita o, per lo meno, avrebbero dovuto. La soluzione per uscire dalla crisi del lavoro potrebbe essere davvero semplice ed è davanti ai loro occhi, ma sembra che nessuno di loro abbia intenzione di vederla. Forse perché politici e amministratori pubblici sono troppo impegnati a curare interessi propri o a intrecciare relazioni e affari clientelari con personaggi poco raccomandabili. Il sistema economico italiano sembra fondarsi in gran parte su questi pilastri.

Si cercano sempre nuove soluzioni contrattuali per non far pesare economicamente il lavoratore sulle casse delle aziende. Perché questo è diventato oggi il lavoratore: un peso.

La sicurezza dei lavoratori, tanto rincorsa in passato e poi finalmente raggiunta, oggi sta sparendo di nuovo e fa mancare la terra sotto i piedi. E a quanto pare oggi sta svanendo persino la speranza di trovare un lavoro precario. Nel precariato, alla fine, si sa, ci si riusciva ad attrezzare e una certa stabilità in qualche modo la si trovava.

Oggi non resta neppure quell'esile equilibrio precario. La direzione è sempre quella di un paese in declino.

Ma se non ci si vuole rassegnare alla crisi ed accettarla così com'è, cosa si dovrebbe fare?

Di idee per uscire da quella economica se ne sentono molte, sia nell'ambiente politico italiano che in Europa, ma per quanto riguarda quella occupazionale finora si è detto e fatto davvero poco.

Una cosa è certa: la politica di rigore imposta dall'Europa agli Stati membri, pensata per ridurre il debito pubblico, non ha fatto altro che aggravare la situazione. Risparmiare sulle pensioni ritardando l'età pensionabile, ad esempio, ha avuto come conseguenza un imperdonabile ritardo nell'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.

Per uscire in tempi rapidi da questa impasse una delle possibili strade da percorrere (a livello europeo) potrebbe essere quella di allentare la presa sul controllo del deficit e ridare agli Stati quella liquidità necessaria, magari anche stampando nuova moneta, per consentire loro di ridurre l'età pensionabile e liberare così i posti di lavoro in favore delle nuove generazioni.

Ovviamente tutto questo da solo non basta: perché ci siano posti di lavoro è infatti necessario che l'economia riprenda a girare. Ma in una società che fonda la sua ricchezza sulla produzione e la vendita di beni di consumo su larga scala, affinché ci sia una ripresa, non si può prescindere dal potere di acquisto, e quindi di consumo, da parte di un'ampia fascia di popolazione.

Sono gli stipendi in primo luogo che devono riacquistare il potere d'acquisto, sia attraverso una loro rivalutazione, maggiormente in linea rispetto ai reali valori dell'inflazione (cosa attuabile anche solo facendo leva sul cuneo fiscale), sia attraverso un'azione di contrasto a tutte quelle forme di speculazione messe in atto sui beni di primaria importanza che hanno indebolito non poco le finanze di una larga fetta di italiani.

A finire sotto accusa è soprattutto il settore dell'edilizia, dal momento che il principale effetto della bolla speculativa è stato che oggi una parte consistente delle entrate delle famiglie finisce inevitabilmente per essere destinata a spese legate alla casa: l'affitto, il mutuo, il pagamento delle utenze domestiche...
Sottraendo queste spese incomprimibili alle risorse economiche di una famiglia rimane ben poco da spendere, e se le famiglie non spendono (perché non possono spendere) l'economia nazionale non può sperare in una ripresa.

Restituire potere d'acquisto agli stipendi è forse una delle strade più idonee da percorrere per consegnare alle famiglie nuove e importanti risorse da destinare ai beni di consumo. Perché è solo ristabilendo quell'equilibrio perduto tra la capacità economica dei lavoratori e il costo della vita che si può sperare di uscire a testa alta dalla crisi del lavoro e da quella finanziaria.

Magari si tratta di un percorso difficile da intraprendere, ma vale la pena tentare perché, come scriveva Albert Einstein, è proprio "nel pieno delle difficoltà" che "risiede l'occasione favorevole"
Roberto Cataldi
(31/12/4016 - Roberto Cataldi)
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