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Fisco e piccole imprese: Italia dai mille balzelli!

commercialista scontrino tasse professionista
di Barbara LG Sordi -
Di tasse che gravano soprattutto sul ceto medio già si è detto, per par condicio è giusto dunque parlare degli innumerevoli balzelli che soffocano annualmente le nostre piccole e medie imprese (Pmi), un apparato fondamentale da sempre nella e per la crescita del nostro Paese. E proprio per questo target favorito dallo Stato per far cassa, senza far torto a nessun grande. I dati emersi da uno studio condotto dalla Cgia (Associazione artigiani e piccole imprese) di Mestre parlano molto chiari: sulle Pmi gravano tasse pari al 68,6% degli utili aziendali. Uno sproposito se paragonato al 48,2% versato dai tedeschi. Forse non ci si dovrebbe stupire così tanto, o indignare addirittura, se in molti decidono di esportare la produzione all'estero; perché continuare ad investire in un Paese che pare irrimediabilmente ottuso, o che forse é semplicemente (!) incapace di trovare soldi in modi più robin-hoodiani?

Il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi, aspirante successore di Zaia a governatore del Veneto, ha aggiunto una serie di imposte che gravano sui bilanci aziendali e creano non poco sconforto nei piccoli imprenditori. Mantenere un'attività in Italia significa devolvere parte del proprio ricavato a tasse inique, come quella "occulta" che serve a finanziare la nostra burocrazia. Occulta poi neanche tanto visto che da sola porta 26,5 miliardi di euro nelle casse statali, con una spesa media per azienda di circa 6.000 euro, che possono sembrare un nulla ma che le aziende si terrebbero volentieri in tasca.

Oltre a questo si deve tener conto di molte altre voci che, di ruffa o di raffa, finiscono in qualche modo a rimpinguare le tasche del Governo: spese legate alla gestione del personale e per la previdenza, ad esempio. Mettere in regola un dipendente è una vera e propria sfida all'Ok Corral: spese per le comunicazione di assunzione o cessazione di lavoro, spese per i cedolini, spese per le denunce mensili dei dati retributivi e contributivi. Con un conto finale di 9,9 miliardi per le Pmi, di cui ben 6,9 solo per la voce lavoro. Anche la sicurezza non è da meno, un introito pari a 4,6 miliardi di euro, grazie alla valutazione dei rischi, ai piani operativi di sicurezza, alla formazione obbligatoria di titolare e dipendenti.

Altra voce dolente è quella legata all'ambiente, ben 3,4 miliardi di euro di spese per le autorizzazioni per lo scarico delle acque reflue, per la documentazione per l'impatto acustico, per tenere i registri dei rifiuti e per le autorizzazioni per le emissioni in atmosfera Ma l'elenco ovviamente non finisce qui, per i restanti miliardi che lo Stato incassa contribuiscono significativamente: 2,7 miliardi di euro per le spese amministrative per gli adempimenti in materia fiscale (dichiarazioni dei sostituti di imposta, le comunicazioni periodiche ed annuali Iva), 2,6 per la privacy, 1,4 per la prevenzione incendi, 1,2 per gli appalti e, infine (!), 0,6 miliardi per la tutela del paesaggio e dei beni culturali.

Se queste spese fruttassero poi in termini di efficenza e velocizzazione burocratica, forse le Pmi sarebbero un po' meno inacidite nei confronti del Governo. Purtroppo da noi non si paga per la qualità, ma solo per tappare buchi e perdite di questo pozzo che ormai sta diventando una voragine.

O forse sta più prendendo le sembianze di un vero girone dantesco, quello dei lussuriosi o dei ladri.
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(24/07/2012 - Barbara LG Sordi)
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