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Avvocati visti dai mass media. Tra realtà e stereotipo

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di Nadia Fusar Poli -

Nessuno vi aveva detto quanto essere un avvocato sarebbe stato facile? Ovvio, perché in realtà non lo è. Forse qualcuno potrebbe avervi detto quanto sarebbe stato "cool" e interessante, o quanti soldi avreste potuto fare ma voi, ancora oggi, non ne siete davvero convinti. La figura dell’avvocato ha sempre suscitato un indubbio fascino e interesse nel pubblico. In principio furono scrittori e romanzieri, poi fu la volta dei registi. La capacità di far appassionare il grande pubblico alle storie professionali e, soprattutto di vita dei protagonisti che ogni giorno "attraversano" le aule dei tribunali, è propria della letteratura, della filmografia (soprattutto americana) e, più recentemente, della fiction. La giustizia (e la sua  stessa immagine, spesso restituita amplificata o "arricchita" di elementi narrativi, tipici del romanzo o del racconto) è stata rappresentata dai media delle varie epoche da diverse prospettive, assumendo ogni volta connotazioni nuove e differenti che ne hanno saputo mettere in luce lo stretto legame con la cultura popolare. La giustizia è espressione del contesto storico-sociale di riferimento e forse, anche per questo, è capace di  appassionare e coinvolgere lettori o telespettatori. In Italia le miniserie a tema legale tendono a rappresentare l’avvocato come un difensore dei deboli e dei più svantaggiati, meno elegante e decisamente più "sottotono" rispetto al collega delle serie televisive made in USA, di solito un giovane rampante e pieno di ambizioni, dotato di uno spiccato talento investigativo e di una predisposizione all'azione (sempre di grande appeal). Sembra proprio che i moderni mezzi di comunicazione - interlocutore perfetto tra individuo e società, coscienza e inconscio, ragione e istinto, capace di definire il pensiero collettivo e di predisporre i costrutti mentali per l’elaborazione di immagini di ruolo - , siano letteralmente ossessionati dagli avvocati, dai tribunali e da tutto ciò che ruota intorno a questo mondo. In alcuno casi gli avvocati appaiono come supereroi che lottano per i diritti civili schierandosi dalla parte dei più deboli, in altri incarnano lo stereotipo del moderno azzeccagarbugli, in altri ancora di cinici imbonitori che cercano unicamente di spremere soldi da persone vulnerabili. Vi siete mai chiesti quanto un film visto al cinema o in televisione, possa avervi influenzato, addirittura convinto ad indossare la toga o, magari, a cambiare mestiere? Li avete visti ipnotizzare la giuria, difendere gli innocenti, perseguire i colpevoli e compiere dannatamente bene il loro lavoro. Ma quali sono stati i migliori avvocati della storia del cinema e qual è il vostro preferito? In quale vi riconoscete? Ecco alcuni celebri avvocati del grande schermo: Baldwin (Matthew McConaughey in "Amistad",1997) - Frank Galvin (Paul Newman ne "Il verdetto", 1982) -  Fletcher Reede (Jim Carrey, in "Bugiardo, bugiardo", 1997) - Vincent "Vinny" (Joe Pesci in "Mio cugino Vincenzo", 1992) - Erin Brockovich (Julia Roberts in "Erin Brockovich", 2000)- Andrew Becket (Tom Hanks in "Philadelphia", 1993) - Atticus Finch (Gregory Peck ne "Il buio oltre la siepe", 1962) - Dave Kleinfeld (Sean Penn in "Carlito's way", 1993) - Frank Galvin (Paul Newman ne "Il verdetto", 1982). E come non citare "Perry Mason", la cui serie omonima è stata la più longeva in TV? 

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(30/09/2013 - Nadia F. Poli)
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