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Diritti della personalità e mondo contemporaneo: Roma 19 giugno 2013. Evento gratuito accreditato dal COA con 4 crediti formativi

cassazione
Il matrimonio delle persone transessuali*
*il presente contributo è stato estratto da I Diritti Della Personalità. Strategie di tutela. Inibitorie. Risarcimento danni. Internet. Cedam Editore, 2013 a cura di S. Ruscica.

Il diritto al matrimonio per le persone transessuali è solo diritto di accesso all'istituto, e non diritto di conservazione del legame coniugale. Il vero problema è capire se questa limitazione si ripercuota in qualche modo su un altro dei diritti sopra esaminati, condizionandolo in misura inaccettabile.
Per quanto riguarda il diritto di fondare una famiglia e dunque di diventare genitori, è stato giustamente osservato che dalla RCS discende implacabile la sterilizzazione dell'individuo.
L'imposizione della RCS per legge, dunque, impatta frontalmente questo diritto, che invece è garantito in maniera espressa dall'art. 8 della CEDU.
Come risulta evidente dalle considerazioni che precedono, i diritti delle persone transessuali sono null'altro che i diritti di ogni persona, dunque diritti fondamentali, declinati però in virtù del disagio che esse provano ogniqualvolta la società li metta a confronto con la loro identità di genere.
Sono i “diritti sottili”, la cui percezione è affidata alla sensibilità di poche situazioni umane soltanto. Il fatto che la maggioranza di noi si accorga della loro esistenza solo quando le notiamo non significa che esse non debbano essere prese nella dovuta considerazione dalla legge (WINKLER).


Costituisce errore essenziale sulle qualità personali, il matrimonio contratto nell'ignoranza di un'anomalia sessuale, idonea ad impedire un regolare svolgimento della vita quotidiana; pertanto va dichiarata, ai sensi dell'art. 122 c.c., la nullità del matrimonio consumato da un uomo con un transessuale, che abbia conseguito il riconoscimento della propria identità femminile in seguito ad un adeguato trattamento medico-chirurgico.
(Trib. Bari, 01.10.93, in Riv. giur. scuola 1995, 845).

Così,

la struttura transessuale della personalità del coniuge (marito), pregiudicando l'assunzione da parte di lui di taluni obblighi essenziali derivanti dallo stato coniugale, già al momento del consenso nuziale e precisamente compromettendo l'esercizio dello jus in corpus in perpetuumm, l'ordinazione del matrimonio ad bonum coniugumm, e l'attitudine a svolgere un adeguato ruolo genitoriale assume i connotati, soddisfacendone i presupposti, dell' incapacitas assumendi et adimplendi onera matrimoniii, comportando la nullità del vincolo ai sensi del can. 1095, 3 c.j.c; al coniuge transessuale va, pertanto, impartito il divieto di nuove nozze senza l'autorizzazione del competente Tribunale Ecclesiastico.
(Trib. Reg. Can. Lombardia, 29.06.06, in Dir. famiglia 2007, 1, 199)

In assenza di una decisione del giudice che pronunci lo scioglimento del matrimonio in conseguenza della rettificazione dell'attribuzione di sesso di uno dei coniugi,

l'ufficiale dello stato civile non può procedere all'annotazione, sull'atto di matrimonio, dell'avvenuto scioglimento del matrimonio
(Trib. Modena, 28.10.10, in Giur. merito 2012, 3, 571)


3.3 Il matrimonio delle coppie gay

In Italia, il codice civile non indica espressamente la differenza di sesso tra i requisiti per contrarre matrimonio. Implicitamente, tuttavia, il matrimonio viene inteso come unione di un uomo e di una donna. È quanto risulta dalle norme che menzionano espressamente il marito e la moglie, come "attori" della celebrazione (art. 107 c.c.), protagonisti del rapporto coniugale (artt. 143 ss.), autori della generazione (artt. 232 ss.). È il marito ad essere padre dei figli concepiti durante il matrimonio, così come è l'adulterio della moglie a rendere possibile l'azione di disconoscimento. Il marito e la moglie sono i soggetti della generazione e ad essi fanno riferimento le norme che disciplinano, tra i doveri che nascono dal matrimonio, quelli dei genitori nei confronti dei figli (WINKLER).
La questione ha suscitato notevole attenzione nella dottrina italiana a parere della quale (BALLETTI, SCALISI, PERLINGIERI) l'odierna impossibilità della coppia omosessuale di contrarre un vero e proprio matrimonio non potrebbe essere riguardata come una forma di discriminazione nei confronti degli omosessuali, ma troverebbe, piuttosto, la sua giustificazione in una insanabile inconciliabilità con la tradizionale configurazione dell'istituto matrimoniale. La questione relativa alla tutela delle coppie omosessuali pur sollevando un problema di attuazione dei principi fondamentali di uguaglianza e di non discriminazione, è certamente diversa da quella riguardante le coppie eterosessuali, se non altro perché per queste ultime esiste l'opzione matrimoniale: il rispetto del principio dell'uguaglianza inteso in senso sostanziale richiede trattamenti differenziati di situazioni obiettivamente diverse (PERLINGIERI).
Si segnalano alcuni interessanti precedenti nella giurisprudenza di merito.

