La crisi industriale italiana è irreversibile ?

domanda interrogativo
Dr. Luigi Vitale - La crisi industriale italiana è irreversibile ? Una domanda davvero impegnativa che si sono posti esperti economisti per la Banca d’Italia.

Il documento, pubblicato dalla ex banca centrale, è uno studio sulle problematiche italiane, riflesso del ben più grande problema derivante dalla crisi finanziaria globale.

10 i punti rilevanti:

1) La capacità produttiva è diminuita in questo ultimo decennio del 50%, addirittura del 70% in settori strategici come il “Made in Italy“, abbigliamento e calzature.

2) Il confronto con l’Europa, in particolare con la Germania ci vede sempre perdenti. Argomenti principali sono: a) l’ottimizzazione dei costi (in particolare la mancata attenzione nel curare i singoli segmenti della “supply chain“). b) La ricerca nella qualità, I giapponesi già negli anni ’80 parlavano e attuavano una politica di QUALITÀ TOTALE.

3) I dazi e le tasse implicite sulle importazioni sono quasi scomparsi grazie al lavoro del WTO che da 30 anni si adopera in questo senso coinvolgendo i 192 principali Paesi del globo. Anche le limitazioni un tempo decise con l’accordo “Multifibre” sono venuti meno.

4) L’aggiornamento informatico è stato decisivo per la ripresa finanziaria negli Stati Uniti nei primi anni del millennio. L’Europa è arrivata in ritardo, l’Italia ancora deve arrivare.

5) L’industrializzazione dei Paesi emergenti, in particolare la Cina ha fatto aumentare notevolmente la domanda di energia, spingendo verso l’alto i prezzi di tutti i combustibili. questo si trasforma in svantaggio economico per l’Europa e in particolare per l’Italia che non ha risorse interne.

6) Il costo dei permessi per l’emissione dei gas serra condiziona ulteriormente la competitività dei Paesi aderenti al trattato per la salvaguardia dell’ecosistema.

7) Negli ultimi 20 anni il costo dei trasporti internazionali via container è praticamente dimezzato.

8) La capacità produttiva,( ovvero il PIL per ora lavorata) si è incrementata dai primi anni ’90 del 20% in US, in Germania del 18%, in Italia del 3,6% !

9) Italia, il saldo delle partite correnti delle bilance commerciali è passato da un sostanziale pareggio nei primi anni 2000, ad un 3% nel 2011 (come la Francia), mentre la Germania supera il 10% esportando sopratutto autovetture, in particolare verso la CINA.

10) La produzione di beni omogenei e indifferenziati è ormai competenza unica della Cina.
Spazi per poco tempo ancora aperti sono: Design, Marketing, Packaging, Reti vendita e infine, ma sicuramente il più importante, R&S.

In Italia il costo del lavoro incide circa il 17% sul fatturato nel settore industriale, i due terzi sul valore aggiunto. Lo stipendio netto in busta è il 52% del costo globale sostenuto dall’azienda per quel salario. In Germania e, mediamente, in Europa è il 58%. Inoltre lo stipendio lordo in Germania è maggiore del 30%. Il CLUP (costo lavoro per unità prodotta ) è aumentato dal ’92 in misura del 10% in Germania, in media del 24% in Europa, del 36% in Italia.

Molte imprese hanno reagito,nonostante un handicap notevole rappresentato dalla difficile reperibilità di credito presso istituzioni finanziarie in un sistema obsoleto come quello italiano. Nel resto del mondo esistono altri strumenti finanziari consolidati come ad esempio le obbligazioni nelle sue varie articolazioni.

Questa analisi non contempla un confronto con la Cina se non in maniera indiretta, i dati statistici relativi al Dragone sono spesso incompleti e a volte, inaffidabili. Ma il fatto che il costo del lavoro sia estremamente più basso è un dato incontrovertibile così come lo è il debito commerciale che tutti i Paesi hanno nei loro confronti come risulta dalla contabilità nazionale del 2012.

Abbiamo molto lavoro da fare. Auguri Italia. !
(03/12/2013 - Luigi Vitale) Lascia un commentoUltimi commentiCita nel tuo sitoSalva in PDF

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