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Come ti miglioro la differenziata.

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di Barbara LG Sordi -
PENSIERI DIETRO GLI OCCHIALI DA SOLE (pensieri semiseri sotto il solleone)
Non so voi. Ma quando sono in vacanza tendo ad andarci anche come cittadina "riciclatrice" modello. Non so perché, forse è la necessità di staccare da rituali semi-ossessivi e ossessionanti che ci accompagnano per la maggior parte dell'anno. Perché diciamocela tutta, riciclare non è solo un'arte ma una vera e propria fatica, di quelle degne di Ercole tanto per intenderci.

Eppure siamo tutti, o quasi, consapevoli che riciclare rifiuti è un gesto di indiscussa civiltà, da anni in testa alle priorità amministrative di ciascun comune o regione. Certo non solo e sempre per spirito ecologico delle giunte, quanto più spesso per obbligo di adeguamento alle linee guida imposte dalla Comunità europea. Che diciamocelo chiaramente, per molti aspetti ci salva dall'abisso, dimenticando spread e svalutazione dell'euro per un attimo. E concentrandosi invece sui benefici che si possono trarre dall'esempio di altri paesi comunitari più all'avanguardia in campi come l'ecologia o i risparmi energetici, come la Germania, i Paesi Bassi o la Norvegia (il solito nord rigoroso e calvinista insomma); paesi che possono vantare il riciclaggio di ben il 70% di ciò che viene buttato via. Senza ricorrere all'interramento o all'incenerimento così frequentemente come avviene da noi. Noi però ci siamo inventati le montagnette o collinette (di rifiuti o detriti) di periferia su cui correre e all'occorrenza, in caso di neve, cimentarsi in discese con la slitta; basti pensare all'ormai celeberrimo Monte Stella nella zona di San Siro a Milano. Un esempio mirabile di riciclo ben riuscito, o meglio, interramento ben riuscito; che si spera tale resti per gli anni a venire, senza che ci salti fuori un pericolo di tossicità o radioattività. Perché in Italia meglio non abbassare mai la guardia, anche con l'immondizia!

Indubbiamente con il decreto Ronchi, d.l. n.22/97, del 05.02.1997, si è fatto un cambiamento epocale nel concetto di "ruffo" (pattume, ndr) nelle famiglie italiane. Però come spesso accade il decreto ha il difetto di lasciare troppo spazio alla libera interpretazione, oltre che creare parecchi mancamenti già con la sola catalogazione del pattume: residuo, con valore commerciale, rifiuti speciali, materie prime secondarie, da combustione. Anche la comune spazzatura finisce nel ginepraio del burocratese di casa (e cosa, ahimè) nostra.

Spesso mi domando, nel mentre sono alle prese con la disgregazione di confezioni composte, in cui spesso il cartone pare essere stato pressofuso con il cellophane (tanto da pensare che ci sia qualcuno che si diverta a creare disagi sul sentiero della rettitudine riciclatrice, tanto per testare la nostra determinazione), se mai si imporranno divieti e obblighi più rigidi anche alle aziende produttrici di beni di consumo. Se ci fossero delle rigide normative sui packaging, che regolamentassero ad esempio i quantitativi di materiali da impiegare (plastica in testa) per gli imballaggi, sono certa che si farebbe un gran salto in avanti. Ogni volta che svuoto i sacchetti della spesa mi rendo conto di quante vaschette o vassoietti di plastica e polistirolo vengono immediatamente eliminati, per ottimizzare gli spazi sempre più ridotti all'interno dei frigoriferi. Perché non vietarne l'uso del tutto? O almeno studiarne la raccolta all'interno dei supermercati stessi, così da tagliare qualche passaggio nella catena del riciclaggio?

Supermercati a parte ci sono tante altre assurdità sulla via del riciclo, che si potrebbero annullare per risparmiare sui costi di smaltimento, che ricordiamoci sono uno dei bilanci in rosso che più pesano nei comuni. Basta ad esempio cimentarsi in una confezione di un qualsiasi giocattolo per gridare allo spreco: un tripudio di cartone e plastica (sotto forma persino di laccetti e gancetti). Ciò che resta in mano al bambino è nulla rispetto a quello che finisce nella spazzatura, quasi sempre generica da quel che ho potuto vedere alle innumerevoli feste, che mi sono toccate durante l'anno. Oppure i tanto temuti distributori di palline, incubo di ogni genitore: perché non pensare anche a dei raccogli-palline vuote (lo stesso lo applicherei anche ai contenitori delle sorprese degli ovetti di cioccolato). Poca spesa per poter ottenere un grande risparmio, in termini economici ed ecologici .

Però inutile sperare in veri cambiamenti, se non si applicano controlli più severi alle aziende che producono una gran percentuale dell'inquinamento. Per carità molto è stato fatto nel cercare di evitare danni alla natura derivati da smaltimenti irregolari di materiali i scarto o tossici, ma si deve puntare anche su aspetti che magari paiono secondari. Evitare abuso di aria condizionata (com'è che in alcune banche a luglio si deve entrare con il cappotto?), sprechi di fotocopie (tonnellate di carta che viene spesso buttata nella generica) e di elettricità (perché lasciare accesa la luce del proprio ufficio se lo si è abbandonato da più di un'ora per una simpatica riunione co il capo?).

Sono (quasi) certa che a furia di obblighi e sanzioni forse tutti arriveremo agli obbiettivi raggiunti dai paesi nordici, in fondo dopo l'ennesima multa condominiale perché nel sacco nero è stata trovata una scatoletta di tonno, non vi siete sentiti almeno un po' colpevoli? Oppure si potrebbe provare la via del premio, meno tasse per chi ricicla di più e butta via di meno (anche se temo in molti ne approfitterebbero seppellendo quintali di pattume).

E voi cosa proporreste?
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(16/08/2012 - Barbara LG Sordi)
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