Il rapporto tra due persone dello stesso sesso va ricompreso nella categoria della famiglia di fatto, ai fini dell'applicazione del principio - generalmente riconosciuto in tema di convivenza more uxorio - in base al quale le prestazioni di carattere assistenziale e le donazioni spontanee elargite si qualificano come obbligazioni naturali e non sono pertanto ripetibili.
(Trib. Firenze, 11.08.86; Cass. 22.02.95, n. 1989.


Mentre Corte d'Assise di Torino, ord., 19 novembre 1993, ha esteso la disciplina sul diritto di astenersi dal testimoniare ad un convivente omosessuale. La Corte ha inoltre affermato che il rapporto di convivenza omosessuale risponde agli elementi essenziali del rapporto di coniugio, che vanno identificati "nell'esistenza di un legame affettivo stabile che includa la reciproca disponibilità a intrattenere rapporti sessuali, il tutto ricompreso in una situazione relazionale in cui siano presenti atteggiamenti di reciproca assistenza e solidarietà".
Si ricordi anche la pronuncia del Trib. Roma 20 novembre 1982, n. 13445, in un caso in cui il locatore aveva intimato lo sfratto al conduttore, sostenendo che la convivenza con un altro uomo integrava gli estremi del divieto di dare in sublocazione l'immobile. In particolare, il Tribunale di Roma ha equiparato, ai fini della sublocazione di un immobile, la convivenza more uxorio eterosessuale a quella omosessuale, affermando, tra l'altro, che la allocuzione indicativa del vivere in concubinaggio si adatta in generale sia alla convivenza fra omosessuali che a quella fra eterosessuali.
Pochi riferimenti giurisprudenziali e dottrinari si rinvengono in tema di unione omosessuale volta ad una formazione sociale consistente in una stabile convivenza tra persone dello stesso sesso cui dovrebbero attribuirsi riconoscimento giuridico con relativi diritti e doveri.

E' legittimo il rifiuto opposto dall'ufficiale di stato civile alla richiesta di trascrizione di un matrimonio contratto all'estero tra persone dello stesso sesso.
(App. Roma 13.07.06, in Foro it., 2008, I, 3695)

Ed anche,

è da ritenere legittimo, allo stato attuale della normativa, il rifiuto dell'ufficiale di stato civile ad effettuare le pubblicazioni matrimoniali richieste da due persone dello stesso sesso, motivando il rifiuto con l'assunto secondo il quale tutto ciò che non è previsto dalla normativa non può essere disciplinato dal giudice, attraverso un'attività di vera e propria creazione del diritto, ma deve essere riservato al legislatore.
(App. Firenze, 30.06.08, in Foro it., 2008, I, 395).

La differenza di sesso viene comunemente annoverata tra le condizioni essenziali necessarie per celebrare un matrimonio valido in Italia e per riconoscere quello celebrato dal cittadino all'estero. Effettivamente il matrimonio disciplinato dal codice è quello tra un uomo ed una donna: né il legislatore del 1942 né quello del 1975 si ponevano il problema del matrimonio omosessuale.
Questo vuoto potrebbe essere riempito dal legislatore senza incontrare vincoli di ordine costituzionale.

il riconoscimento della famiglia come società naturale operato dall'art. 29 Cost. non costituisce di per sé ostacolo alla ricezione in ambito giuridico di nuove figure alle quali sia la società ad attribuire il senso ed valore della esperienza "famiglia".
(App. Roma, 13.07.06).

