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Web Tax: una tassa che non conviene all'Italia

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Dopo le ipotesi di accantonamento e nonostante le voci contrarie, la commissione bilancio della Camera ha approvato i due emendamenti alla legge di stabilità, che danno via libera alla cosiddetta "Web Tax". 
La nuova tassa introduce l'obbligo di rivolgersi a soggetti titolari di partita Iva italiana, per gli acquisti online, sia in termini di e-commerce vero e proprio che di pubblicità. 
In questo modo, si mira a far sì che i volumi di vendita realizzati in Italia, attraverso e-commerce, gioco e advertising online, vengano fatturati nel nostro Paese con conseguente aumento del gettito del fisco. 
Un ulteriore giro di vite per la pubblicità online e i servizi connessi prevede che ogni acquisto venga effettuato esclusivamente mediante bonifico bancario o postale al fine di tracciare ogni transazione. 
A farne le spese, non saranno solamente i giganti del web, come Google, Amazon, Facebook, Apple, che per vendere servizi e prodotti online dovranno aprire una partita Iva italiana, ma chiunque acquisti sul web
I nuovi obblighi, infatti, porteranno le multinazionali, e soprattutto il colosso di Mountain View, costretti a sottostare a un regime fiscale meno agevolato e diverso rispetto al resto d'Europa, a far gravare i costi sostenuti sui prezzi di prodotti e servizi che lieviteranno a discapito dei consumatori e delle piccole imprese. 
Ma non solo. Ad essere penalizzati saranno anche la maggior parte dei siti e blog che ospitano spazi pubblicitari (in particolare gli Adsense di Google) che rischiano di vedersi ridotte le revenue concesse a causa della maggiore tassazione.
Per non parlare delle possibili ritorsioni commerciali da parte di altri Paesi che potrebbero imporre lo stesso trattamento alle aziende italiane, portando a ricadute economiche negative per l'export made in Italy. 
Prima in Europa, dove ancora se ne discute da mesi, la web tax italiana corre anche il rischio di entrare in contrasto con le normative europee e ha già suscitato la disapprovazione dell'American Chamber of Commerce (la Confindustria americana) che ha parlato di protezionismo e barriere nei confronti dell'economia digitale, settore in cui la fiducia e l'apertura verso gli investimenti esteri sono condizioni essenziali.

(16/12/2013 - A.V.)
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