Avvocatura

Avvocati in tempo di crisi

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Di Laura Tirloni - "È un mondo difficile. Futuro incerto" cantava un vecchio tormentone musicale dell'estate del 2000, ma perfettamente calzante con la crisi di oggi. Una crisi che, si sa, non risparmia nessuno. Tanto meno la categoria degli avvocati. 

Negli ultimi 12 anni, il numero di coloro che hanno intrapreso l'attività forense in Italia è più che raddoppiato, passando dai 110mila del '99 ai 247mila del 2012. Più della metà di questi ha meno di 45 anni e un avvocato su due è donna. 

Tuttavia, dopo una lunga fase di crescita, il disagio della categoria ha avuto l'effetto di dissuadere i giovani dall'intraprendere studi giuridici e così, oggi, si assiste ad una diminuzione del numero degli iscritti alla facoltà di giurisprudenza. 

Ancora dati alla mano, negli ultimi quattro anni, il reddito medio percepito da un avvocato si è contratto del 17%, attestandosi a circa 47.500 euro, dove gli avvocati sotto i 35 anni percepiscono il 75% in meno dei colleghi over 55, mentre le donne si attestano intorno ai 28.500 euro all'anno (dati forniti dall'Associazione dei giovani avvocati - Aiga). 

Ma si tratta appunto di reddito medio. Se entriamo nel dettaglio scopriamo che i professionisti che hanno meno di 29 anni non raggiungono i 14.000 euro di reddito annuo, mentre quelli della fascia 30-34 anni arrivano a circa 20mila. Solo gli avvocati della fascia 60-64 anni (ammesso che non desistano prima) arrivano a sfiorare i 92mila euro. 

Dal 2 Febbraio 2013, è inoltre entrata in vigore la riforma della legge professionale forense (l. n. 247/2012), varata dal governo Monti, che ha riscritto le regole di una professione fino a quel momento basata su un regio decreto del 1933. La riforma ha previsto, tra le novità di maggior impatto, l'obbligo (rinviando ad apposito regolamento la disciplina, i termini e le modalità di attuazione), per tutti gli iscritti all'albo, indipendentemente dalla continuità dell'esercizio della professione e dal raggiungimento di determinati parametri di reddito, dell'iscrizione alla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense, che oggi conta oltre 170 mila iscritti (dati Aiga 2013).
 
Considerato il contributo minimo soggettivo e l'indennità di maternità, l'importo da versare alla Cassa parte da un minimo di 3.500 euro l'anno; una cifra che può risultare insostenibile per quegli avvocati a reddito minimo, che potrebbero così essere indotti ad abbandonare la professione. 

Già costretti ad affrontare l'estrema competitività all'interno di una categoria talmente "inflazionata" da rappresentare il triplo della media Ue (solo a Roma, infatti, risultano esserci tanti avvocati quanti nell'intera Francia), molti dei professionisti italiani, soprattutto i giovani avvocati, si ritrovano a svolgere mansioni di praticantato e poi di collaborazione fissa presso gli studi legali, con esclusività di prestazione, che spesso si traducono in attività di "segretariato" scarsamente o per nulla retribuite. 

E quando, con il passare del tempo, la collaborazione diventa fissa, gli stessi avvocati si ritrovano a lavorare a tempo pieno per lo stesso studio legale, con retribuzioni corrispondenti a poche centinaia di euro, dovendo affrontare al contempo gli oneri legati alla libera professione (come dotarsi di Pos per i pagamenti) e non godendo di agevolazioni, neanche nella fase iniziale di avviamento dell'attività. 

Su questa, per nulla florida situazione, si è abbattuta una nuova e pesante tegola: la "temuta" approvazione ministeriale del regolamento di attuazione dell'art. 21 della l. n. 247/2012 del 7 agosto scorso, che mette a serio rischio il futuro, soprattutto, dei più giovani. 

In attuazione delle previsioni regolamentari, infatti, anche i percettori di redditi professionali inferiori ai 10.300 euro (circa 50.000, secondo i dati), in precedenza esonerati, sono obbligati ad iscriversi alla Cassa, versando un "contributo soggettivo minimo", pari a circa 700 euro annui, per i primi otto anni di iscrizione, ricevendo quale contropartita, il riconoscimento di metà della contribuzione (6 mesi in luogo dell'intera annualità ai fini pensionistici) e l'intera copertura assistenziale. Il tutto senza limiti di età. 

Polemiche e proteste dilagano da parte delle associazioni di categoria e si avanzano ipotesi di incompatibilità del regolamento con le norme costituzionali e comunitarie, data la previsione di contributi fissi dovuti indipendentemente dalla situazione reddituale. Intanto, rebus sic stantibus, non si esclude che lo stato dell'arte della professione assisterà ad un nuovo esercito di "avvocati esodati".
(08/09/2014 - Laura Tirloni)
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