Il legislatore potrebbe modificare la disciplina positiva, senza bisogno di riforme costituzionali.
Anche nella Costituzione non vi è alcun riferimento al matrimonio tra persone dello stesso sesso ma questo non significa che il modello tradizionale sia stato costituzionalizzato (GRASSETTI).
Il riferimento alla famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, anche quando non lo si intenda come una sorta di "costituzionalizzazione" del matrimonio tradizionale, tale da impedire il riconoscimento di qualsiasi unione non coniugale, a giudizio di alcuni avrebbe al suo interno un "contenuto minimo e imprescindibile" consistente "nell'elemento della diversità di sesso tra i coniugi" (DAL CANTO).
L'interpretazione storicistica dell'art. 29 (BARCELLONA), che riferisce la tutela costituzionale non ad un modello immutabile di famiglia, ma a quello effettivamente presente in un dato contesto sociale e che trova motivi di conferma nell'art. 2 Cost. che considera la famiglia, al pari delle altre formazioni sociali, come strumento di promozione dei diritti e delle libertà fondamentali della persona consente di superare queste obiezioni.
Il riconoscimento della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio ha d'altra parte un significato diverso da quello che alcuni vorrebbero attribuirgli. Esso non è inteso a garantire alla famiglia legittima una tutela "esclusiva". Ha invece la diversa e fondamentale funzione di mettere la famiglia al riparo da ingerenze esterne, garantendole una sfera di autonomia nei confronti dello Stato necessaria per l'adempimento dei suoi compiti. Con l'art. 29 lo Stato si impegna a rispettare la vita familiare, limitando i propri poteri di ingerenza al suo interno.
Il riconoscimento amplia l'accesso al matrimonio a categorie che ne sono escluse, ma nulla toglierebbe, secondo parte della dottrina, alla famiglia tradizionale.
Lo confermerebbe il fatto che la tutela della famiglia tradizionale, anch'essa universalmente riconosciuta (v. art. 12 CEDU, art. 9 Carta di Nizza, art. 16 Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo), non ha impedito in moltissime esperienze il riconoscimento delle partnership o del matrimonio omosessuali.
In Italia non ha impedito di ammettere al matrimonio i transessuali (l. n. 184/1982).
In una dimensione privatistica, secondo la dottrina, il riconoscimento del matrimonio gay amplierebbe la tutela di diritti prima sacrificati, ma non mette in discussione la tutela della famiglia e del matrimonio eterosessuale.
Dal punto di vista della legittimità costituzionale ben più fondati sono i dubbi prospettati in relazione agli artt. 2 e 3 Cost.: il diritto di sposarsi e il diritto di fondare una famiglia costituiscono diritti fondamentali della persona riconosciuti non solo a livello internazionale (art. 8 CEDU, art. 9 Carta di Nizza), ma anche dalla nostra Costituzione.
In dottrina è ormai acquisito che la libertà matrimoniale intesa sia nella sua accezione positiva come libertà di contrarre matrimonio con la persona prescelta sia in quella negativa come libertà di non sposarsi e di convivere senza matrimonio costituisce diritto fondamentale della persona tutelato dall'art. 2 Cost. (BIANCA).
La stessa Corte costituzionale ne ha garantito l'effettività, sotto l'uno e l'altro profilo.
Si tratta di un diritto che deve essere garantito a tutti in posizione di eguaglianza, come momento essenziale di espressione della dignità umana (art. 3), senza discriminazioni di sorta, compresa quella derivante dal sesso o da condizioni personali compreso l'orientamento sessuale.
In un sistema dove i valori fondamentali sono quelli appena indicati (pari dignità, eguaglianza, libertà, rispetto della vita privata e familiare, autonomia nelle scelte ad essa relative) solo la prova in concreto che un determinato effetto contrasti con diritti di pari rilevanza costituzionale potrebbe giustificare una soluzione contraria.
La questione delle coppie omosessuali, si è osservato, dovrebbe essere quindi impostata non nel senso di individuare quali diritti riconosciuti alla coppia etero siano estensibili alle prime, bensì, al contrario, di giustificare, alla luce dei prevalenti valori costituzionali, perché alcuni diritti riconosciuti alla seconda non siano estensibili alle coppie omosessuali" (ROMBOLI).
In questa prospettiva, la Corte di Strasburgo ha sottolineato che, laddove "il margine di apprezzamento riconosciuto agli Stati membri sia ristretto", come accade quando "sussista una differenza di trattamento fondata sul sesso o sull'orientamento sessuale", il principio di proporzionalità "non richiede meramente che la misura prescelta sia in principio adatta a realizzare l'obiettivo prefissosi. Deve altresì essere dimostrato che era necessario escludere le persone impegnate in convivenze omosessuali dall'ambito di applicazione della norma impugnata al fine di raggiungere tale obiettivo".
La questione deve essere analizzata con riferimento agli obblighi internazionali, alla normativa comunitaria, ed alla legislazione europea. Obiettivi comuni alle legislazioni di quasi tutti gli ordinamenti europei sono, da almeno due decenni, l'attuazione del principio di non discriminazione in ragione delle tendenze sessuali di ciascun individuo e la completa integrazione degli omosessuali nel contesto sociale.
Alla sostanziale “indifferenza giuridica” (ROMBOLI) che caratterizza il nostro ordinamento si contrappongono le istanze di riconoscimento delle coppie omosessuali provenienti dalla politica delle istituzioni comunitarie, dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo del 1950 e dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, ora recepita dal Trattato di Lisbona.
