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Può fallire l'ITALIA? Alcune considerazioni sulla situazione economica italiana.

crisi fallimento
Dr. Luigi Vitale,
I numeri sono estremamente noiosi per molti, proverò per questo ad affrontare una questione molto complessa senza ricorrere a numeri e diagrammi dei quali comunque sono pieni tutti i giornali.
Anni fa in seguito ad un ormai ben noto trattato siamo entrati in una grande comunità che oggi conta 28 Paesi ed è in continuo aumento, l' Unione Europea.
Per qualcuno tutto questo è apparso come un evento negativo. Si è pensato infatti che così abbiamo perso la sovranità, cioè potere decisionale,in settori molto importanti come quello monetario.
Eppure il progetto originario e il suo sviluppo non discute di sovranità, ma di democrazia.
Altri hanno pensato che si stia costituendo forte potere finanziario a discapito dei lavoratori.
Eppure la Banca Centrale Europea altro non è che una sintesi organizzativa delle 28 Banche Centrali Nazionali.

Il debito nazionale. 
Una delle funzioni della Unione è stata ed è quella di proteggere il singolo individuo. Ormai tutti siamo consapevoli del significativo  apporto della Corte Europea in merito a processi civili e penali . La Corte di Giustizia è in grado infatti di ribaltare una precedente sentenza nazionale giudicata ingiusta per il cittadino.
Nè la BCE, nè la Corte di Giustizia però sono istituzioni create per annullare il nostro debito nazionale.
I nostri politici ci hanno provato, hanno chiesto al Parlamento europeo di istituire una Euroobbligazione sociale (quelli che in Italia sono i BOT, in Spagna i BONOS, in Germania BUND, ecc.) dove il debito nazionale di tutti si sarebbe confuso in un grande unico debito Europeo.
Purtroppo la comunità si è rifiutata, ogni Paese deve pagare il proprio debito, così come è giusto che sia.
Il problema, dunque, ci ritorna addosso come un grave fardello, negli ultimi anni non riusciamo a riprendere la crescita (anche per il 2014 è previsto il segno negativo del PIL). Insomma, collettivamente parlando, non riusciamo a guadagnare quanto basta per sopravvivere, tanto meno per pagare i debiti.

Siamo destinati a fallire?
La stessa Unione non ce lo permetterà, a meno che non usciamo dall'Euro e torniamo alla nostra vecchia Lira.
Ed è così anche per la Grecia e la sua Dracma.
Unione monetaria significa innanzi tutto un fitto intreccio di regole finanziarie e commerciali fra i Paesi dell'unione e e fra Unione e altri paesi esteri. Un default, anche della piccola Grecia, significherebbe un danno economico incalcolabile per Europa e per tutto il mondo.

Ma non guardiamo solo la Grecia, guardiamo alla Germania.
Perchè questo Paese, nonostante abbia assorbito la parte orientale nel '89 con pessima situazione economica, nonostante la crisi del "Dot.com" del 2001, nonostante la crisi dei "Subprime" del 2007 , nonostante enormi aiuti finanziari verso l'Unione, NON HA un debito nazionale pesante come il nostro?
In Economia si dimentica troppo facilmente che uno dei fondamentali non è tanto la "Moneta" quanto invece il "Lavoro".
Osserviamo le riforme in questa materia che sono state realizzate già molti anni fa in questo Paese.
Mentre la crisi industriale si affacciava in Italia già nei primi anni '70, le industrie cominciavano a chiudere ad una ad una, (la legge 300 del 1970 non può considerarsi totalmente estranea), in Germania si trovava una soluzione che coinvolgeva la parte operaia nella conduzione dell'impresa, sopratutto si consapevolizzava del fatto che l'andamento commerciale non è mai costante. Si rendeva necessario un salario flessibile che, senza rinunciare ai propri crediti, permettesse all'azienda di superare un periodo critico.
In Italia ancora oggi l'industria chiude perchè costretta da leggi che non hanno più senso. Leggi che si ritorcono contro gli stessi operai che si volevano tutelare.
Dal 1979 il problema lavoro si aggrava a dismisura, l'apertura della Cina agli investitori occidentali ha permesso di sfruttare una manodopera che costa otto volte meno rispetto ai costi medi occidentali.
Eppure la Germania ha il tasso di disoccupazione più basso d'Europa, mentre l'Italia uno dei più alti.
Le riforme del lavoro in Germania hanno permesso di guadagnare molto di più a livello individuale e nazionale. Hanno permesso investimenti all'estero dove anche loro sfruttano l'Oriente, hanno permesso investimenti in Ricerca e Sviluppo che hanno creato posti di lavoro e mantenuti quelli esistenti.
Risultato: PIL più alto, salari più alti, migliore "welfare".

