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Alcune riflessioni sulla fiscalità italiana

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di Roberto Cataldi - Irpef, Ires, Irap, Imu, Iva, Tarsu, Tares: tutti nomi che mettono i brividi, neanche fossero antiche divinità maya portatrici di disgrazie. Nomi senza dubbio antipatici: nessuno vorrebbe chiamarsi così;  nomi che mettono mano al nostro portafogli in qualsiasi azione della nostra vita: paghiamo le tasse quando facciamo benzina, quando telefoniamo e persino quando accendiamo il fornello del gas.
In linea di principio, corrispondere una percentuale dei nostri guadagni allo Stato dovrebbe essere cosa buona e giusta, a fronte, ovviamente, della garanzia minima di un impegno dello Stato a gestire correttamente il denaro pubblico e a garantire servizi e infrastrutture. Soprattutto chi paga le tasse ha il sacrosanto diritto di pretendere che parte di questi soldi non se ne vadano in sprechi e corruzione.
Insomma i servizi pubblici dovrebbero essere la controprestazione garantita dallo Stato ai cittadini che versano a tal fine una parte del loro guadagno.
Sembrerebbe però che nello scenario attuale tali principi siano stati completamente stravolti: l'insieme delle tasse (dirette e indirette) ha raggiunto limiti intollerabili e al contempo la qualità e la disponibilità dei servizi sembra ridursi inesorabilmente.
Le tasse sono così tante da mimetizzarsi al punto che non ci rendiamo più neppure conto di quanto resta nelle nostre tasche e di quanto pretende lo Stato da noi. 
Ma partiamo da dati certi: quelli di uno studio comparato dei sistemi fiscali dei paesi più sviluppati ossia il Tax and social security report 2011 della ECA International.
Ebbene, nella classifica dell'oppressione fiscale l'Italia è quintultima. Vale a dire settantanovesima. Nei paesi UE soltanto la Germania e il Belgio versano in una situazione peggiore. 
Insomma la percezione che l'onere fiscale sia ormai intollerabile è oggi molto diffusa oltre che, dati alla mano, giustificata. Come se non bastasse un simile livello di pressione fiscale sta dando il suo forte contributo ad aggravare gli effetti di una crisi che sta affamando il Paese.
Negli ultimi cinque anni hanno chiuso i battenti 55 mila imprese, con conseguenze disastrose in termini di occupazione.
Sprechi di denaro pubblico e tassazione fuori misura hanno non solo incentivato l'evasione come strumento di difesa, ma ci hanno portato a una situazione drammatica di cui ci stiamo rendendo conto solo oggi.
Per anni l'eccessivo frazionamento delle imposte (tra dirette e indirette) è stato lo strumento per nascondere in qualche modo la reale incidenza del prelievo fiscale; oggi, però, in tempi di austerità, questa incidenza è ben evidente a tutti, e fortemente acuita dalle politiche dell'ultimo governo "tecnico".
La tassazione italiana oltretutto diventa ancor più opprimente perchè si avvale di un farraginoso meccanismo burocratico che costringe imprese, lavoratori e professionisti a un surplus di lavoro di cui si farebbe volentieri a meno.
Se vogliamo renderci conto di quali siano i reali livelli di tassazione proviamo a prendere come esempio l'ambito forense. Se un cittadino vuole ottenere un decreto ingiuntivo dovrà rivolgersi a un avvocato e corrispondere il suo onorario (importo tassato naturalmente) per la presentazione del ricorso. Dovrà poi aggiungere l'IVA, pagare il contributo unificato e, a seguito dell'emissione del decreto ingiuntivo, pagare l'imposta di registro. Insomma, provate a fare le dovute proporzioni e vedrete che a fronte dell'esborso complessivo sostenuto per ottenere il decreto ingiuntivo la quasi totalità della spesa è costituita da tasse: IRAP, IRPEF, IVA, contributo unificato, tassa di registro, bollo, addizionali varie.
Facile comprendere come tutto ciò sia non soltanto inaccettabile, ma anche complesso e cervellotico, ai danni della trasparenza e del rapporto di fiducia tra Stato e cittadini. Non dobbiamo stupirci quindi se il sistema fiscale Italiano è oggi percepito come un ostacolo all'economia reale e come una minaccia ai diritti elementari del singolo essere umano. Un'esagerazoine? Una provocazione? Forse. Ma a ben vedere un prelievo fiscale che supera il 50% del proprio guadagno rappresenta la negazione dell'indipendenza del cittadino contribuente.
Tant'è vero che a proposito di tasse e di iniqua pressione fiscale, si sente spesso parlare di "restituire dignità" a un'intera classe sociale piuttosto che a precise categorie di lavoratori. E quando si parla di dignità si tocca il valore stesso della persona; dopotutto le classi sociali sono fatte di individui, ognuno avente lo stesso diritto al lavoro, sancito dalla Costituzione Italiana. 
In base a quale principio lo Stato può arrogarsi il diritto ad appropriarsi della quota maggiore di ciò che è frutto del lavoro dei cittadini? Lo Stato, in teoria, dovrebbe essere al servizio di questi ultimi, legittimato da essi stessi per il bene della nazione intera.
Sono questioni delicate, problematiche che in un paese moderno vanno discusse e affrontate seriamente, senza ideologie, ma partendo proprio dai diritti fondamentali del singolo. Uno di questi è quello legato alla proprietà privata: malgrado sia sancito nella Carta, com'è possibile sentirsi proprietari di un'azienda o di qualsiasi attività produttiva se non resta in tasca almeno il 51% del lavorato e se tutto risulta divorato da balzelli di vario genere?
Per farla breve, in un generale contesto di dignità e civiltà, a nessuno verrebbe più in mente di evadere le tasse, se le tasse, finalmente, rappresentassero il sacrosanto dovere di rispettare l'innato orgoglio a collaborare alla crescita del proprio paese.
Il problema è che il basilare connubio "crescita del paese" e "successo personale", zoppica da ambo i lati. A esibire queste falle è il momento storico che stiamo vivendo: il regime di austerità in cui versiamo testimonia come non sempre un elevato gettito fiscale corrisponda a una crescita equa e virtuosa del Paese. Tutt'altro. Ciò che invece determina una rigida pressione fiscale è un ulteriore depauperamento dei singoli, privati addirittura della propria dignità; privati della possibilità di trattenere per sé e per i propri progetti – nella misura del giusto – il frutto del proprio lavoro.
Questa distorsione ha un implicazione molto importante perché trascina con sé l'accezione stessa di evasore, il quale non è più soltanto colui che non paga le tasse per mera disonestà, bensì colui il quale non le paga per mantenere o per raggiungere (una volta che le ha evase) quel tenore minimo di vita da potersi considerare accettabile.
Ed ecco come si palesa il fallimento del sistema Stato: da fuorilegge che era, il piccolo evasore rappresenta oggi, nell'immaginario collettivo, il coraggio di affrontare il sistema. Anche se in realtà, più che di coraggio dovremmo parlare di spirito di sopravvivenza.
Roberto Cataldi
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(10/06/2013 - Roberto Cataldi)
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