Il Tribunale di Venezia (cfr. ord. 3 aprile 2009, in Foro it., 2009, I, 2233 nonché App. Trento, ord. 29 luglio 2009) aveva sollevato questioni di legittimità costituzionale degli artt. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143-bis e 156-bis c.c., nella parte in cui, sistematicamente interpretati, non consentono che persone di tendenza omosessuale possano contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso, in riferimento agli artt. 2, 3, 29, e 117 comma 1 Cost. nonchè in violazione dell'art. 117, comma 1, cost., che impegna il legislatore nazionale e regionale al rispetto dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e degli obblighi internazionali.
Il riferimento era, in particolare, agli art. 7, 9 e 21 della Carta di Nizza e agli art. 8, 12 e 14 Cedu. Attenzione maggiore viene dedicata agli art. 12 Cedu e 9 della Carta di Nizza, che si occupano specificatamente, senza fare riferimento all'eterosessualità della coppia, del diritto di sposarsi e di formare una famiglia, che devono essere garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio.
La Corte costituzionale con la sentenza 15 aprile 2010, n. 138, in Fam. e dir., 2010, 653 ss. ha ritenuto che “le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio”. Purtuttavia la Corte costituzionale considera l'unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, come formazione sociale tutelata e riconosciuta attraverso l'art. 2 Cost. ed in quanto tale attribuisce ad essa il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone — nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge — il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri.
Sul tema dei matrimoni tra omosessuali ha avuto modo di pronunciarsi nuovamente nel 2011 la Corte costituzionale: il Tribunale di Ferrara ha rimesso alla Corte Costituzionale, la questione di legittimità costituzionale riguardante gli art. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143 bis, 156 bis, 231 del Codice Civile con riferimento agli articoli artt. 2, 3 e 29, primo comma, della Costituzione, nella parte in cui non consentono che le persone dello stesso sesso possano sposarsi.
Il giudice rimettente muovendo innanzitutto dall'art. 2 Cost. lo ha considerato nella parte in cui riconosce i diritti inviolabili dell'uomo non solo nella sua sfera individuale ma anche, nella sua sfera sociale, ossia “nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”, come la famiglia.
Per cui si è sostenuto che allorché una persona intenda sposarsi con altra persona dello stesso sesso, non si ravvisa alcun pericolo di lesione ad interessi pubblici o privati di rilevanza costituzionale. Altro parametro di riferimento sarebbe rappresentato dall'art. 3 Cost. il quale riconosce a tutti i cittadini pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, ed impegna altresì lo Stato a rimuovere gli ostacoli che possono frapporsi alla realizzazione del pieno sviluppo della persona umana, compreso il diritto a contrarre matrimonio.
In particolare, affermava l'ordinanza di rimessione, che le norme che non consentono alle persone omosessuali di contrarre matrimonio, non hanno una giustificazione razionale, specie ove si consideri che le persone transessuali, possono contrarre matrimonio con persone del proprio stato di nascita, una volta ottenuta la rettificazione di attribuzione di sesso in applicazione della legge 14 aprile 1982, n. 164. Inoltre il giudice a quo prende a riferimento l'art. 29 Cost. sostenendo che esso si deve interpretare ormai alla luce dei mutamenti del contesto sociale.
La Corte costituzionale ha in quell'occasione respinto la censura e non avrebbe potuto fare diversamente dato che la normativa sopra citata non impone l'estensione alle unioni omosessuali delle regole previste per quelle eterosessuali, ma rinvia alle leggi nazionali la disciplina concreta sulla regolamentazione delle coppie formate da persone dello stesso sesso (In tal senso anche Cass. 17 marzo 2009 n. 6441, in Nuova giur. civ. comm., 2009, I, 829 ss.)
Dalla disamina del quadro normativo internazionale e comunitario non è desumibile infatti la necessità di introdurre il matrimonio degli omosessuali anche nel nostro ordinamento: i legislatori statali è stato correttamente sostenuto (PIGNATELLI) sono “autorizzati” (e non esiste alcuna imposizione) a predisporre una forma di tutela per le coppie omosessuali che potrebbe essere rappresentata anche da un istituto giuridico equivalente.
Nessuna norma della Carta di Nizza e nessuna pronunzia della Corte di giustizia obbligano gli Stati facenti parte dell'Unione a riconoscere il matrimonio tra omosessuali (RUGGERI); la famiglia è la cellula principale attorno alla quale ruota la società e non è possibile pensare che l'Unione, composta dagli Stati e dai popoli che ne fanno parte, decida di sconvolgerne la struttura.
Esaminando la legislazione vigente in Europa ci rendiamo conto della pluralità di modelli giuridici predisposti a tutela delle coppie di persone dello stesso sesso: mentre la scelta di alcuni Paesi è stata nel senso di prevedere un istituto specifico destinato alle unioni omosessuali, altri ordinamenti hanno optato per l'estensione della disciplina matrimoniale ed altri ancora per forme di registrazione pubblica delle famiglie alternative (AMAGLIANI).
L'apertura nei confronti delle relazioni omosessuali è stata manifestata dal Parlamento europeo nelle risoluzioni in cui si invitano gli Stati membri ad aprire il matrimonio agli omosessuali o a introdurre un istituto giuridico equivalente. E ancora, la propensione europea al cambiamento è dimostrata dalla differenza tra l'art. 12 Cedu, in cui si fa uno specifico riferimento all'uomo e alla donna, e l'art. 9 della Carta di Nizza, secondo cui il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio.

