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Salute senza frontiere. Ma chi pagherà il conto?

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di Barbara LG Sordi -
Leggo con un misto di sentimenti un articolo sul Corriere della Sera, che tratta di una direttiva dell'Unione europea, la 24 del 2011. La direttiva in questione permetterà a tutti i cittadini europei di recarsi nei paesi europei che preferiscono per ricevere cure mediche. Tanto il conto lo pagherebbe la Sanità del Paese di provenienza.

Devo dire che la cosa da un lato mi fa certamente piacere, significherebbe infatti maggiore apertura mentale e professionale da una parte, e maggiori opportunità per i pazienti dall'altra. Eppure dall'altro lato la notizia mi lascia un po' perplessa. E credo che in molti condivideranno il mio stato.

Perplessa perché le cure ricevute all'estero saranno rimborsate dalla Asl di provenienza; caspita! Non che ciò già non accada, molti malati si recano ogni anno all'estero, e non necessariamente privatamente. Molti lo fanno con il bene placet della Regione stessa, perché non sarebbero in grado di riceve cure decenti o efficaci in Italia. Bene placet che permette naturalmente un rimborso delle spese sanitarie sostenute.

Con la direttiva la scelta non sarebbe vincolata ad una lista, come quella in vigore, di prestazioni ad alta specialità introvabili da noi, bensì aperta al libero arbitrio del paziente. Ora mi immagini e visualizzo le frotte di pazienti, con flebo al braccio, che ben volentieri si alzeranno dal letto in cui giacciono semi-dimenticati per intraprendere un viaggio da vicini europei meglio attrezzati. Se le migrazioni su richiesta ci costano annualmente circa 164 milioni di euro, cosa succederà dopo? Il conto potrebbe diventare salatissimo e le Asl che a mala pena sopravvivono ai tagli del Governo cosa potranno mai fare?

Sappiamo che non abbiamo altra scelta che non adeguarci. Siamo nella UE e ci tocca. Il problema non saranno i medici, che siamo certi saranno in grado di mettersi al passo e troveranno (i più aperti e intelligenti) un modo per migliorarsi e confrontarsi, sarà la burocrazia. Temo fortemente che le Regioni, in interposto istituto delle Asl, non riusciranno a gestire la novità. E se ciò non avvenisse, soprattutto dal punto di vista economico, che si potrà fare?

Due sono le alternative: una paventata dal Governo e una da me medesima. Quella del Governo ci dice che, dato che l'introito da cure fornite in Italia a stranieri è nettamente in perdita (87 milioni), si deve puntare molto sulle strutture sanitarie d'eccellenza. Inserendole nei cosiddetti contact point, liste comuni a tutta la sanità europea, per promuoverle. E a questo punto che ne sarà delle strutture più deboli? Finiranno con l'essere eliminate per non gravare sulle spese e poter così dedicare fondi solo alle eccellenti?

Quella di me medesima è molto semplice, e più probabile (ve lo dico a malincuore): siccome di soldi ne voleranno (via) tanti preparatevi a tenere via un bel gruzzoletto perché sappiamo già per esperienza che, di ruffa o di raffa, pagheremo noi gli ammanchi! Di tasse nuove infatti se ne possono sempre (e facilmente) creare.
Email barbaralgsordi@gmail.it
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(04/12/2012 - Barbara LG Sordi)
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