Perchè in Italia tutto questo non riusciamo a realizzarlo ?
A questo punto è necessario parlare di politica. 
La parte più importante della politica del nostro Paese è quella che in tempi passati ha tutelato gli interessi degli operai. Da lì attinge il pacchetto prevalente di voti che permette quella rappresentanza di mantenere la propria posizione al governo. Oggi anche i più nostalgici di loro è consapevole della necessità di riforme che stravolgano un sistema obsoleto da 30 anni. Eppure non riescono ad imporre una riforma che andrebbe a beneficio di quella classe operaia che intendono (e che noi tutti intendiamo) tutelare. Un problema di apparenze. Fintanto che insistono a difendere vecchie normative illudono gli elettori di operare per il loro bene.
Oggi il mondo politico propone volti nuovi, tutto avviene all'insegna del cambiamento. Ma alla domanda, saranno fatte modifiche all'art.18?  Nessuna risposta!
Stesso discorso per la questione fiscale. Oggi le tasse sul lavoro in Italia sono le più alte d'Europa. Se si riuscisse a ridurre in modo significativo la tassazione sul lavoro (cosa non certo semplice come vedremo) si potrebbero ottenere una serie di benefici sia per le imprese (che tornerebbero ad essere più competitive) sia per i lavoratori (che potrebbero avere più soldi in busta paga) sia per l'intero sistema economico  italiano (stipendi più alti comporterebbero un rilancio dei consumi  a beneficio di tutti).
Anche in questo caso non sembra che il mondo politico stia dando risposte soddisfacenti.
Di certo la questione della riduzione dei carico fiscale, così come quella previdenziale e quella assistenziale non è cosa immune da problematiche. Le difficoltà non mancano perché se abbassiamo ad esempio il costo dei contributi  rischiamo di limitare una importante risorsa per coprire i costi del "wellfare". 
Insomma si tratta di trovare il giusto equilibrio.
Tornando all'esempio della Germania è interessante notare che il "CLUP" (costo de lavoro per unità di prodotto), è più basso in Germania, nonostante i salari più alti e servizi sociali più efficienti.  Una cosa che dovrebbe farci riflettere. 
Altrettanto interessante sarebbe adottare un sistema analogo a quello tedesco che preveda un maggiore coinvolgimento dei lavoratori nella conduzione dell'impresa. Quando si parla di gestione risorse umane si dà spesso valore agli adeguamenti retributivi  legati al successo di un progetto industriale. La 'motivazione' al lavoro basata sul coinvolgimento nelle sorti dell'impresa risulta essenziale.  Bisognerebbe allora trarre spunto dagli approdi a cui gli studi sulla gestione delle risorse umane sono giunti per mettere mano a una seria riforma del lavoro.
Ma se restiamo ancora nell'immobilismo siamo forse destinati al fallimento? Mi piacerebbe conoscere l'opinione dei lettori su questo argomento.
Intanto sul tema consiglierei la lettura di questa monografia: Questioni di Economia e Finanza - Il sistema industriale italiano tra globalizzazione e crisi dove si denuncia "come l'andamento insoddisfacente della produttività e la perdita di competitività sui mercati internazionali riflettano le difficoltà della nostra industria ad  adattarsi ai grandi cambiamenti avvenuti nel corso degli ultimi due decenni nel contesto economico internazionale".
Dr. Luigi Vitale 

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(25/12/2013 - Luigi Vitale)
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