Il matrimonio quale nozione non è previsto nella Costituzione né nel codice civile; in nessuna norma giuridica è inoltre prevista esplicitamente la diversità dei sessi come requisito di validità o esistenza dell'atto matrimoniale. Detta diversità è, tuttavia, immanente nell'ordinamento giuridico italiano: tanto che i compilatori del codice civile pensando che fosse ovvia ne hanno omesso la trattazione. Seguendo la stessa scia anche la Corte costituzionale, investita della questione, ha affermato che l'unione omosessuale è una formazione sociale consistente in una stabile convivenza tra persone dello stesso sesso cui dovrebbe attribuirsi riconoscimento giuridico con relativi diritti e doveri. È da escludersi in ogni caso che detto riconoscimento si possa realizzare solo attraverso equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio.
(Trib. Varese, 23.07.10 in Giur. merito 2011, 4, 1012)


Sebbene non vi sia l'obbligo di estendere l'istituto del matrimonio alle coppie dello stesso sesso, la necessaria rilettura del testo costituzionale secondo le previsioni contenute nella normativa comunitaria, così come di recente interpretata dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU24 giugno 2010, caso Schalk and Kopf c. Austria, in Nuova giur. civ. comm., 2010, 11, I, 1137) induce a rilevare che la nostra Costituzione impone il rispetto e la realizzazione della “vita familiare”, esplicazione dell'identità personale e dunque diritto fonda mentale delle coppie omosessuali, e rende necessaria una legislazione che realizzi le condizioni affinché la stessa venga rispettata.

La Corte reputa di dovere mutare la propria giurisprudenza e, dunque, non considererà più che il diritto al matrimonio è riconosciuto solo a persone di sesso diverso, approdando ad una concezione contemporanea ed evoluta che riconosce a tutti il diritto in questione e, dunque, anche alle persone omosessuali.
La Corte pure annuncia che le relazioni omosessuali non saranno più comprese soltanto nella nozione di "vita privata", ma nella nozione di "vita familiare" pure contenuta nell'art. 8. Contestualmente, però, la Corte ribadisce che è riservato allo Stato, poi, disciplinare ed introdurre l'istituto del matrimonio omosessuale a livello statuale.
(Corte europea dir. uomo, sez. I, 24.06.10, n. 30141, in Il civilista 2010, 10, 17)

Così come non sarebbe stato possibile per la Corte costituzionale dichiarare costituzionalmente illegittima sulla base degli art. 2, 3, 29 e 117, comma 1, cost. la disciplina riguardante il matrimonio nella parte in cui non estende tale istituto alle coppie omosessuali, allo stesso modo non sarebbe, per tale ragione, da considerare incostituzionale, perché discriminatoria, una legge che disciplini la vita familiare delle coppie omosessuali diversamente rispetto a quella delle coppie eterosessuali.
Sulla questione ha avuto modo di pronunciarsi nel 2012 la Suprema Corte di Cassazione.
”.

