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Il Jobs Act si appresta a diventare legge. In allegato il testo del Decreto e le modifiche del Senato. A seguire la rassegna stampa

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Tra proteste, cartelli e duelli verbali, il Jobs act ha avuto il via libera dal Senato. Dopo avere ottenuto la fiducia alla Camera, il 24 aprile scorso, anche lì tra bagarre e mani ammanettate, il 7 maggio è arrivato il sì anche da palazzo Madama che ha votato la fiducia al maxiemendamento sul decreto lavoro, recependo le modifiche concordate dal governo.
Uscito dal percorso accidentato alla Camera, con significativi ritocchi rispetto al progetto di legge messo a punto dal ministro del lavoro Poletti, il decreto si era presentato al Senato con i suoi capisaldi: apprendistato e contratti a termine. Quanto al primo, prevedendo, da una parte la reintroduzione dell'obbligo della formazione pubblica gestita dalle regioni, in abbinamento all'attività lavorativa, e dall'altra la priorità della stabilizzazione con la previsione di un minimo di 20% di assunzioni (in origine, invece, il disegno di legge Poletti prevedeva la cancellazione di qualsiasi vincolo di stabilizzazione). Quanto ai secondi, il testo licenziato dalla Camera, prevedeva un tetto massimo del 20% di contratti a termine sul totale di quelli attivi all'interno di un'impresa, con la trasformazione automatica in contratti a tempo indeterminato in caso di sforamento. Sempre sul fronte dei contratti a termine, mentre il progetto iniziale prevedeva fino ad 8 proroghe, la correzione optava per un massimo di 5 proroghe possibili, esentando il datore di lavoro dallo specificare le motivazioni di attivazione dai 12 attuali a 36 mesi.
A questo quadro, il Senato, nel secondo voto di fiducia, ha apportato ben nove correzioni, intervenendo soprattutto sulle disposizioni che rappresentavano i punti di frizione all'interno della stessa maggioranza, ovvero, in primis, l'alleggerimento della sanzione per le aziende che sforano il tetto del 20% di contratti a termine, che dall'obbligo di assunzione del lavoratore si tramuta in risarcimento pecuniario, crescente in base alla gravità della violazione. Il tetto del 20%, inoltre, non viene applicato per i contratti stipulati dagli enti di ricerca, i quali per l'attività "esclusiva" potranno fruire dell'"acausalità" anche oltre i tre anni. In tema di apprendistato, invece, viene elevato da 30 a 50 il limite del numero di dipendenti affinché scatti l'obbligo per un'azienda di stabilizzare il 20% degli apprendisti; inoltre, la formazione diventa mista (pubblica e privata) e viene ripristinato l'apprendistato per le attività stagionali. Introdotti anche sgravi contributivi pari al 35% per le imprese che stipulino contratti di solidarietà e, infine, novità si sono registrate anche per il preambolo del decreto, nel quale governo e maggioranza si impegnano a varare mediante la legge delega che completerà il Jobs act, il codice semplificato del lavoro con la previsione della forma del contratto a tempo indeterminato "a protezione crescente".
Mantenendo sostanzialmente l'impronta originaria data dal premier Renzi e dal ministro Poletti, tra chi vi vede una semplificazione del ricorso ai contratti a termine e all'apprendistato con l'obiettivo di rilanciare l'occupazione e chi, invece, misure che rappresentano un'ulteriore spinta alla precarietà, il testo ora passa alla Camera per la terza e definitiva lettura, prima di essere convertito in legge entro il prossimo 19 maggio, pena la decadenza.

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(08/05/2014 - Marina Crisafi)
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