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Il caso Sofri. Facciamo un pò di chiarezza

sentenza bilancia
La vicenda giudiziaria di Adriano Sofri, giornalista, scrittore ed ex leader di Lotta Continua condannato a 22 anni di carcere, dopo un lungo e controverso iter giudiziario, quale presunto mandante dell'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, ha riempito le pagine dei giornali e gli schermi televisivi per molti anni, ponendosi al centro di un clima acceso di polemiche.
Il processo Sofri da molti è considerato come uno dei più clamorosi errori giudiziari del Paese.

Ripercorriamo le tappe della vicenda

Il commissario Calabresi venne assassinato a Milano il 17 maggio del 1972 alle ore 9:15, da due killer che gli spararono alle spalle mentre raggiungeva la sua auto, parcheggiata sotto casa.
Il delitto fu preceduto da una violenta campagna mediatica condotta da vari gruppi extraparlamentari (soprattutto di sinistra) e, in particolare, da Lotta Continua contro Calabresi, ritenuto il diretto responsabile della morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, il quale, all'indomani della strage di Piazza Fontana fu tra le diverse persone fermate (appartenenti ai movimenti estremisti) e portate in questura per essere interrogate. 
Pinelli era precipitato improvvisamente dalla finestra della stanza in cui era stato sottoposto a interrogatorio. La sua morte venne archiviata come "accidentale" (escludendo sia l'ipotesi del suicidio che dell'omicidio e il coinvolgimento delle forze dell'ordine) ma tutto ciò apparve subito poco credibile e la vicenda diede vita ad una serie di appelli e di accese polemiche. 
Anche Lotta Continua sul proprio giornale ebbe modo di accusare il commissario Calabresi, allora capo dell'ufficio politico della questura di Milano perchè considerato il principale responsabile della morte del ferroviere Pinelli.
Le indagini sull'omicidio del commissario Calabresi non produssero alcun riscontro per molti anni, almeno fino al luglio del 1988. 

La confessione del pentito Marino

Dopo 16 anni di silenzio, nel luglio 1988, Leonardo Marino, ex militante del gruppo di Lotta Continua, confessò di essere stato uno dei due membri del commando che aveva ucciso il commissario Calabresi e che l'esecutore materiale dell'omicidio fu Ovidio Bompressi, su ordine della dirigenza del movimento e, in particolare, di Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani.
Marino sostenne di aver guidato l'auto usata per l'omicidio e descrisse diversi dettagli dell'attentato: i preparativi, il prelievo delle armi da un deposito tre giorni prima del delitto, il furto della macchina da usare per l'azione nella notte del 15 maggio fino all'esecuzione del 17 maggio.
La deposizione di Marino fu ritenuta attendibile e questo bastò per far condannare, dopo una lunga e contrastata vicenda giudiziaria Bompressi, Sofri e Pietrostefani a 22 anni di carcere. Marino, invece, ebbe una pena ridotta ad 11 anni, per aver collaborato con la giustizia.

I punti oscuri della vicenda: le contraddizioni del pentito Marino

L'affermazione della colpevolezza di Sofri, come mandante dell'omicidio, fu basata solo sulle parole di Marino. Parole profuse dopo oltre tre lustri dall'omicidio, senza riscontri di fatto e con molte contraddizioni.
Il premio Nobel Dario Fo, facente parte del movimento di opinione degli "innocentisti" (tra cui si segnalarono anche Gad Lerner e Giuliano Ferrara), scrisse la nota commedia "Marino libero! Marino è innocente!", dove mise in luce le "centoventi bugie" del pentito. La commedia è poi diventata anche libro pubblicato da Einaudi.
Oltre alle numerose contraddizioni sui presunti incontri con Sofri, sulla presenza di Pietrostefani agli stessi, prima millantata e poi negata, e, conseguentemente, ai diversi cambi radicali di versione, Marino incappò in molte incoerenze su fatti di rilievo, a partire dagli spostamenti dopo il delitto. Il pentito descrisse, infatti, una via di fuga, esattamente opposta a quella accertata nel corso delle indagini.

Altra grave incongruenza fu senz'altro l'affermazione riguardante il colore dell'automobile utilizzata per il delitto che Marino dichiarò essere beige, mentre una delle certezze, acquisite agli atti del processo, era che la stessa fosse una Fiat 125 di colore blu.
Il pentito, inoltre, dichiarò di aver più volte incontrato Sofri negli anni successivi all'omicidio per metterlo a conoscenza del proprio pentimento morale, invitandolo a fare altrettanto e ricevendo invece rifiuti e velate minacce, mentre venne accertato che il reale motivo degli incontri consisteva nella richiesta di prestiti da parte del Marino al Sofri, prestiti peraltro ottenuti e mai restituiti. 
Fu accertato anche che le condizioni finanziarie dell'ex militante, come da sua stessa ammissione, erano molto critiche (tanto che, appunto, si era rivolto a Sofri per essere aiutato economicamente) e che le stesse cambiarono, in meglio, nelle more della confessione, a seguito del ricevimento di somme di danaro di dubbia provenienza.
Ma sicuramente, il fatto più singolare e controverso fu la descrizione dell'appartamento di Milano utilizzato come base per la preparazione del delitto. Leonardo Marino ne diede, infatti, una minuziosa descrizione che però non corrispondeva allo stato dei luoghi risultante all'epoca dell'omicidio. Marino aveva descritto l'appartamento così come risultante a seguito di una ristrutturazione dell'immobile avvenuta diversi anni dopo l'omicidio tanto che lo stesso Dario Fo' ipotizzò che Marino avesse verosimilmente preparato la sua deposizione basandosi sulle piantine catastali.

La condanna, il carcere e la libertà

Nel 1997, con la conclusione dell'iter processuale e la condanna definitiva, iniziò il carcere per Adriano Sofri. Ovidio Bompressi ottenne, invece, la sospensione della pena per motivi di salute, Giorgio Pietrostefani si rifugiò all'estero e Marino, quale collaboratore di giustizia, finì per scontare una pena minima.
Adriano Sofri è rimasto in carcere fino al 2006, scontando i successivi anni agli arresti domiciliari per le cattive condizioni di salute, ed è tornato un uomo libero solo nel gennaio 2012 per decorrenza della pena, grazie ad alcuni sconti e riduzioni, pur non avendo mai presentato richiesta di grazia ed essendosi sempre proclamato innocente.
Ancora oggi restano forti dubbi su come  sia stato possibile basare una condanna sulle deposizioni contraddittorie di un solo teste. Resta quindi aperta la domanda se nel caso di specie sia stata fatta giustizia o se ci si trovi di fronte a uno dei più eclatanti errori giudiziari che pesano sulla coscienza dello Stato italiano
Ad ogni modo, il caso Sofri, deciso a seguito di un processo solamente indiziario e basato su dichiarazioni di scarsa attendibilità di un solo testimone/pentito, resterà senz'altro tra i misteri italiani, inquadrato in quella strategia della tensione che caratterizzò i c.d. "anni di piombo" e che impedì, in diverse occasioni, alla verità di emergere.
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(20/06/2014 - Marina Crisafi)
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