È infondata la q.l.c. degli art. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143 bis e 156 bis c.c. in riferimento all'art. 29 cost., in quanto la norma si riferisce alla nozione di matrimonio definita dal codice civile, che stabilisce che i coniugi devono essere persone di sesso diverso. È infondata la q.l.c. degli art. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143 bis e 156 bis c.c. in riferimento all'art. 3 cost. in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio. Egualmente differente è la condizione dei soggetti che abbiano ottenuto la rettificazione dell'attribuzione di sesso in forza della l. 14 aprile 1982 n. 164 che possono contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso d'origine
(Corte cost., 15.04.10, n. 138, in Guida al diritto 2010, 19, 16)

Altresì,

non è fondata la questione di legittimità costituzionale degli art. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143 bis, 156 bis, 231 del codice civile nella parte in cui non consentono che le persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio, con riferimento agli artt. 2, 3 e 29, primo comma, della costituzione
(Corte cost., ord. 5.01.2011, n. 4).


A sua volta, la sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo 24 giugno 2010 n. 3.3.3. ha affermato anche che “la Corte ritiene artificiale sostenere l'opinione che, a differenza di una coppia eterosessuale, una coppia omosessuale non possa godere della vita familiare ai fini dell'articolo 8”, e che “Conseguentemente la relazione dei ricorrenti, una coppia omosessuale convivente con una stabile relazione di fatto, rientra nella nozione di vita familiare, proprio come vi rientrerebbe la relazione di una coppia eterosessuale nella stessa situazione”.
Ed allora, le su riportate affermazioni, considerate unitamente al richiamo di specifici precedenti da parte della Corte costituzionale – sottolinea la Cassazione - non danno adito a dubbi circa il senso e, soprattutto, gli effetti dei dicta delle due Corti nell'ordinamento giuridico italiano.

L'art. 12 della Convenzione non impone ai governi degli stati parti l'obbligo di aprire il matrimonio alle coppie omosessuali. Il diritto al matrimonio per le coppie omosessuali non può neanche essere ricavato dall'art. 14 congiuntamente all'art. 8. Inoltre, ad avviso della Corte, anche quando gli stati decidono di offrire alle coppie omosessuali un'altra forma di riconoscimento giuridico, essi beneficiano di un certo margine di apprezzamento per decidere la natura esatta dello status conferito.
(Corte europea diritti dell'uomo, sez. V, 15.03.12, n. 25951).


I componenti della coppia omosessuale, conviventi in stabile relazione di fatto, se - secondo la legislazione italiana - non possono far valere né il diritto a contrarre matrimonio né il diritto alla trascrizione del matrimonio contratto all'estero, tuttavia - a prescindere dall'intervento del legislatore in materia -, quali titolari del diritto alla “vita familiare” e nell'esercizio del diritto inviolabile di vivere liberamente una condizione di coppia e del diritto alla tutela giurisdizionale di specifiche situazioni, segnatamente alla tutela di altri diritti fondamentali, possono adire i giudici comuni per far valere, in presenza appunto di “specifiche situazioni”, il diritto ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata e, in tale sede, eventualmente sollevare le conferenti eccezioni di illegittimità costituzionale delle disposizioni delle leggi vigenti, applicabili nelle singole fattispecie, in quanto ovvero nella parte in cui non assicurino detto trattamento, per assunta violazione delle pertinenti norme costituzionali e/o del principio di ragionevolezza.
Il che si ripercuote inevitabilmente anche sulla questione consistente nello stabilire se due cittadini italiani dello stesso sesso, i quali abbiano contratto matrimonio all'estero - come era nella specie, siano, o no, titolari del diritto alla trascrizione del relativo atto nel corrispondente registro dello stato civile italiano.

