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Avvocati: la sindrome del burn-out. Come riconoscerla e affrontarla

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di Nadia Fusar Poli -
"Non ce la faccio più. Vorrei cambiare lavoro ma non ci riesco. Non sono sicuro e non so cosa fare". Se state attraversando una fase difficile della vostra vita lavorativa, e state mettendo in discussione la vostra scelta professionale, un primo suggerimento è quello di "rallentare". La decisione di appendere al chiodo la toga e smettere di occuparsi di questioni legali potrebbe essere la cosa giusta da fare. Ma, tenuto conto dei rischi e dei costi connessi, si tratta di una opzione da prendere in considerazione solo dopo aver capito quello che vi sta davvero succedendo. 

Il momento in cui molti avvocati si rivolgono ad un consulente o ad uno psicologo del lavoro, è spesso quello in cui si sentono ormai falliti ed "esauriti". Depersonalizzazione, ridotta realizzazione personale, senso di inadeguatezza, desiderio di scappare e "mollare tutto"... sono tra i sintomi tipici di un esaurimento emotivo. In altre parole, si tratta di manifestazioni psicologiche e comportamentali riconducibili alla sindrome del burn-out, termine traducibile con "scoppiato", "bruciato". 

Le cosiddette "helping professions", che, in virtù della loro stessa natura, hanno una finalità di aiuto e sociale, e sono basate sulle interazioni e sui rapporti interpersonali, sono caricate da una duplice fonte di stress: quello personale e quello della persona (o della collettività) che rappresentano.

Chi soffre di burn-out, attraversa un lento processo di "logoramento" o "decadenza" psicofisica (mancanza di energie, incapacità di sostenere lo stress accumulato), per cui vorrebbe prendere decisioni drastiche, spinto dalla disperazione, piuttosto che da una ispirazione o da una forte motivazione propositiva. Poiché il pensiero, in questi casi, manca spesso di chiarezza, è importante prendersi del tempo per riflettere.

Anche se non tutti i problemi che gli avvocati incontrano lungo il loro cammino professionale, possono essere attribuiti all'attività lavorativa, il fatto che essi sperimentino tassi particolarmente elevati di burn-out suggerisce che alcuni fattori stressanti, tipici dell' essere avvocato, devono essere considerati, quantomeno, delle concause.

Pressioni di varia natura, sovraccarico di lavoro, competitività, necessità di tenersi costantemente aggiornati, difficoltà di coniugare vita provata con obblighi professionali, relazioni interpersonali spesso esasperate e con persone difficili... In aggiunta a questi fattori di stress esogeni, ci sono, evidentemente, elementi e tratti della personalità che possono rendere gli avvocati meno inclini a sopportare lo stress e le dinamiche tipiche della professione. Tra questi, il più significativo è il "perfezionismo".

Dal momento che la pratica della legge richiede un'analisi logica oggettiva e un'attenzione ai dettagli, la professione legale attira i perfezionisti i quali, spesso visti come inflessibili e poco inclini al cambiamento, tendono ad essere maniaci del lavoro, ossessionati dal controllo pur non essendo convinti di possederne. Poiché la perfezione non può essere raggiunta, lottare per essa può essere motivo di costante insoddisfazione.

Un'altra ragione per cui alcuni avvocati vivono l'esperienza del burn-out è legata al fatto che i valori e i principi fondamentali non sono sempre in linea con i comportamenti adottati. A volte questo problema si traduce in un conflitto psicologico interno, da cui deriva un cronico senso di colpa e un perenne sentimento di infelicità.

Se i sintomi non sono gravi, tali da suggerire l'intervento di uno specialista, vi sono una serie di tecniche di auto-aiuto che vale la pena provare. In primo luogo, si dovrebbe capire che la risposta allo stress umano passa attraverso una sequenza di quattro eventi:

Stimolo > Pensiero > Emozione > Comportamento

Di solito, un evento (o stimolo) scatenante innesca una risposta. La risposta iniziale si presenta sotto forma di una valutazione mentale conscia o inconscia e il pensiero provoca una risposta fisiologica interna. Questa si traduce in una o più emozioni, le quali guidano i comportamenti esterni di ciascuno.

Utilizzando questo modello, il primo tentativo dovrebbe essere quello di cercare di cambiare i fattori ambientali esterni che causano stress. Ad esempio, se non c'è abbastanza collaborazione in ufficio, provate a chiedere maggiore impegno da parte dei vostri colleghi. Siete messi costantemente sotto stress da scadenze irragionevoli? Provate a parlarne con la persona interessata o con chi ne è responsabile, e tentate di cambiare l'agenda e la distribuzione del tempo/lavoro. Ovvietà? Non esattamente. 

