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Il mito della produttività

Sostenibilità e ambiente
di Roberto Cataldi - Incrementare la produttività a tutti i costi ci ha portato nel tempo a un sistema sociale dove l'uomo sembra esistere solo ed esclusivamente in funzione del lavoro. Dove le sue virtù, i suoi desideri e il suo tempo vengono messi in secondo piano.
Tutto parte dal presupposto che la crescita economica di un Paese sia un vantaggio per tutti (per i singoli individui e per l'intera comunità). In realtà non è difficile constatare che l'aumento del prodotto interno lordo (PIL) a volte comporta una diminuzione della qualità della vita intesa nel suo complesso.

La crescita economia ci ha portato ad una situazione in cui i centri commerciali sono diventati il ritrovo moderno delle città, soppiantando le piazze, le strade, la naturalità dell'ambiente e del tempo vissuto alla luce del sole; e i negozi sono aperti anche la domenica perché si deve produrre, lavorare, spendere, e il PIL deve crescere di continuo. E anche se non è in atto alcun incremento demografico si deve e si vuole trovare il modo di aumentare la produttività in qualsiasi settore, lasciando il salario invariato per non intaccare la competitività.  Le ore di lavoro devono aumentare, gli stipendi e il tempo libero diminuire, tutto deve ruotare intorno a un'economia iperproduttiva a discapito di  quelli che sono i reali bisogni di noi tutti, della nostra realizzazione come individui, della nostra creatività, del bisogno di avere tempo da dedicare agli affetti, alle amicizie, al gioco. Il nostro essere "Persone" è sempre più minacciato dal progresso economico e dal mito della produttività.

Anche in ambito scolastico sembra si stia adottando una tecnica per abituare i piccoli cittadini al lavoro continuo; ai nostri figli vengono assegnate montagne di compiti come se anche loro, fin da piccoli, dovessero esercitarsi a non godere del riposo. Persino nei giorni festivi dovranno studiare, ripassare, lavorare, come se il tempo libero e il divertimento fossero un lusso che la nostra società non può permettersi. A tutte le età si finisce per dedicare la quasi totalità del proprio tempo a produzione e lavoro, andando a erodere sempre più lo spazio alla nostra sfera privata e alla nostra realizzazione individuale. Il nostro tempo da dedicare a ciò che realmente appaga il nostro mondo interno viene così progressivamente ridotto e sminuito.

Ma perchè siamo arrivati a questa situazione paradossale. Da quando abbiamo cominciato a credere al mito della crescita nell'illusione che in questo potesse darci felicità, quest'ultima ha cominciato a essere  irrimediabilmente compromessa.

L'intero equilibrio del pianeta è stato messo a rischio in nome dalla produttività. E quando si è iniziato a parlare di "sostenibilità", si è subito trovato il modo per banalizzarne il concetto portandolo fuori dal contesto ecologico in cui era nato. Ma cosa significa davvero "sostenibilità"? Un sistema è sostenibile se può essere mantenuto tale all'infinito; se, quindi, le risorse vengono sfruttate secondo un regime che permette alle stesse di rigenerarsi in modo naturale.
In realtà, ciò che una comunità dovrebbe poter “sostenere” non è solo la produttività ma anche la qualità della vita da cui dipende la nostra realizzazione e, in ultima analisi, la nostra felicità. In questa prospettiva, un'economia è sostenibile se le sue strutture commerciali e tecnologiche non interferiscono con il benessere di ciascuno di noi.

L'ecologia, ovvero lo studio della Terra e dei suoi abitanti nell'ottica del funzionamento ottimale degli ecosistemi, e il suo approccio sistemico, sembrano non aver attecchito nella nostra cultura occidentale essenzialmente materialistica, lasciandone intatta sia la scala dei valori che la visione del mondo. 
Più volte gli studiosi di biologia ci hanno detto che per comprendere un organismo vivente è necessario conoscerne le molecole. Ma di fatto l'essenza della vita non sta nelle singole molecole ma nei meccanismi biologici che le coinvolgono e le armonizzano. Ed è questo il punto della questione: il problema di fondo è non essersi relazionati, man mano che il progresso aumenta, alla rete che lega l'ambiente alle vere esigenze dell'uomo.

È come se ci fossimo disconnessi dalla nostra coscienza a discapito di un valore fittizio atto solamente a far crescere qualcosa che non fa parte di noi e del nostro benessere, il Pil di una nazione. Il lavoro che siamo condannati a perseguire per la sopravvivenza materiale, ci fa escludere e abbandonare la relazione con la nostra interiorità e col luogo in cui viviamo. Con la tragica conseguenza di alienarci come individui, come se non avessimo niente a che fare col mondo che ci circonda e persino con i nostri veri desideri. Il prodotto ultimo è l'infelicità, l'ansia a cui ci siamo abituati e un ambiente deturpato da noi stessi e dalla perdita di connessione con esso.

Come afferma Fritjof Capra “lo scopo dell'economia globale è quello di massimizzare la ricchezza e il potere delle élite della Network Society, mentre lo scopo dell'ecoprogettazione è massimizzare la sostenibilità della rete della vita. Questi due scenari, ognuno dei quali implica reti complesse e tecnologie particolarmente avanzate, sono attualmente in rotta di collisione. La Network Society ha un effetto distruttivo sul mondo naturale e sulle comunità, e dunque è intrinsecamente insostenibile poiché basato su quello che è il valore centrale del capitalismo: far soldi per far soldi - indipendentemente dagli altri valori. Oggigiorno [...] è tecnicamente realizzabile un'effettiva regolazione del capitalismo globale secondo princìpi e valori umanistici ed ecologici”. ("Il tao della fisica" - Fritjof Capra - Adelphi Edizioni).

Ritrovare l'armonia nelle nostre vite e col sistema ambiente deve essere la priorità assoluta, una volta appurato il fallimento intimo del progresso produttivo ed economico a cui siamo assoggettati. Occorre solo prenderne coscienza, senza avere paura del cambiamento.
Roberto Cataldi
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(05/07/2013 - Roberto Cataldi)
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