E' intrascrivibile in Italia un matrimonio celebrato in Olanda tra due persone dello stesso sesso.
(Trib. Latina, decr. 10.06.05, in Dir. fam. pers., 2005, 1259; Conf. App. Roma, decr. 13.07.06, in Guida al diritto, 2006, n. 35, 55 ss.)


La risposta è negativa – dice la Corte – ma si fonda su ragioni diverse da quella, finora ripetutamente affermata, della “inesistenza” di un matrimonio siffatto per l'ordinamento italiano.
Infatti, l'art. 12 della CEDU, come interpretato dalla Corte Europea, ha privato di rilevanza giuridica la diversità di sesso dei nubendi; di tal che quella giurisprudenza “nostrana” secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è, unitamente alla manifestazione di volontà matrimoniale dagli stessi espressa in presenza dell'ufficiale dello stato civile celebrante, requisito minimo indispensabile per la stessa “esistenza” del matrimonio civile, come atto giuridicamente rilevante, non si dimostra più adeguata alla attuale realtà giuridica, essendo stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile, per cosi dire “naturalistico”, della stessa “esistenza” del matrimonio.
L'intrascrivibilità delle unioni omosessuali, quindi, dipende non più dalla loro “inesistenza” e neppure dalla loro “invalidità”, ma dalla loro inidoneità a produrre, quali atti di matrimonio appunto, qualsiasi effetto giuridico nell'ordinamento italiano.


I componenti della coppia omosessuale, conviventi in stabile relazione di fatto, se - secondo la legislazione italiana - non possono far valere né il diritto a contrarre matrimonio né il diritto alla trascrizione del matrimonio contratto all'estero, tuttavia - a prescindere dall'intervento del legislatore in materia -, quali titolari del diritto alla "vita familiare" e nell'esercizio del diritto inviolabile di vivere liberamente una condizione di coppia e del diritto alla tutela giurisdizionale di specifiche situazioni, segnatamente alla tutela di altri diritti fondamentali, possono adire i giudici comuni per far valere, in presenza appunto di “specifiche situazioni”, il diritto ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata e, in tale sede, eventualmente sollevare le conferenti eccezioni di illegittimità costituzionale delle disposizioni delle leggi vigenti, applicabili nelle singole fattispecie, in quanto ovvero nella parte in cui non assicurino detto trattamento, per assunta violazione delle pertinenti norme costituzionali e/o del principio di ragionevolezza.
L'intrascrivibilità delle unioni omosessuali dipende dalla loro inidoneità a produrre, quali atti di matrimonio, qualsiasi effetto giuridico nell'ordinamento italiano, ma non attiene né alla loro “inesistenza” né alla loro “invalidità”.
Il matrimonio contratto all'estero tra persone dello stesso sesso non è trascrivibile nell'ordinamento italiano, ma ciò non toglie che i componenti di una coppia omosessuale siano titolari del diritto alla “vita familiare”, di vivere liberamente una condizione di coppia e di vedere tutelate giuridicamente specifiche situazioni.
(Cass. civ., sez. I, 15.03.12, n.4184).


Il trattato verrà presentato a Roma il 19 giugno 2013


DIRITTI DELLA PERSONALITA' E MONDO CONTEMPORANEO Roma, 19 giugno 2013 14.30/17.30
Sala Atti Parlamentari
Biblioteca del Senato della Repubblica "G. Spadolini"
Piazza Della Minerva


avv. Alessandro Cassiani
Moderatore
Consigliere dell'Ordine degli avvocati di Roma


"Persona e diritti inviolabili"
Prof. Mauro Paladini
Università degli studi di Brescia


"Il complicato rapporto tra accesso e privacy"
Prof. Saverio Sticchi Damiani
Università degli studi di Lecce

 

"I nuovi diritti e le Corti (nazionali ed europee)"
Prof. Mario Midiri
Università degli studi di Modena


Nel corso dell'evento verrà presentato il volume I Diritti Della Personalità. Strategie di tutela. Inibitorie. Risarcimento danni. Internet. Cedam Editore, 2013 a cura di S. Ruscica.
La partecipazione all'evento è subordinata alla prenotazione all'indirizzo di posta elettronica info@justowin.it

E' obbligatorio indossare giacca e cravatta. L'evento è gratuito ed è stato accreditato dall'Ordine degli Avvocati di Roma con 3 crediti formativi

BROCHURE EVENTO 19 GIUGNO 2013
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(28/05/2013 - Justowin)
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