Molti avvocati non cercano nemmeno di compiere questi semplici passi perché convinti che farlo, sia un segno di debolezza o di scarsa professionalità. In genere, questo tipo di logica (sbagliata) è un segno che l'avvocato è un "perfezionista".

Questo ci porta al secondo step e cioè, ridurre il proprio livello di perfezionismo. Per fare ciò è necessaria una prima e consapevole presa di coscienza, che si traduca in una rottura di modelli automatici di pensiero e che porti alla successiva modifica.

Ad esempio: supponiamo che siate dei perfezionisti e che il vostro partner senior vi chieda di occuparvi di un progetto particolarmente difficile (stimolo). Inoltre , ipotizziamo che vi venga imposta una scadenza irragionevole (stimolo) rispetto ad un'altra pratica di cui vi state occupando. La vostra prima reazione potrebbe essere quella di pensare: "Non ho scelta. Devo lavorare su questo progetto e accettare il termine. Se non lo facessi, dimostrerei che sono un incompetente". 

I pensieri che sorgono, in risposta allo stimolo, attiveranno emozioni come la paura del fallimento e del rifiuto così come il senso di colpa . Come risultato, la risposta verso l'esterno sarà probabilmente dire "sì" e assumere l'incarico senza alcuna esitazione.

Queste reazioni creano un circolo vizioso. La vostra incapacità di dire "no" provoca infatti ulteriore (e maggiore) stress perché produce un carico di lavoro impossibile, aumenta le possibilità di commettere errori e riduce la capacità di coniugare lavoro e vita personale.

Al fine di migliorare la vostra situazione, è necessario aumentare la consapevolezza rispetto a questi tipi di pensieri ed emozioni e cominciare a rallentare il passo. Il modo migliore per farlo è quello di tenere un registro giornaliero (per almeno due settimane) e scomporre tutte le esperienze stressanti in quattro elementi: stimoli, pensieri, emozioni e comportamenti.

Una volta che sarete pienamente consapevoli dei vostri pensieri e delle emozioni perfezionistiche, dovrete iniziare ad interromperli. Il problema è che molti dei nostri pensieri disfunzionali sono il prodotto di atteggiamenti e reazioni ripetuti per anni, e che tendono pertanto a riproporsi uguali a se stessi, come guidati da una sorta di pilota automatico interno. Tuttavia, spezzando tale circolo vizioso, è possibile riprendere il controllo cosciente di tali pensieri ed emozioni, ed esaminare l'opportunità di assumere altri comportamenti.

Ad esempio, ci si potrebbe porre le seguenti domande: "Potrei suggerire che qualcun altro lavori su questo progetto viste le altre cose che ho da sbrigare? Potrei delegare alcuni dei miei lavori ad altri avvocati? È proprio vero che se legittimamente non posso fare tutto, devo lasciare perdere questo lavoro o comunque essere etichettato come un fallito?"

Naturalmente, è possibile che le risposte che darete alle domande appena poste, lascino intendere che sia tutta colpa dello stress e del burn-out e che non c'è niente che si possa fare al riguardo, tranne concedersi una bella vacanza. Se invece il perfezionismo è responsabile di gran parte del problema, allora dovreste giungere alla conclusione che non importa dove andrete: il problema sarà sempre con voi. Le sollecitazioni che il perfezionismo causa, emergeranno in qualsiasi lavoro. Lasciare il vostro attuale lavoro perché vi sentite falliti ed esasperati, non potrà essere la risposta a lungo termine ai vostri problemi.

Infine, un ultimo suggerimento: provate a valutare la misura in cui lo stress è causato dal fatto che la vostra vita lavorativa non è in linea con i vostri valori. Alcuni disallineamenti sono causati da valori interni (o comuni e condivisi) in conflitto  (ad es alta ambizione vs famiglia), mentre altri dal fatto che vi è un conflitto tra i vostri valori e quelli dell'organizzazione per cui lavorate (ad esempio, il successo finanziario a tutti i costi contro il comportamento etico).

Invece di scappare dal vostro lavoro e prima di fare qualsiasi mossa importante (di cui magari potreste poi pentirvi), cominciate ad esaminare più a fondo le questioni che causano lo stress e provate a considerare dei cambiamenti meno drastici. Siete ancora convinti di mollare tutto e di chiudere definitivamente con la legge? Beh, almeno ora lo farete per dei validi motivi... e non per disperazione!
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(24/03/2014 - Nadia F. Poli)
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