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La 'vendita' del piano d?accumulo

Chiunque, in ambito Sim e bancario, abbia seguito i corsi di formazione alla vendita dei fondi comuni d?investimento, è stato addestrato circa i vantaggi offerti da un investimento attraverso un piano d?accumulo rispetto ad un versamento del capitale in unica soluzione. I medesimi vantaggi costituiscono, durante il contatto con il cliente, motivazioni di vendita da parte del promotore finanziario o dell?incaricato bancario e motivazioni di sottoscrizione del fondo comune da parte del cliente stesso.

In pratica, tutti noi sappiamo, o perché ci siamo più o meno occupati di vendita o perché siamo stati sollecitati o interessati all?investimento in fondi comuni, che i vantaggi tecnici (escludendo, quindi, quelli finanziari collegati allo specifico fondo comune) si possono ricondurre ai seguenti:

- Programmazione di un obiettivo (anche se non pienamente definito) da raggiungere in un certo arco temporale (questo sì, definito dal piano, se mantenuto);

- Possibilità di costruire un capitale obbligandoci ad un risparmio periodico (in qualche modo ?forzoso?), dirottando dal consumo parte del nostro reddito;

- Grande vantaggio (e non motivo di disperazione) delle quote del fondo acquistate ai prezzi minori rispetto a quelle acquistate ai prezzi più alti, perché ci permetteranno di approfittare dell?effetto moltiplicatore fornito dal maggiore quantitativo ricevuto a parità di versamento, quando il loro valore dovesse aumentare (sperando che ciò accada in prossimità della scadenza dell?investimento).

Della bontà di queste motivazioni e, soprattutto, di quest?ultima secondo cui ?ben vengano le diminuzioni di valore delle quote perché ciò permette di mediare verso il basso il prezzo di carico? siamo tutti piuttosto convinti, perciò ci sembra logico, e quindi opportuno, acquistare a prezzi bassi un maggior numero di quote che ci permetteranno un più alto rendimento al momento del disinvestimento, dato che, ne siamo tutti altrettanto convinti, il mercato, nel tempo, non può che crescere. Quindi le ?tante? quote acquistate a prezzi minori ci permetteranno di moltiplicare il guadagno quando il valore dell?ultima quota sarà aumentato.

È proprio vero che nella realtà succede ciò che ci viene raccontato e che ci sembra tanto logico e, quindi, giusto?

Cercheremo nel seguito di comprendere il fenomeno, per migliorare, se possibile, le nostre modalità d?investimento o, comunque, per essere più consci di ciò che potenzialmente potrebbe succedere (magari anche perché è effettivamente successo).

L?insieme dei casi esaminati

Prenderemo in esame una serie di casi, che sono nel medesimo tempo teorici e reali.

Si tratta di casi teorici perché non si riferiranno, per ovvie ragioni, a specifici fondi comuni, ma potranno essere considerati reali perché saranno adottati, per le simulazioni, alcuni indici di borsa utilizzati come portafogli di fondi comuni azionari, con i valori degli indici stessi assunti come se fossero i valori giornalieri delle quote. In effetti, l?assunzione non è così fantasiosa perché nulla vieterebbe ad un fondo comune di replicare un indice di mercato (vi vedano, a tale proposito, gli ETF).

L?analisi è stata svolta su un insieme di indici della Borsa Italiana S.p.a. ed un indice Morgan Stanley sul mercato italiano, gli andamenti dei quali, con rilevamento a fine mese, sono illustrati in Appendice. Per l?indice Morgan Stanley in Appendice esistono due grafici: il primo riguarda l?indice espresso nella valuta originale (dollari USA), il secondo è la rappresentazione del medesimo indice convertito in euro, secondo il rapporto di cambio rilevato dall?Ufficio Italiano Cambi nel giorno di osservazione del valore dell?indice stesso; in questo modo le considerazioni sugli ipotetici investimenti saranno diverse, in quanto gli andamenti potranno differire a causa dell?effetto della conversione della valuta.

La durata dell?investimento dovrà essere sufficientemente lunga per assecondare le teorie d?investimento in capitale di rischio, in generale, e in fondi comuni, in particolare. Ma, siccome nelle simulazioni saranno assunti diversi punti di inizio degli investimenti, i periodi utilizzati avranno durate decrescenti, il che, se da un punto di vista strettamente finanziario potrebbe essere meno significativo, ci permetterà di esaminare i risultati potenzialmente ottenibili in situazioni non omogenee.

Per simulare nel modo più vicino alla realtà l?investimento in un fondo comune, si suppone che i versamenti periodici mensili siano di entità pari a 50 (che potremmo immaginare di valuta euro, anche se ciò non ha alcuna importanza) e che il versamento iniziale sia pari ad una annualità, cioè a 600. Ovviamente non si tiene conto di eventuali costi.

I valori degli indici sono sempre stati rilevati l?ultimo giorno di mercato aperto di ogni mese con inizio il 30 dicembre 1998, salvo per quelli con data di nascita successiva per i quali il primo valore considerato è quello della fine del primo mese di valorizzazione. La data dell?ultima osservazione utilizzata è il 29 agosto 2003. I valori richiamati nel contesto come massimi e minimi non rappresentano necessariamente i massimi o i minimi effettivamente toccati dagli indici, bensì i valori massimi e minimi dei valori di fine mese utilizzati come valori delle quote nelle simulazioni d?investimento.

Il primo indice adottato per la simulazione è il Mibtel, l?indice telematico di Borsa Italiana S.p.a. rappresentativo di tutto il mercato. All?ultima data di osservazione non sono ancora trascorsi i canonici cinque anni, però siamo sufficientemente prossimi ad essi da potere considerare significative le considerazioni che si possono fare.

Valter Vacchini

(News pubblicata su autorizzazione di www.dirittobancario.it)
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(12/01/2004 - www.dirittobancario.it.)
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