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Fecondazione eterologa. Dopo la sentenza della Consulta serve una legge dello Stato?

Con sentenza della Corte Costituzionale n. 162/2014, è caduto il divieto per le coppie italiane di ricorrere alla fecondazione eterologa
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Con la sentenza n. 162/2014 della Corte Costituzionale (che qui sotto si allega), è caduto il divieto per le coppie italiane di ricorrere alla fecondazione eterologa "in patria". 

Come stabilito lo scorso aprile dalla Consulta, infatti, le norme contenute agli articoli 4 comma 3, 9 commi 1 e 3, e 12 comma 1 della L. 40/2004, che rendevano inammissibili le tecniche di fecondazione medicalmente assistita tramite gameti donati, violavano il diritto alla salute, il diritto all'autodeterminazione e il principio di uguaglianza, discriminando le opportunità dei cittadini sterili e infertili in base alla loro maggiore o minore disponibilità economica. 

Come si sa, infatti, tale proibizione si traduceva nell'"invito" – per chi poteva permettersi di raccoglierlo – a volare oltralpe per sottoporsi alle più avanzate metodiche di procreazione medicalmente assistita. Mentre poche alternative alla rassegnazione rimanevano per quelle coppie che mai avrebbero potuto trovare denaro sufficiente per viaggi e procedure mediche in costose cliniche straniere. 

Dopo il sì della Corte, restano però dei nodi ancora da sciogliere relativamente alla realizzazione pratica di tale  possibilità. Se, infatti, secondo un'interpretazione "facilitante", la rimozione del divieto renderebbe immediatamente operativi – a livello tecnico e giuridico – i centri per la fertilità che praticano l'eterologa, rimangono tuttavia da definire quantomeno alcune norme procedurali. Insomma, seppure una legge nazionale non è indispensabile per dare attuazione alla sentenza, è comunque desiderabile. Ad esempio, al fine di coordinare a livello territoriale la tracciabilità dei donatori (per evitare che nascano troppi figli da un medesimo genitore biologico) e, soprattutto, per dare omogeneità ai costi delle prestazioni

Proprio pochi giorni fa, ad esempio, la conferenza delle Regioni ha reso nota la decisione di fissare in 400-600 euro di ticket la tariffa unica delle prestazioni di fecondazione eterologa, variabile a seconda del tipo di metodica eseguita. Ma fa eccezione la Lombardia che, con una linea durissima e fortemente ideologizzata, ha assunto una posizione decisamente "ingombrante", decidendo di non inserire la fecondazione eterologa fra le prestazioni sanitarie dispensate dal SSN: tutti i cittadini lombardi – anche quelli che volessero praticarla in strutture di altre regioni – si ritroveranno perciò a dover pagare l'intero costo delle procedure di tasca propria per una cifra compresa fra i 1500 e i 4000 euro! (E, ironia della sorte, proprio nell'ex Formigonia – quartier generale di Comunione e Liberazione – si trova concentrato il maggior numero di centri italiani per la fertilità!) 

A questo punto, in virtù dello stesso principio di uguaglianza che rendeva incostituzionale il divieto contenuto nella L. 40/2004, sarebbe bene che il Parlamento legiferasse per rimuovere le disparità fra cittadini di questa o quell'altra zona d'Italia, inserendo la fecondazione eterologa come augurato dal presidente della Conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino fra i c.d. Lea (livelli essenziali di assistenza). Auspicabilmente in tempi brevi, e senza troppe impalcature ideologiche...

Testo sentenza Corte Costituzionale n. 162/2014
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(28/09/2014 - Mara M.)
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