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Le separazioni di tutta una vita

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Di Laura Tirloni - La nostra prima grande separazione la sperimentiamo il giorno della nascita, con il travagliato distacco dal corpo materno. Durante tutto il corso della vita ci ritroveremo a fare i conti con inevitabili riedizioni di quella prima dolorosa esperienza di separazione e alcune potranno essere più sofferte di altre e indurre insicurezza, ansia, senso di vuoto, di colpa, di smarrimento, o rabbia nei confronti della persona che si allontanerà o da cui prenderemo le distanze. 
Ci sono persone che per gestire l'angoscia della perdita e del distacco lasciano prima di essere abbandonate. Altre inducono, talvolta inconsciamente, il partner ad andarsene per evitare di gestire il senso di colpa legato alla rottura intenzionale del rapporto, così come alcune persone si mantengono difensivamente fredde e distanti, allo scopo di proteggersi da un eccesso di intimità e dal rischio di soffrire. 

Allo stesso modo, ci sono coloro che attuano piccoli cambiamenti, affinché nulla cambi. Intrattengono relazioni con più partner al di fuori della relazione "ufficiale", cercando anche inconsapevolmente di ricreare la stessa situazione di coppia, frequentando i medesimi luoghi, praticando le stesse attività, offrendo gli stessi doni, solo per generare sicurezza. Anche il membro della coppia che viene tradito può essere connivente e, fingendo di non capire, nonostante gli inequivocabili indizi, mantenere in piedi il rapporto, evitando la rottura. 

Nell'infanzia, i figli muovono i primi passi in solitaria; in adolescenza, la costante ricerca di autonomia li porterà ad un ulteriore distacco dai genitori, anche passando attraverso esperienze di aperta conflittualità, funzionali alla costruzione di una nuova indipendenza. I genitori, a loro volta, devono via via rinunciare alla loro indispensabilità e agevolare la crescente individualità dei figli. Così come il matrimonio, lungi dall'essere una situazione immutabile, comporta sempre nuovi cambiamenti, che vanno messi in conto per rilanciare il rapporto stesso. Ma le perdite più dolorose sono senza dubbio quelle legate alla morte delle persone a noi care, quelle con cui si è condivisa gran parte della vita: un distacco che non rappresenta solo la perdita di una persona amata, ma anche di una parte di sé.

Dolori e sofferenze legate al naturale trascorrere dell'esistenza umana e attinenti alla sfera psicologica, ma che, quando sono determinate dal comportamento o dal fatto illecito arrecato da un terzo alla propria persona o ai propri familiari, non possono lasciare insensibile il diritto.
Laddove, infatti, i momenti essenziali della sofferenza di un individuo siano generati da un illecito, il diritto è chiamato a rispondere, offrendo tutela di fronte alle ripercussioni che le diverse separazioni descritte hanno sul terreno della quotidianità, delle relazioni personali perdute, dei progetti o delle abitudini di vita ostacolate e alterate.

Il dolore e la sofferenza causati alla persona da un danno (la perdita di un parente o di un congiunto, la separazione dal coniuge, ecc.) assumono, quindi, rilievo nel campo della responsabilità civile, meritando ristoro a causa dell'alterazione che il pregiudizio ha prodotto nelle abitudini di vita e degli assetti relazionali che gli erano propri, sconvolgendo la sua quotidianità ed incidendo negativamente, privandola, delle occasioni per l'espressione, la realizzazione e lo sviluppo della propria personalità nel mondo esterno (Cass. S.U., n. 6572/2006).
Un'altra dolorosa separazione è quella conseguente alla perdita degli oggetti più cari. Se di norma, infatti, la relazione affettiva si instaura tra esseri umani, è sempre più frequente che si creino legami molto forti anche con determinati oggetti, al punto che il loro smarrimento, così come il loro danneggiamento, risultino molto destabilizzanti per un individuo, poiché vengono messi a rischio anche quell'insieme di ricordi, emozioni e sentimenti che lo stesso aveva proiettato su di essi, provocando, dal punto di vista psicologico, la caduta inesorabile dell'illusione della continuità di un rapporto, rendendo definitiva la sensazione di rottura del legame.

Considerata da questa prospettiva, la questione non poteva restare fuori dall'ambito giuridico. Se tradizionalmente, infatti, il rapporto di affezione verso le cose inanimate non era considerato meritevole di risarcimento per l'eventuale perdita o il grave danneggiamento delle stesse, l'ingresso della dimensione "esistenziale" nel campo della responsabilità civile ha portato ad un'inversione di prospettiva, garantendo adeguato ristoro al danno non patrimoniale arrecato al c.d. "interesse d'affezione".

Oltre al danno patrimoniale, in ragione del valore economico posseduto da uno specifico oggetto (come nel caso di costosi gioielli di famiglia, automobili, abitazioni, opere d'arte, ecc.), il presupposto del risarcimento è quello di ristorare la perdita d'affezione subita dal punto di vista non patrimoniale, andando oltre il mero valore di mercato, rilevante o di infima entità (ad es. una lettera, una ciocca di capelli o un cimelio di un caro estinto), posseduto dall'oggetto.

Ad essere leso, pertanto, non è il valore oggettivo ma quello soggettivo del bene, quale conseguenza diretta del danno, purchè dallo stesso ne sia derivato al soggetto un pregiudizio giuridicamente apprezzabile sotto il profilo psichico, consistente in una ripercussione diversa dal semplice dispiacere o disturbo, ma derivante dall'intenso vincolo sentimentale che legava il soggetto al bene, come affermato da una delle più significative decisioni che hanno affrontato la questione del risarcimento per l'attentato al valore d'affezione, riconducendola sul piano del "danno morale affettivo" (Trib. Milano 27.11.2000).
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(15/05/2014 - Laura Tirloni)
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